Un’ora d’estate (e di Boom Da Bash) nel carcere di Lecce


Le luci accese delle celle di Borgo San Nicola sono gialle. Alle cinque di pomeriggio il cielo è blu cobalto. Per le strade interne del carcere di Lecce, che serpentinano tra muri alti e lisci, questi sono gli unici colori sopra il grigio. Dietro i muri ci sono i brutti edifici delle sezioni, con le finestre esposte di sbieco. Dalle sbarre le mani dei detenuti si allungano sugli stendini appesi ai davanzali. Stendono calzini bagnati. Niente è più lontano da qui di una dance hall raggae. E invece siamo appena usciti da una dance hall dei Boom Da Bash.

La raggae-band di Mesagne, che spopola tra i ragazzi di mezza Italia, ha infatti deciso di regalare un’ora di live ai detenuti di Borgo San Nicola. Lo ha proposto al Ministero della Giustizia, e dalla direzione del carcere di Lecce è arrivato l’ok. “Diciamo che abbiamo avuto una risposta entusiasta dalla direttrice del carcere”, dice Payà, uno dei due cantanti. E tanto è bastato per imbastire nel teatro, lo stesso dove lavora la compagnia “Io ci provo”, un sound di tutto rispetto per un’ora e mezza di reggae.

Siamo gli unici giornalisti, insieme a Pino Messe della Gazzetta, compaesano degli artisti, che hanno accettato l’invito della band, insieme alle restrizioni che il carcere impone anche a chi ci entra da uomo libero. Ce lo dicono chiaro all’ingresso: niente telefoni (ma questo è scontato), sì al registratore digitale, ma nel teatro solo foto rivolte verso il palco (e già questa è una concessione). Nessuno volto, a parte quello degli artisti può comparire nelle immagini. Né quello dei detenuti, né quello delle “guardie”. Che poi, attenzione, non si dice “guardie”, ma agenti di polizia penitenziaria. Perché qui, a un certo punto, la distinzione tra chi sorveglia e chi viene sorvegliato sfuma in una comune condizione di restrizione, che per fortuna è temporanea: tanto per il detenuto che sconta la pena, quanto per l’agente che deve stargli accanto fino a fine turno. Nessuno qui si sente a suo agio negli stereotipi. A maggior ragione quando in sottofondo suona questo pezzo:

Oggi a Borgo San Nicola, ci dice la direttrice Rita Russo, ci sono 1040 detenuti, su un capienza regolamentare di 680 e una “tollerabile” di più o meno il doppio di quella regolamentare. Il sovraffollamento è stato mitigato dalla decisione, anche a Lecce, di tenere aperte le celle nelle sezioni. “È l’aspetto positivo delle sentenze di condanna per l’Italia sul trattamento riservato ai detenuti”. La Corte Europea ha infatti più volte considerato il sovraffollamento delle carceri italiane come “trattamento inumano e degradante”, che viola quindi l’art 3 della Convezione Europea dei diritti dell’Uomo (proprio a un detenuto nel carcere di Lecce, qualche anno fa, fu riconosciuto, per la prima volta anche dalla giustizia italiana, un risarcimento per le condizioni di detenzione). Così, di fronte al rischio di una pioggia di ricorsi e condanne, in tutta Italia le porte delle celle si sono aperte per un numero variabile di ore al giorno, consentendo ai detenuti la libertà di muoversi su una superficie più ampia dei circa 3 metri quadrati che in media hanno a disposizione considerando l’estensione delle celle. “Ora i detenuti sono liberi nelle sezioni e i poliziotti fanno i poliziotti – aggiunge Rita Russo. Con le celle aperte infatti la vita è migliorata anche per gli agenti di polizia penitenziaria. “Pensa che in una sezione con 25 celle abbiamo circa 80 detenuti”, con le celle chiuse “era un continuo aprire le porte solo per consentire ai detenuti di alla doccia”. Come dire, bastava un po’ di buon senso.

Intanto i piedi cominciano a muoversi da soli. Dalla prima all’ultima fila del teatro è tutto un dondolare. Ci sono un centinaio di detenuti “comuni” (imputati per reati meno gravi) che sono scesi per il concerto. La direzione ha lasciato la scelta a loro: chi non ha voglia di ascoltare reggae è rimasto in sezione. Sono seduti sulle poltroncine del teatro, hanno volti giovani, ci sono tanti pugliesi, ma anche campani e stranieri, e alla faccia di Lombroso, i loro volti sono uguali a quelli dei loro coetanei che puoi trovare a San Basilio nei sabati di agosto o stasera in giro su via Trinchese. Gli uomini a sinistra, separati dalle donne, che sono a destra, e in mezzo qualche agente. Ma se è vero che siamo in carcere, è vero anche che nessuno ha mai finito da seduto un concerto reggae. E alla fine quei sederi che all’inizio della scaletta erano incollati alla poltrona, dopo una mezz’ora ondeggiano tutti in levare, al ritmo dei “Boom”. Tutti in piedi. Alle nostre spalle una ragazza bionda, con le trecce, dice “le so tutte!”: la Sunshine lady di Borgo San Nicola. Senza muoversi dal posto sarà capace di finire il concerto sudata neanche fossimo a Torre dell’Orso a luglio.

Biggie Bash, che sa come scaldare la platea, zompetta sul palco pienamente a suo agio e si rivolge spesso a questo pubblico speciale (ma anche no). “Siamo onorati di essere qui con voi”, dice, dedicandogli la sua “Somebody to love”.

Il pubblico gradisce, ed è un peccato non poter mostrare che anche gli agenti gradiscono e, sebbene con una certa discrezione, qualcuno balla pure. A un certo punto è sembrato possibile che tutti si abbracciassero, e che la cosa, nonostante il divieto assoluto di accendersi alcunché, potesse sfociare in un enorme nuvola di peace and love. Il climax è raggiunto quando i Boom da Bash si sono esibiti in un pezzo molto popolare, “Reality show”, frutto della loro collaborazione con i Sud Sound System, una sorta di manifesto contro la realtà preconfezionata dello show business televisivo. Ma è chiaro che qui dentro versi come:

la vita mia se nutre a mienzu alla strada
Se è bona o fiacca l’importante ca è vera
A fiate è dura ma ole bessa sincera
E nu se chiute ‘ntra mondi virtuali fatti de falsità

acquistano un significato, diverso, particolare.

Un’ora e mezzo dopo le prime note, i detenuti riprendono ordinatamente la strada delle sezioni. I Boom da Bash firmano autografi e ringraziano. Fumiamo una sigaretta fuori dal teatro, ripetono che questo è stato uno dei concerti più emozionanti che abbiano mai fatto e, senza anticipare nulla, dicono che la collaborazione con il carcere di Lecce non finisce questa sera. Torniamo a piedi verso l’uscita, accompagnati da un gruppo di agenti. Il mite dicembre salentino è stato interrotto dalla tramontana, e da qualche giorno fa davvero freddo. Tra i muri alti, pensiamo a un titolo per l’articolo. “Un’ora d’aria per i Boom Da Bash”. No. “Un’ora d’estate a Borgo San Nicola”. Meglio. Anche se siamo a dicembre, è stato qualcosa del genere.

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...

One thought on “Un’ora d’estate (e di Boom Da Bash) nel carcere di Lecce

  1. Un moto di gioia pura mi anima oggi! E' emozionante leggere finalmente notizie come questa!
    Non c'ero nel carcere di S.Nicola al concerto che i Boom Da Bash hanno voluto offrire ad un pezzo di umanità costretta alla separazione, ma ho vissuto tante volte l'atmosfera che questo gruppo riesce a creare, li ho visti crescere e so che sono speciali! Impossibile star fermi al ritmo della loro musica; impossibile non sentire sentimenti nei loro testi. Il loro reggae è vero e vissuto ecco perchè funziona, ovunque si esibiscano. Biggie Bash, Blazon, Mr. Ketra e Payà, siete fortissimi!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *