Razzi, Helen Mirren e Star Wars, il dopo Vendola comincia dalle primarie

Nichi Vendola se ne sta al centro del palco con un gran cappotto addosso. Ha la febbre ma non è voluto mancare all’appuntamento con gli elettori salentini di Dario Stefàno. Quando tocca a lui, Nichi non fa un gran discorso. Si alza sul palchetto della sala Bernini dell’hotel Tiziano, parla per qualche minuto e conclude: “Io voto Dario perché è l’unico che difende”, riferendosi ai dieci anni del suo governo regionale. E si riaccomoda. Il Nichi infreddolito e sulla difensiva è l’icona di una stagione politica che è finita. Quella che comincerà con le primarie di domenica prossima è qualcosa di totalmente diverso. Così, è bene chiudere nel cassetto dei ricordi le fabbriche, le signorine radical-chic che flirtano con i proletari, la mobilitazione di “popolo”, la Puglia Migliore e le lacrime per le vittorie su Fitto e Palese. È suonata la campana.

 

Ed è proprio all’hotel Tiziano, mischiandosi tra gli elettori di Stefàno, che si capisce quanto sia cambiata l’aria. Dopo qualche passo nella hall pensi: “Mai visti tanti operai a un comizio della sinistra radicale leccese”. E dopo qualche altro: “Che finalmente a sinistra abbiano imparato a prendere i voti?”. Quel che è certo è che questo insolito milieu nel quale si trovano a proprio agio dirigenti d’azienda in doppio petto, stormi di dipendenti che si fanno vedere dai dirigenti d’azienda e ricercatori di sociologia indecisi se rinnovare la tessera alla Cgil perché troppo di destra, è frutto della personalità e del trasversalismo di Dario Stefàno. Un attributo di cui il candidato non fa mistero e che, a ben vedere, è il suo punto di forza.

Quando Vendola batteva Boccia alle primarie del 2004, Stefàno aveva da poco compiuto 40 anni ed era nella giunta regionale di Confindustria, oltre ad essere vicepresidente provinciale di Assindustria. Quando Fratoianni bloccava i treni carichi di armi americane che partivano per l’Iraq, Stefàno aveva appena lasciato la guida della Salento Ambiente, srl a capitale pubblico partecipata dalle maggiori aziende dei rifiuti del Salento. Tutto ciò dopo essere stato amministratore unico della Sud Gas, aver aperto e guidato uno stabilimento tessile in Albania per la Romano S.p.a (quelli di Meltin’Pot), aver svolto ruoli di responsabilità in aziende editoriali (Il Corsivo spa) e nel Cda di Monticava, diretto l’area Sviluppo della Monteco, etcetc.

Attraverso quale percorso interiore l’ex enfant prodige dell’industria salentina sia arrivato a votare contro lo Sblocca Italia in Senato, e a farsi acclamare come eroe dello sviluppo sostenibile da Helen Mirren, è un mistero.

Di certo Stefàno conobbe Vendola nel 2005 da consigliere regionale e capogruppo della Margherita, poi fu un protagonista della fondazione del Pd nel Salento, di cui divenne presidente provinciale, per poi dimettersi nel 2009 e aderire all’Udc, sostenendo l’ex An Adriana Poli Bortone alle elezioni provinciali di quell’anno contro Loredana Capone (Pd) e Antonio Gabellone. (Pdl). Poco dopo mollò nuovamente l’Udc per entrare nella giunta Vendola (beccandosi un “utile idiota” da Angelo Cera), quando, dopo la bufera giudiziaria sulla sanità pugliese, il presidente azzerò la giunta e lo convocò (insieme alla sua ex avversaria Loredana Capone) al governo della Puglia, affidandogli l’assessorato all’Agricoltura. Da allora il pragmatismo e le capacità manageriali di Stefàno, applicate a un settore che riguadagnava spazio nell’economia e nell’immaginario dei salentini, sono state il cemento di un rapporto politico che somiglia più a un colpo di fulmine seguito da una sincera storia d’amore.

In cambio della fiducia dimostratagli da Vendola, Stefàno non ha messo l’orecchino o si è fatto fotografare con la kefia. È rimasto sé stesso, portando le sue relazioni e la sua credibilità di manager al servizio del presidente, aprendogli le porte di un mondo, quello dell’industria, che di Vendola non si fidava. E se – nonostante Stefàno – il ciclo dei rifiuti in Puglia non si è ancora chiuso, e la raccolta differenziata non può ancora essere considerata un’usanza locale, è anche vero che la modernizzazione dell’agricoltura da queste parti è passata da utopia a prospettiva possibile. Insomma, con Stefàno Vendola ha trovato qualcuno in grado di trasformare le sue narrazioni in sceneggiature definite, in intrecci che alla fine funzionano e producono risultati. E, particolare importante, ha sdoganato a sinistra quel pragmatismo nell’organizzazione del consenso elettorale che ai teorici del “votaci perché siamo più onesti, colti e intelligenti di te”, non è mai andato giù (molti in Sel storcono ancora il naso davanti a Stefàno). Un bel passo avanti. Da qui, il milieu del Tiziano e da qui l’investitura.

Ma il delfino del presidente uscente non è il favorito della competizione. Perché di fronte ha Michele Emiliano, segretario regionale del Pd, ex sindaco di Bari, macchina del consenso trasversale da sempre e per vocazione. Scivolato un paio d’anni fa su qualche cozza pelosa (e sul rapporto troppo intimo intrattenuto da sindaco con i Degennaro, famiglia di costruttori baresi), Emiliano è un magistrato antimafia in aspettativa. Ma, più che raccontare la sua storia per farsi conoscere dagli elettori, in queste primarie ha scelto di svolgere il ruolo di impressionante aggregatore di ceto politico passato, presente e potenziale. Sono mesi che fa due cose: evita le polemiche con i suoi avversari (i suoi amici spin doctor devono avergli sequestrato lo smartphone e impedito di rilasciare interviste interessanti) e stringe mani di dirigenti di circolo, di consiglieri regionali, segretari provinciali, amici del tressette, dalemiani, ex dalemiani, renziani, renziani coi baffi (cit. Gioffredi), i socialisti di Claudio Signorile, i trombati in cerca di riscatto, i transfughi della destra, gli ex funzionari di partito. Un lavoro di raccolta talmente ampio che può essere egregiamente simbolizzato dal suo selfie con Antonio Razzi, scattato dopo un paio di bicchieri al festival vinicolo “Bacco nelle Gnostre”.

 

La strategia dell’aggregatore aveva anche trovato una teorizzazione, il cosiddetto “partito arcipelago”, su cui Domenico Procacci, ex senatore e coordinatore della segreteria di Emiliano, diceva di voler puntare per le prossime regionali. In sostanza l’idea consiste nell’affiancare alla lista del Pd un arcipelago – appunto – di liste civiche, in modo che in ogni circoscrizione i portatori di acqua (e di voti) fulminati dal carisma dell’ex sindaco di Bari e dal Pd renziano, potessero contribuire alla causa. Dopo qualche protesta non se ne è parlato più (intanto Procacci si è dimesso da coordinatore della segreteria del Pd Puglia dopo che il suo nome – non è indagato – è spuntato in una inchiesta su presunte raccomandazioni all’Università di Bari). Ma i nuovi sostenitori di Emiliano sono già al lavoro in questa campagna primaria. Li si incontra nelle iniziative pubbliche, li si vede attivi sui social, organizzano, come da prassi, cene e riunioni e fanno buona concorrenza alla struttura del Pd diffusa sul territorio e all’apparenza saldamente accanto al suo segretario. Lui, che non si fida appieno del suo stesso partito, e fa bene, con “l’arcipelago” tenta di blindarsi.

Insomma, ha attivato un processo di cooptazione – più che legittimo – che va oltre il fisiologico salto sul carro che si verifica a ogni giro di giostra della politica. Fiutando l’aria Emiliano sa che questa non è la stagione della partecipazione ma quella in cui il potere è di chi se lo piglia. In una crisi economica asfissiante, con la politica percepita, nel migliore dei casi, come inutile, con gli elettori del centrosinistra sfibrati da una incoerenza quasi sadica dei propri eletti, Michele Emiliano (così come Renzi) sa che non è il tempo di scommettere sull’attivismo e sulla passione. E si sta muovendo di conseguenza. A proposito è da manuale il servizio di Telesveva sulle modalità con cui il segretario regionale sta lavorando nella Bat (ma il discorso potrebbe essere traslato pari pari in tutte le province pugliesi):

Il “popolo” delle primarie pugliesi, composto in maggioranza da gente che alle politiche vota Pd, sono quasi due anni che vede il suo partito, a tutti i livelli, tradire promesse. Il Pd va alle elezioni con Bersani per mettere fine alle larghe intese, affossa Romano Prodi con i 101, rifà le larghe intese alla prima occasione, elegge Renzi segretario per rottamare e invece Renzi rimbarca alla prima occasione tutti quanti (previa riconversione). Il Pd dice #staisereno mentre fa le scarpe al suo premier e scarica la Cgil per realizzare i sogni di Confindustria. Per non parlare dei salvataggi di Alfano (tremendo quello sul caso Shalabayeva), del patto del Nazareno, e, per restare alla Puglia, dell’incoerenza di quasi tutti i suoi parlamentari: sui giornali locali dicono no a Tap o alle trivellazioni o a Tempa Rossa per poi votare qualunque schifezza a Roma pur di salvarsi la carriera.

Ora, la scommessa di Emiliano è che gli scontenti resteranno a casa invece che andare a votare contro l’establishment del partito. In questo scenario con i pacchetti di voti dell’arcipelago e quelli che i papabili candidati a consigliere regionale faranno pesare per assicurarsi un posto in lista, pensa di farcela. Ma la scommessa continua ad essere rischiosa, ed Emiliano lo sa.  Al punto che per blindare il risultato ha chiuso unilateralmente, tra lo sconcerto degli alleati, una alleanza Pd-Udc per le prossime regionali. Una alleanza che si farà sentire, come è ovvio, anche nelle urne delle primarie.

Tra Emiliano e Stefàno c’è Guglielmo Minervini, l’outsider. Quello per cui molti – ma non Vendola – voteranno per dare continuità alla stagione vendoliana in Puglia. Nonostante la comunicazione di Minervini in questa campagna elettorale si sia caratterizzata per il manifesto più ansiogeno della storia

e per uno slogan che rivela il carattere nerd di questo ex professore di informatica, e sembra scritto da George Lucas (#LaForza), Guglielmo Minervini esprime in realtà una identità politica ben connotata, che è emersa meno di quanto potesse. È un cattolico che viene dai movimenti, anche se non ha il pedigree comunista e decisamente non può contare sulla padronanza della retorica di Vendola.

Ma è anche una delle persone che sono state più vicine a Don Tonino Bello, con cui fu dirigente di Pax Christi. È stato un attivista del movimento contro la guerra, ha lavorato per l’affermazione del diritto all’obiezione di coscienza, è stato sindaco per sei anni della città di Molfetta, amministrandola bene e strappandola al degrado e all’egemonia mafiosa, prima di diventare assessore regionale con deleghe come la Trasparenza Amministrativa e le Politiche Giovanili, che prima che lui le riempisse di sostanza erano considerate marginali.

Per i giovani pugliesi, lui è quello di Bollenti Spiriti, Principi Attivi, Laboratori dal Basso e compagnia cantante. Moltissimi tra quelli che hanno beneficiato del (piccolo) aiuto concesso dalla Regione Puglia allo start up di associazioni, piccole cooperative, in alcuni casi aziende oggi avviate, sono impegnati a fare campagna elettorale per lui. Ha restaurato decine di spazi pubblici in disuso per assegnarli ad associazioni e cooperative sociali. Con lui ci sono quelli (pochi) che nel Pd pugliese fanno opposizione ad Emiliano, come i civatiani o l’ex segretario regionale Sergio Blasi. Con lui potrebbero schierarsi gli elettori del Pd che scelgono di non restare a casa e una parte del sindacato. La ragione dice che Minervini potrebbe fare risultato se la realtà smentisse i calcoli di Michele Emiliano. E cioè se quelle di domenica si rivelassero primarie con un’alta affluenza e una grande partecipazione. Ma, come scritto, sono tempi duri.

Tra il suo potenziale elettorato pesa in negativo l’aver sostenuto Renzi alle primarie per l’elezione a segretario del Pd. In quell’occasione in un post su facebook Minervini scrisse di preferire Renzi a Civati perché “più importante della testimonianza è il cambiamento” e perché “bisogna provare a vincerla questa partita, non è sufficiente lasciare un segno”. Oggi, dopo aver contribuito ad eleggerlo, Minervini non condivide molte delle scelte di Renzi. La sua speranza è che domenica non siano in molti quelli che faranno il suo stesso errore.

Le primarie in Puglia sono state il fatto più importante della politica negli ultimi dieci anni. Hanno definito un’epoca, hanno sconvolto equilibri, rovesciato rapporti di forza e annullato rendite di posizione. Hanno prodotto una leadership nazionale, quella di Vendola, sacrificata alla fine del 2011 sull’altare della stabilità, quando Napolitano preferì l’incarico a Monti a nuove elezioni politiche (in quel momento Vendola era il leader di centrosinistra più popolare). In Puglia le primarie hanno dato a tutti gli elettori di centrosinistra l’idea di essere stati protagonisti, di aver scelto una strada collettiva.

Ma oggi le primarie conservano questa potenza? O sono state metabolizzate dagli apparati politici, che hanno imparato a controllarle? Sono ancora portatrici dell’inatteso, sono ancora capaci di sconvolgere e sorprendere? E poi l’impoverimento della popolazione, il crollo dell’economia, ha allontanato anche i pugliesi – quel “popolo” di centrosinistra che nel 2005 fece il miracolo – dalla voglia di partecipare, restituendo così potere agli apparati organizzati e alla politica dei capibastone? Sono domande a cui si potrà dare una risposta dopo il voto di domenica. Per il momento, quel Vendola costipato, ormai tutt’altro che invincibile, ci dice che la Primavera è davvero finita.

Guglielmo Minervini, Michele Emiliano e Dario Stefàno
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