Quei bravi ragazzi all’ultima cena di Alfredo Traps

foto di Francesco Lefons

La sigaretta del post spettacolo ha un sapore più amaro del previsto, e non solo perché arriva al termine di una lunghissima giornata di lavoro e nicotina. Qualcosa non ha funzionato come avrebbe dovuto e nella compagnia è netta la consapevolezza che si sarebbe potuto fare meglio. Questione di ritmo, forse. O di tensione, troppa o troppo poca. Chissà.
Sta di fatto che dietro la scena dell’Ultima Cena di Alfredo Traps [qui estratto video] e poi ancora più in là, oltre le quinte del palco, nell’atrio esterno che precede l’uscita posteriore del Teatro Paisiello, sono tutti convinti che sia andata meglio la volta scorsa, il 6 ottobre, il giorno della prima assoluta fuori dal carcere [non a caso Eutopia day]. Poche scuse e dritti al sodo, che non c’è tempo da perdere: “Oggi eravamo scarichi”. E allora capisci che non è aria per quelle smancerie di maniera del tipo “ma dai, è andata bene, hanno applaudito tutti”, quelle goffe mostruosità di circostanza che quando le dici ti senti un coglione e chi ti ascolta pensa che tu lo sia davvero un po’ coglione per dire certe cose. Così opto per il silenzio e mi concentro sulla winston rossa che ho tra le labbra.
Sono le 22,30 e secondo gli uomini della scorta penitenziaria il tempo è davvero scaduto.
C’è giusto qualche minuto per l’ultimo cerchio, che è il modo di salutarsi da attori. E’ Paola a condurre: “Siamo stati bravi, anzi siamo stati belli. Mi raccomando, non fate cazzate in questi giorni”.

Paola è Paola Leone, regista teatrale e fondatrice insieme a Tonio De Nitto, Anna Miccolis e Fabio Tinella di Factory Compagnia Transadriatica. Da oltre tre anni porta avanti il progetto Io Ci Provo nella Casa circondariale di Borgo San Nicola, il carcere di Lecce, insieme ai detenuti della sezione R1. Paola è tarantina e la cosa, credetemi, ha la sua rilevanza nella gestione dei ragazzi non propriamente timidi con cui lavora. E se quanto si dice sul rispetto è vero, cioè che debba venire prima di tutto, è altrettanto vero che si fa prima a pronunciarlo che a ottenerlo, il rispetto, da un gruppo di detenuti-attori. Ma a giudicare dall’attenzione con cui viene ascoltata, dall’affetto con cui è ricambiata e dall’impegno che i suoi ragazzi mettono in quel che fanno, Paola non sembra avere problemi di leadership.

Paola Leone – ideatrice e regista di Io Ci provo

Ciò non toglie che lei sia molto rigorosa. Pretende molto dai suoi attori e fiuta puzza di bruciato già molte ore prima dello spettacolo. Le prove generali del pomeriggio non l’hanno convinta e ha più volte lamentato un clima di eccessiva leggerezza tutt’intorno. Da qui i ripetuti cazziatoni in dialetto tarantino – estasi fonetica di vocali aperte al mondo e apòcopi serratissimi – e gli altrettanto numerosi tentativi di tenere alta la tensione della compagnia. E sono sicuro che avrebbe cazziato anche me e la mia fotocamera per l’arrendevolezza con cui ho ceduto alle richieste di immortalare il narcisismo addominale di alcuni di loro, in particolare Marco e Gaetano, i più giovani della compagnia e quelli più attenti alla propria immagine. Ma quando raggiungo Paola nel palchetto adibito a sala regia, giusto un paio d’ore prima dello spettacolo, invece di cazziarmi sceglie la via della psicologia inversa e mi fa sapere che in carcere i programmi più gettonati nelle celle sono quelli di Maria De Filippi. “Vorrà pur dire qualcosa”, conclude fissandomi negli occhi. Poco male, penso, quanto a gusti televisivi fuori le cose non vanno tanto meglio. L’unica differenza è che le persone libere o presunte tali, attori compresi, non hanno bisogno del fotografo per avere una foto ricordo dei propri addominali; basta molto meno. Quanto a me, cerco solo di rendermi utile.
Faccio finta di niente e comincio a fare domande cercando dentro di me la forza di somigliare a un giornalista, ma con Paola è facile la vita, basta farle la prima domanda e il resto è in discesa, lei va come un treno. In pochi minuti mi parla del suo rapporto con i ragazzi e di quello con le “guardie” [“non pensavo che mi sarei trovata così bene”]; mi parla della sua infanzia a Taranto [nessun tarantino potrà mai prescindere di parlarvi di Taranto nello spiegarvi quel che fa], di Armando Punzo e della Compagnia della Fortezza, cui si ispira ma da cui prende artisticamente le distanze. E poi mi parla ancora di Io ci provo e della necessità di cambiare il carcere dall’interno, con il teatro, con il rigore che questo comporta, con i mezzi che ha a disposizione, che sono pochi, ma che oggi, tanto per dire, le permettono di contrattualizzare e retribuire gli attori. E adesso che è pure riuscita a portare i suoi spettacoli fuori dal carcere la cosa si fa interessante ma anche molto delicata, nel senso che il rischio di diventare attrattori di civetterie politico-isituzionali, nutrite all’ingrasso dal fascino socialmente esotico della detenzione, c’è tutto. “Bisogna essere bravi a gestire il compromesso – precisa Paola – c’è un limite che so di dover rispettare e oltre il quale non si può andare”. A ogni buon conto mi fa sapere che la compagnia ha un costo: 1500 euro, oppure la possibilità di gestire gli incassi. “Lo scrivo?”, “Scrivilo”. Lo scrivo.

Gaetano durante le prove generali dell’Ultima cena di Aldredo Traps

Per il momento Paola si prende quanto di buono arriva dalle istituzioni [soprattutto Comune di Lecce e Regione Puglia e, l’anno scorso, anche dalla Chiesa Valdese] e dai media, che quando va male scrivono lenzualate come questa. Croci e delizie di un un’iniziativa che comincia a prendere quota, ma in alcuni casi anche delicatissime lotte per la sopravvivenza. Come nel caso dell’intervista per il servizio di Telenorba effettuata nel primo pomeriggio con tutti i ragazzi della compagnia, alla quale ho avuto la fortuna di assistere: una di quelle cose da contenuto settimanale girate interamente con gopro e giornalista-operatore dotato di basettone d’ordinanza e voce da speaker radiofonico primissimi Anni ‘90 [in epoca pre-karaoke]. Ora, passi l’enfasi ingiustificata di certi programmi che piacciono a noi giovani e passi pure quel basettone a pianta larga, ma se a un detenuto chiedi del perché è detenuto parlando come Jonny Glamour, significa che sei davvero curioso di testare la tenuta ergonomia della gopro in relazione alla fisionomia delle tue chiappe. Fortunatamente per le persone, le cose e le gopro presenti in sala il test non è mai avvenuto e l’intervista è andata a buon fine.

Un momento dell’intervista di Telenorba. Da sinistra: gopro, basetta e microfono

A volte basta avere un po’ di fiducia. Fiducia, è questa la parola chiave dell’intera faccenda. Me ne parla Maurizio, di quel che significa avere fiducia in carcere, da detenuti. Mi racconta di come ha visto cambiare l’istituzione carceraria, dai tempi in cui se avevi mal di testa la nevralgina te davano insieme ai manganelli, alla tutto sommato serena situazione attuale. E poi mi racconta di quel “noi” che dentro torna ad avere più senso di quanto non potrà mai averne fuori, parlando sempre piano per farsi capire bene. Maurizio è il più anziano del gruppo nonché l’attore più esperto, visti i suoi trascorsi teatrali proprio con Armando Punzo e la Compagnia della Fortezza. Se non fosse per un signore seduto in platea, che dev’essere della scorta penitenziaria, il teatro sarebbe vuoto. Maurizio lo guarda e fa: “Ti dico una cosa, oggi le guardie potrebbero non esserci”. “In che senso?”. “Nel senso che non accadrebbe niente di strano – mi spiega – e questo perché se qualcosa dovesse andare storto oggi, sarebbe tutto compromesso”. Il “tutto” in questione sarebbe il teatro, che nel caso specifico significa il lavoro di un anno e probabilmente di quelli a venire per coloro che continueranno a far parte della sezione R1. “Mi fido dei miei compagni e so che andrà tutto bene, nessuno farà cazzate. C’è rispetto da questo punto di vista”. Maurizio ha quasi sessantanni e non è quel genere di persona che ama intrattenere il prossimo con aneddoti cazzosi del suo passato, ma il non detto a volte vale più di qualsiasi parola lasciata agli atti della conversazione, perché è esattamente tutto ciò che Maurizio non mi dice a dare senso alle poche cose che a uno sconosciuto è dato sapere. “Questa sera verranno i nipotini miei a vedermi”, mi confida fissando un punto nel vuoto davanti a sé o forse incagliando lo sguardo in uno dei ghirigori del palchetto di fronte. “Loro sanno che il nonno lavora fuori, che fa l’attore in giro per l’Italia e questa sera mi vedranno sul palco”. Sorride. I tempi della nevralgina in pillole di manganello devono essere molto lontani.
Maurizio nello spettacolo fa uno dei camerieri narranti [sono i camerieri a raccontare l’evolversi della vicenda], il più credibile per altro, con quell’atteggiamento fiero di chi la sa lunga ma parla solo quando serve e mai di più, perfettamente fasciato da quella livrea bordò.

Gaetano allo specchio nei camerini

“Tu sei amico di Mattia?”, mi fa Gertian, con quella flemma tipica della parlata italo-albanese. Me lo chiede perché è da tempo che gli ronzo intorno fotografandolo in tutti i modi ma senza mai riuscire a metterlo a fuoco con il mio 35mm manuale [impresa quasi epica nel buio congenito del teatro, di proporzioni mitologiche se nel frattempo il tecnico luci prova le luci cambiandole di continuo] e non sa fino a che punto può può fidarsi di me e del mio accanimento fotografico nei suoi confronti. “Sì – gli dico – sono amico di Mattia, lavoriamo insieme… spesso”. Il suo sorriso è il benestare per continuare a non metterlo a fuoco, ma so che prima o poi mi chiederà di vedere le foto – lo fanno tutti – e dentro di me prego il dio della fotografia di arrivare a quel momento con almeno una foto di Gertian degna di questo nome.
“Fumi?”, mi fa.
“Sì, vuoi una sigaretta”, dico continuando a scattare.
“No, io non fumo”.
“Ah, ok”.
“Ti chiedo se vuoi una sigaretta”.
“No grazie, ho le mie”.
“Se ti serve dimmi, io posso procurare una sigaretta”.
“Grazie tante”.
“Qui siamo tutti molto legati, anche con Mattia”, dice sorridendo e facendomi un cenno d’intesa con la testa al quale rispondo sfoderando un improbabile pollice all’insù, così, a cazzo [odio quando capita]. Gertian non lo sa, ma in qualche modo è come se lo conoscessi, e proprio grazie al lavoro di Mattia, al secolo Mattia Epifani, videomaker, da due anni impegnato a seguire i lavori di Io ci provo con la sua telecamera. L’anno scorso ha firmato un docufilm prodotto da Muud Film sullo spettacolo Ubu R1E, di cui per altro ho avuto il piacere di guardare da vicino le successive fasi di post produzione [qui il trailer]. Gertian è uno dei protagonisti di quel docufilm, il primo che riconosco anche dal vivo in teatro, perché per qualche strano motivo mi è rimasto impresso più degli altri. La sensazione è la stessa di quando ti capita di incontrare per strada qualche volto noto della televisione, chessò un attore, un presentatore, un calciatore, un giornalista di Telerama: è come se lo conoscessi da sempre. “Vediamo foto”, mi fa Gertian. Sono rovinato, o forse no, tentenno, arriva Antonio, Antonio Miccoli, l’aiuto regista di Paola, l’uomo in più della compagnia, la mia salvezza. “Facciamo una foto?”, chiedo. Antonio accetta, Gertian pure, alla fine si unisce anche Gaetano. Una triade perfetta. Andata.

Da sinistra: Gaetano, Gertian, Antonio

Poi riconosco anche Giuseppe, di sicuro l’uomo con l’accento barese più intenso che abbia mai calcato il palco del Teatro Paisiello, talmente intenso che a primo ascolto lo scambieresti per qualche strana lingua non ufficiale a metà tra il francese e il bielorusso. Ma lui di questo non sembra curarsene più di tanto, tant’è che parla in dialetto barese anche durante lo spettacolo, il che rende le sue parti imprevedibili e spassosissime. Con Giuseppe riesco a parlare poco, ma quel poco è messo in chiaro con brutale evidenza nei camerini.

Il braccio di Giuseppe nei camerini del Paisiello

E finalmente conosco Alessio, il protagonista, l’Alfredo Traps dell’ultima cena che sta per andare in scena, già istrionica Mamma Ubu in Ubu R1E e punto di riferimento della compagnia, almeno così mi pare. Alessio da qualche mese vive in regime di semilibertà, cioè trascorre la sua giornata fuori dal carcere e rientra solo per trascorrere la notte. Tra tutti è quello che sembra subire maggiormente il peso dell’attesa, nel bene e nel male. Tradotto, significa che Alessio non riesce a stare fermo per due minuti consecutivi nemmeno per errore; è un meraviglioso caleidoscopio emotivo in moto perpetuo: ride, scherza, abbraccia i suoi compagni, si fa serio, risolve problemi, entra ed esce dal teatro, lui che può, e comunque sempre per beneficiare la compagnia di qualcosa da condividere: che sia la pizza o il caffè. Ma a fronte della naturale irrequietezza, quando in scena c’è Alfredo Traps – accusato di omicidio e poi condannato a morte dal gioco folle di un convivio di sconosciuti gentiluomini gaudenti e omicidi – Alessio passa al lato oscuro della forza e libera l’intensità espressiva che si addice a un condannato a morte, bilanciando da solo, con il dramma della [apparentemente] ingiusta condanna di Traps, l’alticcia follia del branco. “E se fossi davvero un assassino?”, sussurra Traps alla signora seduta in prima fila, ormai stordito dall’insensatezza della vita. Forte.

Alessio nei camerini del Paisiello

Prima che il teatro apra le porte mi fermo a parlare con l’unica uniforme presente in teatro [gli altri agenti sono tutti in borghese], quella di Riccardo Secci, comandante del carcere di Lecce, riminese, harleysta e sostenitore convinto di Io ci Provo, così come della necessità di aprire il carcere di Lecce alla modernità. Lui parte da un assunto: “In carcere di positivo non c’è nulla. Tutto ciò che di positivo ci può essere lo devi costruire giorno per giorno”. Ecco, per capirci, Secci non risponde esattamente alla tipologia di comandante di carcere che ti aspetteresti se hai visto almeno una quindicina di volte Le ali della libertà, emozionandoti ogni volta che nel film arriva lo spiegone della fuga di Andy Dufresne [“che attreversò un fiume di merda e ne uscì pulito e profumato”] o quando Red si siede davanti al funzionario e gli dice chiaramente che per lui la parola “riabilitato” è una parola inventata dai politici [“in modo che un giovane come lei possa indossare un vestito, una cravatta e avere un lavoro”], ma in fin dei conti si fa presto ad abituarsi alla cordialità del comandante che ho davanti. Secci mi parla dei progressi del carcere di Lecce, della sua nuova politica di apertura, degli “oltre 400” detenuti che frequentano la scuola in età adulta e degli “oltre 350” che sono impegnati “in attività lavorativa continuativa”. E sarà quel suo accento romagnolo, ma raccontato da lui il carcere sembra quasi un buon posto in cui trascorrere il tempo libero.
In effetti la discrezione con cui gli uomini della scorta penitenziaria, i suoi uomini, presidiano il teatro Paisiello confonde le idee. Se non sapessi che sono agenti di polizia li scambierei per critici teatrali. “Sorveglianza discreta ma attenta – precisa Secci – tenga presente che il personale presente questa sera è gente che ha seguito tutto il percorso del teatro e si è specializzata, conoscendo bene le persone e costruendo un legame di conoscenza che sicuramente aiuta”. E non poco, visto il clima disteso che si respira avanti e dietro le quinte.

Un agente di polizia aiuta un attorono con il nodo alla cravatta

E’ tempo di aprire i portoni del teatro. Dalla platea ancora vuota si sente un fragoroso “merda, merda, merda”. Li immagino in cerchio, stretti l’uno all’altro con le braccia aperte sulle spalle del vicino, protesi in avanti, come fanno i calciatori prima di una partita. Lì per lì mi riprometto di approfondire questa storia di incoraggiarsi invocando a gran voce la merda, ma poi cambio idea. Non so perché ma la cosa mi incupisce.
Il teatro comincia a riempirsi di ogni specie della fauna umana, è bellissimo. Ci sono i parenti dei detenuti, compresi i nipotini di Giuseppe [cui a fine spettacolo verrà concesso di salutare il nonno], ci sono i politici e gli amici dei politici, c’è Airan Berg, i giornalisti, gli opinionisti, i nani, le ballerine e svariati esemplari umani non indentificati. Un vero successo.
Intorno alle 21,30 suona la terza campanella, l’ultima. Il teatro è pieno e risuona di un vociare uniforme. D’un tratto la sala si fa buia, il pubblico si zittisce. Lo spettacolo ha inizio.

P.S. Ora, detto tra noi e prima ancora che i protagonisti se ne possano lamentare al termine di tutto, dietro la scena dell’Ultima Cena di Alfredo Traps e poi ancora più in là, oltre le quinte del palco, nell’atrio esterno che precede l’uscita posteriore del Teatro Paisiello, dove tra non molto mi concentrerò sulla mia winston rossa per evitare di essere banale, sappiate che a fine spettacolo ci sono stati svariati minuti di appalausi convinti da parte di tutto il teatro, perché lo spettacolo, in realtà, ha spaccato.

Signore e singori, ecco a voi L’ultima cena di Alfredo Traps

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