Lecce, così marciscono i beni confiscati alla mafia

La villa di Filippo Cerfeda nel 2010

Quasi a voler sfidare il destino Filippo Cerfeda, boss della Sacra Corona Unita, costruì la sua villa a due passi dal carcere di Borgo San Nicola. Nei primi anni duemila Cerfeda era considerato tra i primi trenta latitanti più pericolosi. In quegli anni, secondo il Dipartimento della Pubblica sicurezza del Ministero dell’ Interno, la maggior parte degli omicidi compiuti nella provincia di Lecce “sono la conseguenza di precise volontà del boss leccese”. Fu arrestato nel marzo del 2003, ad Amsterdam, con l’accusa di associazione di tipo mafioso, traffico di droga e omicidio. Un mese più tardi, nei riguardi del clan Cerfeda, arrivò il provvedimento giudiziario più odiato dai mafiosi: il sequestro dei beni. Otto automobili, due negozi, due appartamenti e la villetta di Borgo San Nicola passarono nelle mani della magistratura. Adesso la villa, completamente ristrutturata, diventerà un centro di accoglienza psicopedagogica per minori appartenenti a famiglie disagiate e per donne vittime di violenza. Il progetto è stato finanziato dalla Regione Puglia nell’ambito dell’iniziativa Libera il Bene. Ma questa realtà, nello scenario dei beni confiscati e riutilizzati a fini sociali, è una cattedrale nel deserto.

Sono tre le categorie dei beni confiscati alla mafia: beni aziendali, beni mobili (come denaro, automobili, barche) e beni immobili. Quest’ultimi sono quelli con il valore simbolico più alto. Una villa può raffigurare il potere, l’opulenza, di un boss sul territorio. Nelle case si radunano le famiglie mafiose, si stringono mani e si decidono le esecuzioni. Ma sono anche i beni che incontrano i maggiori ostacoli nel processo di assegnazione agli enti locali e nel conseguente riutilizzo per scopi sociali. Cercheremo di spiegare, per gradi, quali sono queste difficoltà.

Secondo l’Anbsc (Agenzia Nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata) al Comune di Lecce sono stati consegnati 27 beni. Si tratta di ville, fabbricati, terreni e appartamenti. Un grande patrimonio immobiliare a disposizione della città e delle associazioni che si propongono di riutilizzare il bene per attività sociali. Ma solo su tre di questi beni è stato approvato un progetto definitivo. Si tratta della villa di Cerfeda, di un terreno in località Caracci dove sorgerà il nuovo canile comunale e di una proprietà situata nei pressi di via Adriatica, in località Masseria Ghermi. Qui c’è un terreno di tre ettari su cui sorgono tre fabbricati dove una volta si producevano mattoni forati in calcestruzzo. L’azienda apparteneva ad Angelo Vincenti, uno dei capi storici della mala locale. Vincenti fu arrestato nel 1993 perché ritenuto il mandante della cosiddetta “bomba dell’Epifania”. La mattina del 6 gennaio 1992 furono dislocati degli ordigni esplosivi sui binari della stazione di Surbo sui quali, poco dopo, sarebbe passato il rapido Lecce – Zurigo con a bordo 1.200 persone. Tentata strage e associazione mafiosa furono le accuse rivolte al boss che in seguito si vide confiscare le proprietà. Tra queste vi era il terreno di via Adriatica che nel 1998 fu affidato al Comune di Lecce.

Inizialmente l’amministrazione aveva in mente di riutilizzare il bene per la creazione di un campo rom. Il progetto naufragò per l’opposizione del comune di Surbo e tutto ritornò nel dimenticatoio. Solo nel 2009 si ricominciò a parlare della riutilizzazione di questo bene. Il progetto di Palazzo Carafa era ambizioso: creare un centro di accoglienza per persone senza fissa dimora, per un totale di 25 posti letto. Nacque cosi il progetto “Koinè”, che nel 2011 ottenne un finanziamento di 2 milioni e 100mila euro dal Pon Sicurezza e che prevedeva di affidare la gestione del centro ad una cooperativa di ex detenuti o persone condannate e ammesse a misure alternative alla detenzione. Un bel progetto, che dovrebbe fornire occupazione a persone emarginate e che finalmente dovrebbe dotare la città di Lecce di un ricovero comunale per senzatetto. Il condizionale è d’obbligo, per un motivo molto semplice: dopo sette mesi dall’approvazione del progetto definitivo siamo andati a vedere a che punto è il recupero del bene. Ad oggi la struttura è in queste condizioni:

Gli edifici sono fatiscenti e vandalizzati, i muri interni sono neri a causa dei roghi accesi all’interno. La zona è diventata una grande discarica di rifiuti di ogni tipo. In un angolo si scorgono, ammassate, numerose lastre di amianto. Non mancano i rifiuti organici. Mucchi di gusci di cozze e vongole fanno da contorno a cumuli di rifiuti edili ed elettronici. Nelle condizioni in cui è l’area necessiterà di una bonifica, prima ancora della ristrutturazione degli immobili. Ma almeno su Masseria Ghermi un progetto c’è. Invece cosa bolle in pentola sugli altri beni confiscati alla mafia e affidati al comune di Lecce? Molti di questi sono terreni mentre la maggior parte dei fabbricati sono inagibili, alcuni stanno letteralmente cadendo a pezzi, soprattutto quelli situati nelle marine leccesi tra Torre Chianca e Torre Rinalda. Tra queste strutture abbandonate ci sono anche residenze di lusso, come una villa situata a San Ligorio fornita di un giardino di 4mila metri quadri, rifiniture ricercate e una vasca jacuzzi in bagno. Nel Comune di Lecce in tutto sono sette. Dietro questa cifra, per ognuno di questi beni lasciati all’usura del tempo, c’è una piccola sconfitta per le istituzioni. Non solo perché queste proprietà potrebbero essere ritualizzate dalla comunità. Ma anche perché queste ville o appartamenti, lungi dall’essere semplici agglomerati di cemento e mattoni, rappresentano dei simboli. Tramite il riutilizzo questi beni impersonificano il riscatto della società civile sul sistema mafioso.

La villa confiscata a San Ligorio

Perché un bene confiscato viene lasciato in uno stato di abbandono? Cosa si inceppa nel meccanismo istituzionale? Attilio Chimienti, responsabile regionale di Libera per i beni confiscati, spiega che “un primo problema è la lunghezza dell’iter che porta il bene dal sequestro giudiziario all’assegnazione all’ente locale. Di mezzo c’è la lunghezza dei tempi dei processi penali italiani. Dal sequestro del bene, che è la prima azione che compie il giudice, alla sua confisca definitiva passano in media otto anni. Su questi immobili spesso gravano anche delle ipoteche che allungano ulteriormente la consegna all’amministrazione. Poi il bene passa in mano all’Anbsc che entro novanta giorno dovrebbe destinare il bene al comune che, a sua volta, ha un anno di tempo per riutilizzarlo per finalità sociali ”.

Sulla carta un anno. In realtà i tempi per il recupero sono lunghissimi anche una volta che il bene viene assegnato alle amministrazioni. Il problema degli edifici sempre più vetusti dopo anni di mancata manutenzione si unisce alla mancanza di fondi per la ristrutturazione e di idee progettuali per incanalare i finanziamenti. Si entra in un vicolo cieco. “I comuni dovrebbero cominciare a lavorare sul bene appena gli viene assegnato, in modo tale da non dover affrontare in seguito gli alti costi di recupero” continua Chimienti “per questo è necessario che tali strutture siano all’interno di un disegno politico del comune. Servirebbe un ufficio tecnico predisposto ad occuparsi ogni giorno di questa partita, che si impegni ad intercettare finanziamenti e a coinvolgere le associazioni per rendere vivi almeno quei posti che non necessitano di grossa ristrutturazione. Anche le stesse associazioni devono fare un passo avanti, devono interessarsi al recupero di queste strutture, avanzare proposte. Si tratta di un patrimonio di tutti”. Secondo il responsabile di Libera il Comune di Lecce è comunque uno dei più attivi della Regione: “Lecce almeno è riuscita a farsi finanziare tre progetti. Certo hanno altri venti beni da riutilizzare ma in Puglia ci sono realtà che stanno molto peggio. Ad esempio il Comune di Taranto negli ultimi quindici anni non ha presentato nessun progetto”.

Della gestione dei beni confiscati alla mafia nel comune di Lecce abbiamo provato a parlarne con Attilio Monosi, assessore al Patrimonio e alle Politiche abitative, ma non abbiamo ricevuto risposta. Siamo riusciti a sentire Pasquale Gorgoni e Sergio De Salvatore, rispettivamente coordinatore e geometra dell’ufficio patrimonio. Dalla conversazione con i due tecnici comunali emerge un primo fatto

Un immobile confiscato a Torre Rinalda

importante: nel capoluogo salentino la gestione di questi beni si intreccia con la piaga dell’emergenza abitativa. Tre abitazioni confiscate sono state assegnate come “alloggi per indigenti” e, secondo quanto dichiarato da De Salvatore, “il comune ha inserito 6-7 strutture inagibili all’interno del piano casa varato nel maggio scorso. Piano che è stato mandato alla Regione per la richiesta di finanziamento di recupero di questi beni per far fronte all’emergenza abitativa”.

Poi ci sono quelle case confiscate ma che sono state occupate dagli stessi mafiosi o dai suoi familiari. Nel 2007 erano 6, in seguito sgomberate. Tranne una. A Torre Chianca c’è un’abitazione confiscata ma ancora “posseduta” dall’ex proprietario. “Non siamo riusciti ad entrare in possesso di questo bene” afferma Gorgoni “dall’esterno sembra dismessa e da quando ci è stato assegnato non riusciamo a reperire l’occupante neanche per notificargli l’ordinanza di sgombero. Stiamo aspettando l’estate per verificare se effettivamente ci abita qualcuno”. Ma l’impressione è che questa persona non sia poi così irraggiungibile, posto che si tratti dello stesso uomo di cui parlano gli impiegati comunali. Quando andiamo a vederla la casa sembra abitata, in giardino c’è un tavolo e delle sedie di plastica, degli abiti sono appesi ad una corda tesa tra due estremità.

Alla fine della fiera il quadro che emerge è sconsolante. Una inchiesta del programma televisivo L’Indiano mostrò il declino economico delle aziende confiscate alla mafia. Una impresa gestita dalla criminalità organizzata va a gonfie vele, garantisce posti di lavoro e alti profitti. Fallisce invece quando viene confiscata, una volta che la gestione passa alla magistratura. Sull’altra categoria di beni confiscati, gli immobili, le conclusioni sono simili.

Un sistema che continuerà ad essere farraginoso fino a quando non cambieranno le condizioni burocratiche e politiche che ruotano attorno alla gestione di queste strutture una volta che vengono strappate alla malavita. A queste condizioni il bene viene svuotato del suo significato. Da risorsa può diventare un peso per le amministrazioni, che in alcuni casi decidono di metterlo in vendita. Il bello è che le confische continuano a crescere. L’Abnsc attualmente si trova nelle mani 55mila unità immobiliari confiscate sul territorio nazionale. Un numero in netto aumento, come in aumento sono i beni che nei prossimi anni saranno assegnati al Comune di Lecce. Potrebbero essere dodici in tutto. Dodici beni che rischiano di allargare le file di questi simboli svuotati.

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