“Parole freccia” e la realtà poetica di Marco Vetrugno

Col tempo capirai
quanto sia difficile
uccidere un  poeta
(Marco Vetrugno, Organismi cedevoli) 

L’urgenza di scrivere, la necessità, l’unico modo che conosci per vivere, per stare al mondo, l’inchiostro liberatorio, lo scrivere per inerzia, come era per il grande Pasolini, “la poesia come unica realtà”, una “tregua”, un’urgenza salvifica. Osservo Marco Vetrugno, giovane poeta leccese, lo ascolto, durante la presentazione del suo secondo libro, Organismi cedevoli, Manni editore, alle officine Ergot di Lecce, domenica 27 aprile. Lo osservo a lungo, le sue parole e i suoi versi arrivano dritti allo stomaco. Lo osservo perché il suo fare timido e tipico dei poeti ha un sapore autentico. Ma scelgo di non fare domande, quelle banali, improvvisate e messe in croce a fine serata per riempire un taccuino o la memoria di un registratore, scelgo di non farle perché la poesia, quella vera, non può essere spiegata. La sua è tra quelle quattro mura, tra i quadri del maestro Massimo Marangio che ha scelto come cornice pittorica per quella serata, nelle parole di Mauro Marino che descrive le sue incursioni al Fondo Verri come delicate e gentili.

É nei versi letti, nella sua urgenza di cultura come “unica terapia” necessaria, nei libri di Dylan Thomas di cui ha bisogno di nutrirsi anche in una cella, nei versi che si sono fatti trovare sempre lì, pillole serali prima di andare a letto, pozioni magiche di poeti che cullano, da quelli internazionali a quelli locali, primi fra tutti Antonio Verri e Salvatore Toma che riesce a lasciare le tracce e a farsi sentire nei suoi versi.

Cerchi di avvicinarti in punta di piedi a quel mondo. Un dipinto di Egon Schiele ti dà il benvenuto in quel labirinto poetico. Un mondo fatto di esperienze personali, sensazioni, pensieri, sfoghi, tenere dichiarazioni. E poi ancora, inquietudine, introspezione, rabbia, sensualità, nostalgia, morte, omaggi alla resistenza e schieramenti politici netti, quadri poetici in cui personaggi della letteratura, grandi scrittori e artisti attraversano la tela: da Ginsberg a Sartre, da Dalì a Godot, da Bukowski a Hemingway. Una raccolta di cinquanta poesie, Una sequenza di componimenti che intrappola e ipnotizza fino all’ultimo verso, “parole freccia” scritte tra la fine del 2012 e l’inizio del 2013, un ponte tra il primo lavoro poetico e il prossimo libro che è già in cantiere. Versi corti che sembrano scandire il tempo, i ricordi, il sentire, raccontano senza maschere gli anni trascorsi, l’adolescenza difficile, le esperienze vissute e la faccia autentica di questa città.

Le pagine scorrono, quei “fogli di poesia” quasi ipnotizzano. Il respiro di questa piccola città barocca ti invade. É un respito vero, autentico, con le sue contraddizioni, i suoi modi di fare, una bellezza che sembra quasi ricucita per nascondere le ferite che Lecce si porta dentro. La faccia di una città diversa, non la piccola bomboniera patinata che attrae migliaia di turisti e imbellettata per l’occasione, una città che sfugge agli occhi dei più, vissuta e vista da quelli di un trentenne, come tanti, dipinta dal suo inchiostro, resa immortale, ancora una volta. Marco è cresciuto qui, tra le pietre gialle e un parco giochi dismesso, in un ambiente, quello leccese, troppo clericale per i suoi gusti, fatto di scelte politiche lontane e non condivise, una città quasi immobile, con i riti di sempre, cimeli preziosi da mettere in vetrina, come “la cara bambolina/ di cartapesta/ del Cristo nascente/ nel presepe gigante/ nella piazza/ del santo patrono”, l’idolo più prezioso “della nostra cara/ fottuta città”.

Eppure un microcosmo a lui caro, perché i punti fermi nell’immensità di quel barocco, ferito, sono quelli di sempre, legami che ti porti dietro. C’è una Lecce unta di nostalgia nei versi di Marco, una città che ormai non c’è più, immagini poetiche che riesci a vedere ancora nei paesini della provincia: “le vere osterie/ con i mazzi di carte scalcinati/ fra mani rugose/ di vecchi alcolizzati”. C’è una città senza maschere nei suoi versi, spogliata da ogni velo, una piccola città che non offre molte prospettive o speranze al nostro “miserabile futuro”. Marco conosce la poesia come unica realtà, i suoi versi, forti, arrivano come un pugno allo stomaco. Torno a casa, le stradine del centro sembrano diverse, quel via vai di gente confonde, nasconde. Sarà colpa della pioggia: la regina è nuda stasera.

“Tre amici adolescenti
una bottiglia di whisky
tre cartoni di LSD Hoffman
la notte
ed una città barocca
parco giochi dismesso.
Quando ancora esistevano
vere osterie
con mazzi di carte scalcinati
fra mani rugose
di vecchi alcolizzati.
Leggeri
noi brindavamo
per il funerale
di un migliaio
di giovani
ignari neuroni
deceduti
per il tacito abuso
di risate
incontrollate
schizofreniche.
Quando ancora riuscivo
a riconoscere
nei volti
rivoluzionari
dei piercing
e dai capelli decolorati
il famoso
bene idilliaco
di quel sentimento fraterno
che è l’amicizia.
Passeggiavamo
sulle altrui auto
defraudando
la nostra cara città
del suo idolo
più prezioso:
la cara bambolina
di cartapesta
del Cristo nascente
nel presepe gigante
nella piazza
del santo patrono.
[…]
Parlando per ore
nei vicoli desolati
delle stronzate
più assurde.
Fantasticando
sul nostro miserabile futuro
speravamo
inconsciamente
di potercela fare.
Forse
solo per poterci
rincontrare
come quei vecchi
perdenti
delle osterie
con i denti consumati
e centinaia di storie
insensate
da raccontare.
(da Organismi Cedevoli, Manni editore)

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