Salvatore Toma, a great poet

La finestra della sua casa natale

Sotto il sole caldo di luglio, non è difficile scorgere qualcosa che parla di lui. Ogni angolo, ogni stradina, nel piccolo borgo di Maglie, racconta storie e aneddoti legati a “quel matto”, a quel grande poeta che è stato Salvatore Toma.

Salvatore Toma a great poet: quegli adesivi che s’era fatto fare con cura e aveva sparso per tutta la sua cittadina: sugli angoli dei palazzi, nei bar, sui pali della luce, sulle finestre delle case antiche, sulla Maggiolino dell’allora sindaco Bernardo Pacella. Oggi, sulla vernice scrostata di una vecchia Cinquecento, quella frase è ancora intatta e porta con sé il sapore di un tempo. E lontano dai libri, dalle pagine ingiallite dei suoi manoscritti, dagli appunti degli addetti al settore, dai circoli letterari e dalla ricerca documentaristica, ci si ritrova catapultati in una realtà quasi onirica, una terra poetica, fatta di luoghi, piccoli oggetti e testimonianze che tracciano una mappa, raccontano storie e fanno conoscere da vicino chi è stato veramente l’uomo e il poeta.

Il tempo qui a Maglie pare essersi fermato, quasi a voler conservare e custodire un patrimonio letterario ancora, purtroppo, poco noto tra la gente della sua stessa terra. Salvatore Toma, qui, lo ricordano in tanti, chi con un sorriso nostalgico, chi con una smorfia malinconica, quella personalità così sopra le righe è difficile poterla scordare. Un carattere difficile e un po’ scomodo, un poeta tanto apprezzato solo dopo la sua scomparsa, dopo che l’intuito di Maria Corti, nel 1999, lo fece conoscere al grande pubblico grazie alla pubblicazione della sua raccolta più nota: Il canzoniere della morte, edito da Einaudi. Prima, solo un’intensa e breve vita poetica, raccolta  in sei volumi, pubblicati tra il 1970 e il 1983.

Una stradina ci porta al civico 37 di Via Trento e Trieste, qui è nato Salvatore Toma e qui la sua famiglia gestiva, fino a qualche anno fa, il negozio di piante e fiori in cui trascorse i primi anni della sua vita. Le giornate passate con il fratello Carlo, l’amico Pietro e i ragazzi del quartiere, in quel “meraviglioso angolo fatto di colori e profumi intensi” che sembra ancora di sentire. Lo sguardo si alza e incrocia una piccola finestra che si affaccia sulla strada, da lì Salvatore Toma osservava il mondo, quel piccolo microcosmo che tanto odiava, perché troppo diverso da lui. Un mondo fatto di “morti ambulanti, mummie, uomini impettiti, ciucci de fatìa”, che presi com’erano dalla routine distoglievano lo sguardo dalla bellezza intorno e perdevano l’occasione di innamorarsi delle piccole cose che invece incatenavano gli occhi del poeta, facendolo stare ore e ore a scrivere, sulle pagine bianche di taccuini fatti a mano, lavorati con cura da Morea, un cartolaio che è diventato un’icona a Maglie, con il quale Salvatore trascorreva ore e ore in quella bottega al civico 35 di via Trento e Trieste.

Il cortile del Liceo Capece di Maglie

Gli anni della scuola, c’è chi li ricorda con nostalgia. L’amico del cuore, Pietro Notarnicola, inizia il racconto e ad ogni sua parola ti pare di conoscere quel poeta un po’ di più . I ricordi si susseguono: i tempi delle elementari, i temi che Salvatore consegnava sempre prima degli altri, quei fogli riempiti in pochi minuti, le storie dei capi indiani, la fantasia sfrenata che aveva nel riempire di dettagli le trame dei film viste il giorno prima con il nonno. “Il lunedì per noi era una vera festa, un rito -dice Pietro- ci disponevamo tutti in cerchio ad ascoltare lui e i racconti di quei film, che erano sempre a metà tra il reale e l’immaginario”. Gli anni trascorrono, tra passeggiate nei campi e corse in motorino, perché l’esigenza di isolarsi e allontanarsi da quel mondo, “per stordirsi del colore dei prati o del mare in tempesta”, per ritrovare nella natura tutto ciò di cui aveva bisogno, era troppo forte. Pochi passi e arriviamo di fronte alla sua scuola.

Salvatore Toma ha frequentato il Liceo Classico Francesca Capece. Qui, qualche professore lo ricorda ancora. Lo studio non gli interessava, è per questo che fu bocciato, preferiva chiudersi ore e ore nella Biblioteca Comunale in compagnia dei suoi autori preferiti: da Montale a Pasolini, da Foscolo a Leopardi, ma erano i poeti maledetti che più lo appassionavano, riusciva a trovare in loro il senso profondo delle cose. La morte come tematica costante nella sua poetica e quelle notti passate nei cimiteri con gli amici, alla ricerca di altri stordimenti, lo facevano sentire un po’ come loro. Gli anni del Liceo erano gli anni in cui conobbe la sua musa ispiratrice, alla quale dedicò i versi più belli. “Tina Spertingati -racconta sorridendo l’amico- era per lui una vera ossessione, un amore platonico, romantico, un po’ leopardiano. Quante e quante volte di notte mi costringeva ad accompagnarlo, prendeva i fiori dal negozio di famiglia e li portava su quel balcone, ma poi non faceva niente, era troppo timido”. Versi romantici e profumi intensi  che riecheggiano ancora vicino al civico 157 di Via Vittorio Emanuele.

Il bosco delle Ciancole, ora recintato

A Tina Spertingati, Salvatore aveva dedicato anche un angolo del suo amato boschetto. “Era l’angolo più bello di tutto quel paradiso verde- racconta la moglie Paola- fatto con monili d’argento, il sole si rinfrangeva su di essi e creava dei giochi di luce meravigliosi”. Nel bosco delle Ciancole su Via Scorrano, ora proprietà privata e inaccessibile, trascorse molti anni della sua vita, qui allevava i suoi amati cani, i bull terriers su tutti. Provò a trasformare questa passione in un’attività lavorativa che non andò mai a buon fine, perché chi lo conosceva dice che Salavatore “nu tinia propriu lu fiutu pe’ l’affari”. Versi e natura, quelle poesie scritte all’ombra di una quercia maestosa, l’ispirazione che arrivava all’improvviso, i discorsi interrotti per prendere appunti su quel taccuino riposto con cura nel taschino delle sue giacche, era questo il suo mondo. Versi nati, raccontano, soprattutto da sogni o ispirazione improvvisa. La poesia, per lui, era l’unica ragione di vita e aveva provato in tutti i modi ad emergere. “Quello che lo ha limitato- racconta l’amico- è stato il fatto che fosse una persona molto schiva e lontana dai circoli. Per lui esisteva solo la natura, ma i contatti con i grandi poeti riusciva ad averli lo stesso.” Pietro si ferma, apre un vecchio libro di Salvatore, e tira fuori due fogli di carta un po’ usurati e ingialliti, l’uno firmato da Prezzolini, l’altro da Eugenio Montale. Poi sorride, guarda una foto con orgoglio e un pizzico di nostalgia e afferma: “Era un grande, il mio amico! Era riuscito a farsi rispondere da due mostri sacri della letteratura che apprezzarono molto le sue poesie. Ricordo che corse da me a dirmelo con la felicità negli occhi, quella di chi fa della scrittura l’unica ragione di vita. Era qualcosa di eccezionale. Non era un matto come tutti credevano”

Salvatore Toma non era un matto, raccontano nel suo paese. Era uno che vedeva le cose prima degli altri, “uno che ti faceva toccare il cielo con un dito, uno che nelle mattinate in cui il vento di levante soffiava forte, andava sulle dune degli Alimini con un binocolo in mano: diceva che in quei giorni le aquile dall’Albania, seguendo il forte vento, si spingevano sul Canale d’Otranto sino ad essere visibili dalla nostra sponda”; uno che con gli occhi pieni di lacrime esprimeva la sua preoccupazione per ciò che succedeva intorno all’amico Pietro: “Qui costruiranno case, scuole, industrie, e allora, sarà davvero la fine del mondo.” Lo aveva capito bene anche il suo amico e collega Antonio Verri, Toma era “un colossale bagno di trovate, feroce, sanguinario, come tutti i veri poeti, un io che vince, dolorosamente, ma vince, che sovrasta dall’alto di una quercia secolare, un batuffolo di ironia e di smaliziato candore”. Salvatore Toma era anche un coraggioso e spericolato, un Don Chisciotte, uno che ci credeva, uno che le battaglie più dure le combatteva contro i ricchi, i potenti locali, i politici arrivisti, gli approfittatori ai quali spediva in continuazione brevi e fulminanti lettere in versi. Una sorta di pizzino poetico,  il suo, che conteneva avvertimenti, frasi di disappunto, delle volte ironiche, altre volte forti, che riuscivano, confessa Pietro, a mettere veramente in crisi chi le riceva. E che si trasformava in una sorta di guerrilla marketing in rima quando decideva di affiggere queste pillole polemiche per tutta la città. Le sue denunce più forti le ha mosse contro Leone, il proprietario di un piccolo negozio d’armi a Maglie che era in Via Conciliazione.

Ma nonostante l’audacia del suo essere poeta di fronte al piccolo mondo di Maglie, Salvatore Toma era un uomo fragile, insicuro, estremamente sensibile che è riuscito a conquistare “la sua donna favolosa”, la moglie Paola, proprio grazie alla sensibilità d’animo che aveva e a quegli occhi che riuscivano a guardare ciò che agli altri pareva invisibile. Paola confessa di essere stata rapita e affascinata sin da subito. “Ricordo il nostro primo incontro, e il suo approccio: esordì in maniera sicura con un “Allora sei bisognosa d’affetto!” dopo che ascoltò una mia conversazione con i compagni del corso che frequentavo in cui raccontavo di essere stata in collegio. Fu l’inizio di una lung­a e bellissima conoscenza. Passavamo tutti i pomeriggi insieme, facendo lunghe passeggiate nelle campagne di Lecce, era un uomo che aveva tanto da raccontare: di quello che scriveva, di come lo consideravano pazzo in paese, dei suoi amori epistolari… e tu non avevi scelta, potevi perderti in quei discorsi.”

cartolina da Paul Newman per Salvatore Toma

Il racconto di Paola continua e ripercorre quegli anni passati insieme: la sfrenata ironia di Salvatore che si auto-inviava cartoline firmate da personaggi pubblici (Craxi, Diego Armando Maradona, Paul Newman), la sua passione per la poesia, quel feeling forte che li univa, il matrimonio e la loro piccola casa in Via Ospedale, il legame con Verri, un poeta e un uomo che Salvatore stimava e adorava. “Ricordo che un giorno tornato a casa era entusiasta, aveva il gli occhi pieni di gioia, mi disse “Verri, oggi l’ho stupito!”. Il suo parere contava molto per Salvatore”.

E ancora la passione in comune per gli animali e la decisione di aprire il Tarabuso, nel 1974, una piccola attività in cui vendevano cani e uccelli. Al suo posto oggi, le vetrine di De Iaco, sotto i portici di Via Mazzini. E poi, gli anni difficili dopo il matrimonio, la sua malattia.

“Ricordo che mi disse che stava andando in ospedale, a Gagliano, per curarsi- racconta Pietro- era un po’ scettico, ma non avrei mai pensato che due giorni dopo il mio amico sarebbe morto per una crisi d’astinenza e non l’avrei mai più rivisto”. Quella mattina “Gagliano era più bianca, forse un fabbro stava martellando, accordando. Stava morendo un poeta”. Oggi, Maglie conserva ancora le sue tracce, l’epitaffio inciso su quella tomba, quasi nascosta, nel cimitero comunale, riesce a strapparti un ultimo sorriso. Sembra quasi un adesivo, indelebile, incollato da quel poeta un po’ matto, che in una notte di luna piena ha deciso di urlarlo al mondo intero chi sia stato veramente. “Salvatore Toma a great poet”, 17 marzo 1987.

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2 thoughts on “Salvatore Toma, a great poet

  1. Una grande ammirazione per il suo linguaggio umano , terrestre , definitorio e definitivo come quello di un bambino cresciuto che non ha mai smesso di esserlo .

    leopoldo attolico –

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