Liberate Antonio Verri (dalla gabbia localistica)

A pochi giorni dall’uscita in libreria della biografia di Antonio Verri di ‘Con gli occhi aspetto la neve’, dalla penna di Rossano Astremo, facciamo una riflessione sulla fortuna critica di questo tassello di cultura italiana.  Ripercorrendo attraverso questo testo di facile lettura la biografia e le vicissitudini letterarie di Verri, pieno di approfondimenti sulla sua verve sperimentale, sorge sempre la solita, immancabile domanda: ma come è possibile che una personalità simile, di una tale modernità e sfrontatezza non sia degnamente annoverata nelle antologie nazionali? Come mai non in quelle scolastiche? In breve, perché è noto quasi esclusivamente nel Salento, in Puglia e ad alcuni meridionalisti nel resto d’Italia?

I motivi per cui questo autore merita di uscire dalle conoscenze letterarie di una ristretta nicchia localistica son presto detti. Si tratta di uno scrittore che è sceso dall’empireo in cui i poeti spesso si auto-collocano, per sporcarsi le mani nell’editoria anche come mercato e come sfida. E ritenendo tutto questo una cosa bella e poetica. Fondatore di diverse riviste, con la prima ‘Caffè Greco’, fondata nel 1977, si oppone chiaramente al vecchio modo di fare letteratura, contro gli editori e la logica (ancora attualissima) del ‘chi non paga non pubblica’. Scendeva in strada, davanti alle università a parlare con gli studenti della sua rivista, per persuaderli a seguirla e a condividerne il manifesto. Accettava di essere preso per uno svitato, un ‘personaggio’ da cittadina di provincia, pur di metterci la faccia oltre che la penna.

Ha trascorso anni gettandosi a capofitto nella costruzione di collane editoriali, riviste, scrittura di romanzi complessi e sperimentali sul piano linguistico, tra un’ironia e audacia paragonabili forse solo a Joyce per alcuni aspetti, a Bukowsky per altri. Ma il paragone non rende l’unicità di un uomo che capì l’importanza della brevità e del sincretismo artistico molto prima che arrivasse il mondo dei social, della generazione 2.0 e la società dell’immagine. Verri è, anzitutto, moderno.

Se Verri fosse un autore emergente, pubblicato da un editore con distribuzione nazionale, sarebbe un fenomeno giovanile generato dal passaparola. Perché invece questo (ancora) non avviene? Proviamo ad addurre una motivazione che non sia la solita ‘il Sud viene messo da parte e penalizzato da una cultura dominante sabauda e leghista’. L’interessante testo di Astremo riporta in quarta di copertina (la seconda cosa vista da un potenziale lettore di un testo) ‘Antonio Verri, scrittore e animatore della scena letteraria salentina dalla fine degli anni Settanta’. Questa scelta (dell’editore) di ratificare sin dalla premessa che questo luminare della sperimentazione letteraria ha animato la cultura salentina è, forse, un blocco psicologico e una porta sbarrata alla curiosità del lettore ‘generalista’.  Verri rischia di essere nuovamente percepito (solo)  come ‘un pezzo di questione meridionale’.

Altro modo per far comprendere la portata culturale oltre che umana di questo personaggio sarebbe farlo uscire, liberarlo, da una letteratura saggistica e biografica, soprattutto iper-celebrativa. Verri fu un personaggio quasi pasoliniano, legato alla politica e alla letteratura in quanto strumento politico e sociale. Era un passionario, un temerario e allo stesso tempo uomo umorale e fragile. Caratteristiche perfette per un personaggio a tinte chiare e scure di un romanzo. O quanto meno per non chiuderlo nelle inaccessibili teche della canonizzazione. Sarebbe più facile affezionarsi ed incuriosirsi attraverso un romanzo a lui ispirato, ad esempio. Parrà nazional popolare, ma per molti ha funzionato. E la cultura, che ci piaccia o no, non passa solo attraverso i circoli culturali ma anche attraverso gli scaffali dei best seller delle librerie. E persino attraverso la fiction di quarta categoria.

Forse però, la verità è che un personaggio di simile spessore ci piace serbarlo ancora per un po’ (e nella storia della critica letteraria, ‘un po’ ‘ può corrispondere a un paio di decadi) come patrimonio nostrano. Come una mamma meridionale che vuole tenere il figlio a casa ‘ancora per un po’ ‘ prima di regalarlo al mondo. Se è pur vero che solo un conterraneo può comprendere  il legame tra Verri e la sua terra e quanto questo legame sia un enzima catalizzatore per andare ovunque e conquistare il mondo,è anche probabile che solo i lettori conterranei possono liberarlo dalla gabbia localistica e spiegare bene l’importanza della sua figura su uno scenario nazionale e persino internazionale.

Tanto più che lo stesso Sergio Torsello, nella prefazione al libro di Astremo, lo paragona a Don De Lillo e lo definisce (giustamente) ‘ capace di essere al tempo stesso cosmopolita e legato alla terra’. Il miglior modo per dargli giustizia è, forse, impossessarcene di meno, darlo alla nazione come patrimonio comune. Il miglior regalo che una madre fa ad un figlio è il mondo, e la libertà di percorrerlo.
Mi sembra il minimo omaggio che si possa fare all’uomo che, nel primo numero di ‘Caffè Greco’ scriveva ‘La nostra sola giustificazione […] è di parlare a sostegno ed in nome di tutti coloro che sono deviati da false costruzioni storico-geografico-fisiche del nostro Sud, del Salento in particolare’. 

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