Abitare la miseria. Ecco come vivono gli immigrati a Lecce

Il giaciglio di Adam

Appena entrati nello stanzone la prima cosa che colpisce è il buio, un buio pesto che disorienta. Quando gli occhi si abituano all’oscurità, grazie alla flebile luce che filtra dalla porta, ci si rende conto di trovarsi nell’abitazione di qualcuno. Qui abita Adam, un immigrato ghanese di 28 anni, insieme a due ragazzi, un danese e un nigeriano.

In questo spazio senza finestre ci sono delle brandine, un tavolo con quattro sedie e una specie di box doccia fatto di teli sorretti da bastoni dietro ai quali si intravvede una grossa tinozza di plastica. Ci sono due cucine inutilizzate e un fornelletto perché, spiega Adam, prima gli inquilini erano molti di più. Accanto ad un giaciglio c’è una cassettiera con sopra medicinali, tutt’intorno è pieno di valigie stracolme di abiti. Dai muri colano infiltrazioni di acqua e umido. Qui non c’è elettricità ne allaccio idrico: per illuminare si usano i cellulari o le candele. Per andare in bagno bisogna prendere la bicicletta e arrivare in stazione.

Siamo in via Birago, in quelli che un tempo erano i garage della Manifattura tabacchi e che adesso sono dimore per immigrati disoccupati. In questi bassifondi c’è un’altra Lecce, quella degli esclusi, dove il buio è allo stesso tempo realtà e metafora di una condizione esistenziale. Adam vive in questo tugurio da giugno, dopo aver perso il lavoro di muratore. Teme di non riuscire a trovare un occupazione prima della scadenza del permesso di soggiorno. In Ghana ha due bambini che non vede da sei anni. Da quando, come tanti, è partito con l’obiettivo di mantenere la propria famiglia a distanza.

Nel rapporto “Impoveriti” 2011 della Caritas di Lecce si legge che il 72,6% degli stranieri che si rivolge ai servizi di assistenza non percepisce alcun reddito. La proporzione dei senza fissa dimora stranieri è di quattro volte superiore rispetto agli italiani. Ma la drammaticità di questa realtà è evidenziata soprattutto dal rapporto 2012 della Caritas Lecce “Non uno di più”.  “Privo di abitazione” è uno status molto frequente tra gli stranieri che frequenta la Caritas di Lecce. La realtà di Adam fotografa quello che, insieme al lavoro, è il primo problema di un immigrato che giunge sul territorio: la casa. Un problema che spesso resta senza soluzione. Chi è senza reddito vive di accattonaggio, generalmente in stazione. Oppure occupa degli immobili o beneficia degli alloggi messi a disposizione da enti ecclesiastici. Le case popolari alle quali è difficilissimo accedere per i leccesi, per gli stranieri sono una chimera. Sempre secondo “Impoveriti”, tra gli utenti della Caritas a Lecce solo 1,4% degli immigrati dichiara di vivere in un alloggio popolare, a fronte del 53,8% degli italiani. Ma la situazione non è migliore neanche per chi potrebbe permettersi un affitto da privati.

La dottoressa Rosi D’Agata, responsabile dello sportello “Servizi Immigrazione Salento” della Provincia, è giornalmente a contatto con questa realtà:

 “A Lecce ci sono due ostacoli rilevanti per uno straniero che cerca una casa. Il primo è generale ed è di natura burocratica, il secondo è di natura pratica. Riguardo quest’ultimo è difficilissimo che un italiano affitti una casa ad uno straniero, sopratutto a causa di mancanza di garanzie e di un sentimento di scetticismo sulle abitudini igieniche degli immigrati. Per affittare una casa il locatore chiede, come garanzia di pagamento, un contratto a tempo indeterminato. Se è difficile per gli italiani figuriamoci per gli stranieri che tale contratto possono scordarselo, se poi lo ottengono è falso nella maggioranza dei casi. La questione burocratica è invece riconducibile alla Bossi-Fini che sul piano abitativo pone varie difficoltà all’immigrato”.

L’accesso alla casa è dunque uno degli elementi attorno al quale si innescano dinamiche di sfruttamento e discriminazione, di cui gli stranieri sono spesso vittime consapevoli.

Vive in una condizione abitativa precaria anche C. che ci apre la porta di casa con un  sorriso bianchissimo. Lei è keniota ed è in Italia da sette anni, per guadagnarsi da vivere si adopera come donna delle pulizie, anche se ultimamente lavora molto meno: “per colpa della crisi molte famiglie preferiscono risparmiare e non hanno più bisogno di me” afferma. Per mangiare spesso si rivolge alla Caritas e adesso che il lavoro è diminuito sarà un grosso problema pagare anche le bollette, sopratutto perché da sola deve mantenere due figli piccoli: uno di tre anni e una di undici.

Quando entriamo in soggiorno, dove c’è la cucina e un letto dove dorme la figlia, il piccolo sta disegnando. In un angolo del soggiorno  una porticina conduce nel bagnetto fatiscente, dove l’aria entra da una finestrella rotta. In un’altra stanza c’è un letto matrimoniale, la culla, due armadi e un comò. Le finestre sono sbarrate e dentro tutti tengono addosso giubbotti e cappelli di lana. I termosifoni ci sono ma il proprietario non ha mai provveduto al loro allaccio alla rete. Fa un freddo cane.

“Qui ho fatto tutto io” afferma la donna.  “La casa era senza mobili e c’era sporcizia ovunque. Ho dovuto rimbiancare tutto perché i muri erano mangiati dall’umidità”. Timidamente, come se chiedesse qualcosa di troppo, afferma che la mancanza di riscaldamento è un problema, sopratutto quando il bambino si ammala e non riesce a tenerlo al caldo, sopratutto perchè paga 260 euro al mese per un vecchio bilocale. C. però non vuole “pretendere troppo” perché ha paura di rimanere in strada con due bimbi, anche se non può fare a meno di chiedersi se avrebbe avuto una considerazione differente nel caso fosse stata italiana.

Affittare la casa a un immigrato piuttosto che ad un italiano conviene: gli immigrati sono persone timorose e in difficoltà, non avanzano richieste perché hanno paura di essere sfrattati. I proprietari possono quindi affittare un edificio già fatiscente e non occuparsi della manutenzione (anche straordinaria) della struttura. In questo modo risparmiano senza fare nessuno sconto sull’affitto. Anzi spesso chiedono un affitto superiore al valore di mercato. La realtà leccese su questo aspetto è perfettamente in linea con la recente indagine dell’Ismu (Iniziative e studi sulla multietnicità) che rivela come gli stranieri paghino affitti più cari in media del 10-20% rispetto agli italiani. Una manna dal cielo per i locatori che dispongono di grandi patrimoni immobiliari composti da piccoli appartamenti. Si tratta soprattutto di famiglie benestanti. La proprietaria della casa di C. è la moglie di un facoltoso professionista leccese, ex amminstratore pubblico, che nella stessa zona possiede diversi altri appartamenti, sempre affittati a immigrati. L’interesse della borghesia “buona” della città incontra in questo modo i bisogni del sottoproletariato immigrato. E li soddisfa a modo suo.

Quando non ce la fanno da soli, a Lecce gli immigrati si organizzano per condividere lo stesso appartamento tra connazionali. In Puglia non sono rare le situazioni in cui nello stesso appartamento vivono dieci persone. Il risultato sono spesso condizioni igieniche al limite della sopportazione. Secondo l’indagine “Sotto la soglia”, promossa dall’Ue e dal Ministero dell’Interno, in Puglia solo l’1% degli immigrati intervistati può permettersi di vivere da solo. La soluzione della convivenza è frequente tra i giovani stranieri che si organizzano per svolgere piccoli commerci. Quando invece il lavoro non c’è e il nucleo abitativo è composto da una famiglia numerosa i problemi diventano insormontabili.

Un esempio è quello di A., una senegalese che vive a Lecce da molti anni. La sua casa (due stanze da letto, cucina e bagno) sta letteralmente cadendo a pezzi: le finestre sono rotte, i termosifoni non funzionano e sono divorati dalla ruggine, le pareti sono nere di umidità. In cucina il lavandino è rotto, le suppellettili sfondate. Il bagno, tra un wc cadente e la doccia rotta, è quasi inutilizzabile. Ma viene usato da quattro persone.

A. lavora come badante e guadagna 700 euro al mese. Con questi soldi deve mantenere il marito invalido (che non beneficia di pensione) e due nipoti disoccupati. D’affitto paga 330 euro al mese e se si aggiunge il costo delle utenze a malapena riesce a procurarsi da mangiare. La donna si sfoga: “In questa crisi voi italiani state male ma noi stiamo peggio, eppure badiamo ai vostri anziani e puliamo le vostre case. Sono trent’anni che sono qui e non è mai cambiato niente, gli affitti per noi sono sempre troppo alti. A meno di 300 euro è impossibile trovare qualcosa”.

Le istituzioni, sulla condizione abitativa degli immigrati, semplicemente, stanno a guardare. Un tentativo è stato fatto nel2010 con il progetto ASIA (Agenzia Sociale di Intermediazione Abitativa) finanziato dalla Regione Puglia ma naufragato dopo poco più di un anno. Per il resto la politica ha lasciato un vuoto che alimenta un mercato cinico e senza regole, nonostante l’immigrazione sia un fenomeno in rapida crescita.

A Lecce gli immigrati erano 1.315 nel 1995. Nel 2011 erano 6.058. Dal ’99 al 2011 l’incidenza degli stranieri sulla popolazione è salita dal 2,8% al 6,3%.  A questi vanno aggiunti gli “invisibili”, gli immigrati senza permesso di soggiorno che sfuggono alle indagini statistiche alle rilevazioni. Sono numeri dietro ai quali si nasconde un profondo mutamento della composizione sociale della città. Un fenomeno del quale la politica non si è occupata, come se non fosse accaduto. La Caritas, Migrantes e le varie realtà assistenziali, da qualche anno, hanno cominciato a fare da sentinella rispetto alla condizione di povertà di larga parte della popolazione immigrata  a Lecce. Sul fronte dell’assistenza fanno quello che possono, e fanno molto. Ma forse è ora che anche gli occhi e le mani dell’intervento pubblico entrino nei tuguri, nelle casupole affittate a peso d’oro, nei drammi di questa parte, sempre più consistente, di popolazione leccese.

Stefano Martella

foto: Francesca Fiorella

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6 thoughts on “Abitare la miseria. Ecco come vivono gli immigrati a Lecce

  1. Gran bel servizio. La speculazione dei proprietari quasi sempre benestanti è disgustosa. Mi viene in mente qualcosa di simile, anche se sicuramente meno drammatico, con gli studenti fuorisede. Ad ogni modo, bisognerebbe far vedere più spesso queste immagini che fanno a pugno con quelle della Lecce bene turistica e barocca. Bravi!

  2. Spero tanto che questo articolo serva a sensibilizzare qualcuno le istutuzioni per esempio, la chiesa che ha a disposizione a Lecce un patrimonio immobiliare non indifferente, ma preferisce celarlo a tutti, sicuramente non farà desistere quei proprietari scellerati e disonesti che lucrano sulla pelle di queste povere persone, avendo dalla loro parte la garanzia dell'impunità. Di fondo da noi, e credo da nessuna altra parte, non esiste una giustizia sociale, anche se sono convinta che sono i singoli a far si che non esista. Sono da sempre una convinta assertice che pagare le tasse sia un dovere sociale e che sia giusto dare a chi ha di meno, perchè mi sono sempre sentita una privilegiata, e come tale ho il dovere di dare e di fare di più. Io continuo dritta sulla mia strada con la mia utopistica speranza che tutti un giorno possano avere il diritto ad avere quello che in uno stato civile si definiscono "pari opportunità".Complimenti per il pezzo continuate così.

  3. Disgutosissimo, a Lecce come altrove, malgrado il grande impegno della Caritas e di altre associazioni del volontariato! Devo dire che qui a Catania la Caritas ed altri lavorano egregiamente, ma non basta, non basta mai nulla se la mentalità dei "ricchi proprietari" non cambia radicalmente, se non impariamo a rispettare le persone e le loro vite, se i sindaci non smettono di pensare ad altro (spesso inutile e deleterio!) e non cominciano ad occuparsi anche e soprattutto di questo!!!!!
    Complimenti per l'inchiesta!

  4. Bisogna costruire alloggi pubblici.Un paese civile fa così.Quindi bisogna spingere le istituzioni a realizzare gli alloggi per italiani e non. Solo così si risolve il problema….con la buona volontà o altro non si risolve niente.

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