L’importanza delle parole per non comunicare l’odio

“Ma come parla?… Le parole sono importanti”, gridava uno spazientito (nevrastenico?) Nanni Moretti, alias Michele Apicella, a una consumatrice professionista di inglesismi e luoghi comuni linguistici. Lei, ovviamente, faceva la giornalista.
La scena è quella celebre di Palombella Rossa, pellicola del 1989 che però porta con sé i germi di una certa, profetica, longevità (giro, faccio cose, vedo gente. Sic!). Tanto più che le parole erano importanti nel 1989 e lo sono ancor di più oggi, anno solare 2012 (ancora per poco), epoca di accesso illimitato alle scritture, ai linguaggi, alle comunicazioni; epoca in cui un utilizzo attento del vocabolario è condizione necessaria ma non sufficiente per destreggiarsi nel sempre più diversificato, quindi esigente, tessuto sociale post-post democratico: da Facebook al trattato sulla filosofia morale il passo può essere molto breve.

Proprio con Palombella Rossa chi scrive ha introdotto, lunedì scorso, un intervento al coraggioso seminario, Social Rightwork, sugli hate-speech (letteralmente “discorsi d’odio”), organizzato da SEYF (South Europe Youth Forum) e supportato dal Consiglio d’Europa, pensato “con l’obiettivo di raccontare storie di discriminazione e bullismo online, prevenire il fenomeno delle discriminazioni sui nuovi media e combattere la diffusione di parole di incitamento all’odio sui social network e internet” (gli hate-speech, appunto). Il seminario (tenutosi all’ex convitto Palmieri) si è concluso oggi e nel corso dei tre giorni ha prodotto una serie di spunti molto interessanti, gentilmente offerti dalle diverse intelligenze (o, se preferite, professionalità) chiamate a ragionare sul tema.

Letture tante, certezze poche. Vero è che quella degli hate-speech è questione pelosa, in bilico tra l’utilizzo indiscriminato della violenza verbale – scritta e parlata – riconoscibile a occhio nudo e quella nascosta nei meandri spesso ipocriti del politically correct.
E’ un mondo difficile, quello delle parole. Occorre osservare un certo ossequioso rispetto, altrimenti quelle, le parole, ti tradiscono. Ci vuole poco a scoprirsi più razzisti del previsto sol perché si è utilizzata una parola inappropriata. Ma ci si può scoprire allo stesso tempo omofobi, sessisti, violenti, stupidelli, banali, ignoranti. Odiosi: nel senso che odiamo, attraverso le parole.

Certo, c’è chi le parole le conosce poco ma comunque sa stare al mondo. E bene. Ma quelli sono fuoriclasse veri, campioni di vita e di stile. Talenti naturali. Merce rara.
Per la maggior parte delle genti non restano che le parole per farsi un’idea della complessità del mondo, viverla, interpretarla, raccontarla. D’altra parte gli psicologi dinamici (ma anche i linguisti, i sociologi, i semiologi e, perché no, i filosofi) spiegano che le parole influiscono sul nostro modo di pensare, sentire e percepire la realtà. Ed è proprio la narrazione della realtà che si fa centrale nell’epoca dell’accesso alle scritture; per il semplice fatto che questa narrazione non è più affidata a pochi specialisti, ma è per natura estesa a una platea vastissima di persone-utenti.

Una partita di tutti contro tanti che si gioca nel solco tracciato tra vecchi e nuovi media, dove si annidano pericoli antichi e orizzonti nuovi: obbligatorio scrostarsi di dosso le vecchie abitudini, i vecchi linguaggi, quelli della televisione vecchio stampo, ad esempio, così carica di “giornalese” e strategie della discriminazione da far venire il mal di pancia anche al più navigato massmediologo. La stessa televisione che a partire dagli Anni ‘90, con i primi sbarchi dei migranti albanesi, ha inaugurato quel filone giornalistico, molto in voga ancora oggi, che va sotto il nome di “etnicizzazione del crimine”. Il paradigma è semplice quanto brutale: immigrazione = disordine = criminalità. O dei giornali cartacei, con la fabbrica dei mostri da sbattere in prima pagina, salvo poi non chiedere mai scusa se il mostro si rivela in realtà un brutto anatroccolo o poco più (la letteratura a riguardo è ampissima).

L’alternativa è riposta in una sfida; quella lanciata dai new media. E fa appello alla responsabilità di ciascuno, perché ciascuno è potenzialmente chiamato a prenderne parte.
Ma fare il salto da utenti fruitori a utenti consapevoli può essere più facile a dirsi che a farsi. E’ in questa terra di nessuno in cui la sfera pubblica e quella privata si sovrappongono, ormai senza possibilità di retromarcia, che si articola la sfida di cui sopra. Intuire che un profilo Facebook non è “roba virtuale”, sfogatoio per smanettoni più o meno disadattati. Facebook (così come Twitter e gli altri social media) è una fetta di realtà. Ciò che accade online accade davvero. L’odio online ha la stessa causa e le stesse conseguenze di quello vis à vis. E questo perché la socialità mediatica nasconde gli stessi rischi e le stesse potenziali virtù di quella diretta (“reale”, per intendersi).
A questo punto (ri)partire dalle parole, dalla loro fondamentale importanza diventa non solo auspicabile ma imprescindibile. Per non comunicare l’odio, certo, quindi per dare vita a narrazioni per cui valga la pena stare al mondo.

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