Parlamentarie del Pd: sarà vera partecipazione?

Un buon numero di dirigenti e amministratori pronti a “migrare” verso Roma, una infornata che lascerà campo libero sul territorio, in vista delle regionali e del rinnovo della dirigenza politica con i congressi (regionali, provinciali e di circolo) del prossimo anno. Per il Pd salentino si apre una fase interessante dal punto di vista dei cambiamenti interni. Una fase nella quale solo in parte svolgeranno un ruolo le primarie per i parlamentari.

Più che un esercizio di democrazia, le primarie per i parlamentari sono infatti un passaggio necessario per rileggittimare la rappresentanza istituzionale di Pd (e Sel). Un bagno nel quale lavare la macchia rappresentata dalla nomina dall’alto, una macchia che gli “eletti” si porterebbero per i prossimi cinque anni. Bene, dunque, era necessario. Ma non c’è da aspettarsi grandi novità., anche perché la partecipazione di personalità della società civile alle primarie, tra i tempi stretti per la raccolta firme e l’esigenza di farsi un minimo di campagna elettorale, è praticamente impossibile, senza “sponsor” politici forti accanto.

I nomi dei candidati che circolano da tempo sono quelli che con ogni probabilità sarebbero stati inseriti in lista anche senza le primarie. E che sul territorio hanno preparato da tempo la candidatura o la ricandidatura. Nel Pd l’unica novità potrà venire dall’elezione in lista di un renziano come Paolo Foresio, affiancato da una delle donne del suo movimento (probabilmente Lavinia Puzzovio) se questi riuscirà a coagulare su di sé il consenso che complessivamente ha espresso il movimento del sindaco di Firenze da queste parti. A conferma del fatto che, nonostante tutto, le primarie del 25 novembre hanno modificato gli schemi correntizi consolidati. Aggiungendo una nuova corrente.

Le candidature di Teresa Bellanova, Loredana Capone, Cosimo Durante, Cosimo Casilli, Fritz Massa e di Gabriele Abaterusso erano date tra il certo e il verosimile già da tempo. Un po’ meno certe erano quella del segretario provinciale Salvatore Capone, della ex sindaca di Galatina Sandra Antonica e di altri aspiranti parlamentari che, con le primarie, potrebbero decidere di giocare le loro carte o risparmiarsi in vista delle elezioni regionali.

Infatti se c’è un articolo del regolamento delle primarie che ha innescato una selezione è quello che stabilisce il divieto per chi si candida alle primarie di ricandidarsi ad altre competizioni elettorali nei successivi sei mesi. In Puglia per buona parte della classe dirigente del Pd questo significa che una candidatura rischiosa alle primarie per i parlamentari comporterà la rinuncia anche alla candidatura alla Regione. Un fatto che fa piazza pulita di tanti possibili outsider.

Tra il 10 per cento di candidati selezionati da Bersani è possibile che, in Puglia o nel Lazio, ci sia l’amministrativista Gianluigi Pellegrino. Così come, sull’asse Roma-Salento dovrebbe presto emergere il nome di un altro intellettuale, di area dalemiana, la cui candidatura potrebbe portare il segretario regionale Sergio Blasi a saltare il giro delle politiche per puntare sulle elezioni regionali. Anche per candidarsi a sostituire Vendola si faranno le primarie e l’ingresso di Guglielmo Minervini nella competizione primaria mette in discussione la tranquillità di Michele Emiliano, già cadidato in pectore. Con Blasi in campo ogni certezza di candidatura per il sindaco di Bari svanirebbe. Giochi che sembravano chiusi si riaprirebbero.

In tutto questo il coinvolgimento degli elettori e la loro scelta libera dei candidati al Parlamento avrà un peso inferiore rispetto alle decisioni che prenderanno i singoli big e le strategie complessive della dirigenza provinciale e regionale. Insomma, se queste primarie non sono – come non sono – un fatto viziato dalla propaganda, qualche dubbio sul fatto che restituiranno la possibilità di scelta agli elettori è più che motivato. Ma erano necessarie, come sarà necessario, appena eletto il nuovo Parlamento cambiare la legge elettorale, a bocce ferme e senza condizionamenti e convenienze di parte. Le stesse che in maniera bipartisan hanno portato al fallimento dei tanti progetti di riforma del Porcellum che prendono polvere nei cassetti delle Commissioni parlamentari in questo ultimo scampolo di legislatura.

Quanto peserà realmente la partecipazione dei cittadini lo diranno anche i dati sull’affluenza al voto per queste primarie. Che ci si aspetta siano inferiori a quelle del 25 novembre. Anche perché per votare bisogna dichiararsi esplicitamente non più elettori del centrosinistra (riservandosi la scelta del partito a cui dare fiducia dopo aver seguito la campagna elettorale per le politiche) ma esclusivamente del partito. Per il Pd sarà così, vedremo per Sel (e a questo punto sarebbe furbo per Vendola garantire il voto aperto anche a chi non si dichiara esplicitamente elettore di Sel). Molti elettori, non avendo ancora valutato i contenuti delle campagna elettorale del Pd (e di Sel), non sono pronti a dichiararsene elettori. E, ragionevolmente, non andranno a votare. Più peso dunque agli elettorati consolidati del partito e al voto degli iscritti. Forse per la dirigenza del Pd è giusto così. Ma a farne le spese, appunto, sarà la partecipazione. E l’attesa vera, quella per una legge elettorale degna di questo nome,  ormai rivolta al prossimo Parlamento, resterà pressante.

foto: tableatny

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