Un territorio alla frutta, ecco la “vertenza Salento”

Oramai sono mesi che, dalle dieci di mattina all’una circa, la strada di fronte la Prefettura di Lecce è chiusa al traffico. Non si tratta, si badi bene, di un esperimento parziale di “pedonalizzazione” dell’amministrazione comunale. E’ che, in quelle poche decine di metri quadri, si stanno concentrando le storie di lavoro d’innumerevoli vertenze.

Ricordo che i primi tempi era tutto un apparire di figure istituzionali: deputati, consiglieri regionali e persino qualche volta il sindaco di Lecce.
Ma, è triste ammetterlo, alla lunga persino i volti di coloro che si accalcano davanti alla Prefettura sembrano sempre più rassegnati.
E’ come se alla fine stesse prevalendo l’amara consapevolezza che, sia i luoghi da dove nascono le proprie “sofferenze sociali” sia quelli dove si decideranno le sorti delle stesse, siano altrove.

Naturalmente i sindacati fanno benissimo a tentare di strappare risultati parziali, a cercare tutti gli sbocchi possibili alle singole vertenze; ma la sensazione che queste oramai non siano altro che frammenti di un generale destino di declino è forte. Un Salento ai margini, dove oltre ai tanti lavoratori che cercano di difendere un posto di lavoro che comunque hanno, si dovrebbero aggiungere le migliaia e migliaia di “fantasmi sociali”. Quelli che non hanno mai visto un lavoro e non sanno nemmeno contro quale Prefettura esprimere la propria rabbia.

Azzardo un’analisi: credo che non ci siano più gli spazi per una “vertenza Salento”. Fino a pochi anni fa, alla crisi del settore calzaturiero e abbigliamento si era trovata una soluzione. Ammortizzatori sociali, il tradizionale risparmio delle famiglie e un fortissimo intervento del soggetto pubblico (la Provincia in primo luogo, ma anche la Regione) nei settori produttivi e nel rilancio del terziario (turismo e cultura) per un po’ hanno retto.

Ma oramai tutte queste leve sembrano esaurite. Insomma, non è sul terreno locale che potremmo più trovare margini di soluzione.
La partita si gioca sulle politiche generali, direi sui fondamentali.
Vorrà pur dire qualcosa se lo stesso Fondo Monetario Internazionale ha dichiarato giorni fa che ogni riduzione del deficit di un punto sta determinando una diminuzione del Pil di almeno due punti?
Non c’è alcun dubbio che le politiche di austerità stiano avvitando gli Stati più deboli (come l’Italia) e le aree più deboli di questi (come il Mezzogiorno), in una spirale recessiva sempre più grave.
Ma quale speranza ci potrà mai essere per la nostra gente se alla fine dell’anno l’Italia chiuderà con un calo della propria ricchezza (il Pil) di circa il 2,3 per cento, meglio solo di Grecia e Portogallo ma allo stesso livello di Cipro?

Non è un caso se nei salotti che contano della finanza internazionale, Puglia e Mezzogiorno vengono candidamente accomunate alle situazioni economiche e sociali di Grecia Spagna e Portogallo.
Vorrei a margine sottolineare che le politiche “lacrime e sangue” dei nostri geniali governanti – non estranee all’aggravamento del quadro recessivo generale – non hanno minimamente contrastato la tendenza alla crescita del debito pubblico.

Questo, secondo i dati della Banca Italia, si avvia a sfondare per la fine dell’anno il muro dei 2000 miliardi (record storico).
Mi sembra il modo migliore per celebrare un anno del governo tecnico.

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *