La morte improvvisa dell’Udu Lecce. E gli errori della Cgil

L’attacco più duro i ragazzi dell’ex Udu lo sferrano verso la Flc-Cgil, il sindacato col quale dovrebbero fare massa critica all’interno dell’Università. Loro a tutelare i diritti degli studenti, l’Flc a tutelare quelli dei lavoratori della conoscenza. Scrivono, nel documento politico che sancisce il loro divorzio dalla “mamma” Cgil:

Le vicende che hanno caratterizzato i nostri recenti rapporti hanno messo in luce degli aspetti importanti: un modo di fare sindacato che noi rifiutiamo categoricamente perché basato sul mero ostruzionismo negli organi collegiali, bloccato da personalismi singoli e dinamiche di potere radicate all’interno dell’Università. Questo scenario probabilmente ci consiglio di essere prudenti  rispetto alla costruzione di rapporto con la Cgil. Ma questa prudenza non vuole significare chiudere le porte, non vuole bloccare il dialogo e chiudersi sulle proprie posizioni. Significa essere cauti, avere un approccio critico e consapevole, essere certi che prima d’intraprendere reali rapporti, patti di lavoro o collaborazioni con la Cgil come con altri soggetti, dobbiamo rendere chiara la nostra identità e che i principi associativi di trasparenza, di partecipazione collettiva, d’informazione reciproca tra i militanti e di rispetto dei diritti degli studenti in generale, non possono essere messi in discussione. Questi sono elementi imprescindibili perché crediamo fortemente nel ruolo sociale del sindacato.

Poi attaccano un altro soggetto, la loro confederazione nazionale, troppo prona alle direttive della Cgil nazionale:

Il picco massimo delle divergenze rispetto al vecchio contenitore nazionale e l’incapacità di quest’ultimo di esser vicini agli studenti e sensibili ai mutamenti politici e istituzionali di questo paese e stato raggiunto in occasione del movimento studentesco scaturito dalla riforma universitaria Gelmini e dal Ddl 133 del 2008. Il contenitore nazionale dell’Udu è stato deludente e privo di qualsiasi capacità innovative ed organizzativa nelle risposte.

Frustrazione e delusione rispetto alla loro vecchia “casa” hanno portato oggi l’Udu di Lecce a sciogliersi per confluire nel movimento nazionale “Link”. Cambia il nome, non cambia la sostanza, dicono in molti. Invece cambia. L’Udu Lecce, nata 16 anni fa, nel 1996, è stata una delle più forti organizzazioni della sinistra presenti a Lecce. Tutt’oggi, basta guardare il risultato delle ultime elezioni universitarie, il consenso di cui l’Udu gode da parte del suo soggetto sociale di riferimento, gli studenti universitari, fa impallidire i partiti della sinistra cittadina e le organizzazioni giovanili degli stessi. La popolazione universitaria leccese, grazie al lavoro che l’Udu ha svolto in questi 16 anni, è l’ultima “casamatta” della sinistra in una città nella quale l’egemonia del centrodestra pervade molti dei gangli della vita sociale.

Del resto i ragazzi dell’Udu sono efficienti, svolgono bene il loro lavoro di rappresentanza, sono presenti nelle Facoltà, nei corridoi, accanto agli studenti e contemporaneamente nei più alti organi istituzionali dell’ateneo. Hanno la maggioranza in Consiglio degli studenti, esprimono un rappresentante all’Adisu, l’Agenzia regionale per il diritto allo studio, fanno battaglie politiche e sociali e, particolare non meno importante, elaborano per il loro congresso un documento politico di 1551 righe (all’ultimo congresso del Pd cittadino si votavano mozioni di due o tre paginette, tanto per fare un esempio). Oltre a questo sono utili, fanno qualcosa per gli altri, non da oggi, ma da 16 anni.

In tutto questo tempo l’Udu Lecce ha vissuto in maniera autonoma il suo ruolo all’interno dell’Università, pur mantenendo uno stretto rapporto di collaborazione con la Cgil, il sindacato di riferimento degli “udini”. Questo rapporto, evidentemente, si è rotto. E si è rotto su due livelli contemporaneamente, quello locale e quello nazionale, visto che nel documento politico si parla del “personalismo” dei sindacalisti della Flc e dell’insoddisfazione per l’operato dell’Udu nazionale lasciatasi agevolmente sottrarre l’iniziativa politica anti-Gelmini  (la prima esperienza di lotta di questa generazione di studenti).

Allora c’è qualche problema a monte. Su una prospettiva nazionale è di sicuro il rapporto del maggiore sindacato italiano con quella generazione a cui “è stato rubato il futuro”, alla quale la Cgil non ha ancora offerto una risposta convincente, neanche nei termini di una prospettiva “di lotta”. E che riguarda, fermandosi sul locale, lo sfilacciamento di quel rapporto con la Cgil dal quale il sindacato studentesco traeva negli anni passati risorse e possibilità che gli consentivano di offrire servizi qualificati oltre che rappresentanza sindacale. La Cgil di Lecce è stata disattenta. Ed ha affidato ai sindacalisti della Flc, impegnati fin dall’inizio del mandato di Laforgia in tutt’altra battaglia, incomprensibile ai ragazzi dell’Udu, la cura di un rapporto che ha finito per logorarsi. Fino all’attacco di poche settimane fa firmato da Dino De Pascalis sulla stampa contro gli studenti che non appoggiavano le sue posizioni contro il rettore.

Inutile lamentarsi ora. Quelli che erano gli “udini” sono stati lasciati soli e hanno deciso di cambiare strada. I servizi svolti dall’Udu negli ultimi anni sono man mano diminuiti, alcuni naufragati con il naufragio della Progresso service, il vecchio Caaf della Cgil salentina, altri traslati pari pari all’interno delle Officine Cantelmo, la struttura comunale che svolge servizi per gli studenti gestita fin dalle origini da una cooperativa bipartisan di ex rappresentanti studenteschi. Così gli udini hanno continuato a fare rappresentanza e hanno dovuto spostare il loro tempo sulla discussione politica “nazionale” (come la chiamano loro nel documento politico di cui sopra). Hanno verificato, sembra di capire, che il movimento dà più soddisfazione – nell’Italia dei corpi intermedi agonizzanti – rispetto alla Cigl. E hanno fatto un salto fuori dal sindacato. A cui non resta altro che fare autocritica.

Dall’altra parte i nuovi rappresentanti di Link dovranno dimostrarsi all’altezza del “sogno” che hanno deciso di mettere in soffitta. Un sogno coltivando il quale si sono formate almeno due generazioni di giovani della sinistra salentina. Una grossa responsabilità, di fronte alla città e di fronte a chi li ha preceduti.

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