L’Università senza eroi ma con molti camerieri

Non sono una dipendente dell’Università, non ho doveri di rappresentanza politica e in merito alle vicende che stanno dilaniando l’ateneo salentino non possiedo informazioni se non quelle fornite dalla stampa e dai media.  Non ho sufficienti elementi per valutare se e quanto siano opportune o “giuste” le dimissioni del rettore  Laforgia, da più parti e con più motivazioni invocate, ma non è questo che m’interessa.

M’interessa riflettere – invece che sugli scontri tra persone – sugli scontri tra culture, che mi sembra siano stati finora scarsamente oggetto di analisi critica da parte dei numerosi soggetti intervenuti nell’aspro dibattito, e sull’insieme di atteggiamenti che intrecciandosi fra loro finiscono per determinare la crescita o la regressione culturale della comunità intera.

Nella mia esperienza professionale mi sono trovata a dirigere una scuola nel momento in cui i presidi diventavano dirigenti, in cui la scuola guadagnava l’autonomia, in cui si passava (si doveva passare, così ci insegnavano!) da una cultura dell’adempimento burocratico ad una cultura della scelta, della responsabilità, del risultato. Il dirigente scolastico diventava responsabile dei risultati dell’Istituzione ed in funzione di questi,  nel rispetto delle norme generali date dallo Stato, era chiamato ad operare, a gestire, a scegliere. A fronte del “maggior potere” del dirigente scolastico, che cominciò subito ad esser guardato con sospetto, ostilità e diffidenza da parte del personale (o meglio dalle frange sindacalizzate e da quelle che avevano da preservare situazioni di comodo o di nullafacenza), nascevano le RSU, organo di rappresentanza sindacale all’interno dell’Istituto. Non racconto delle lungaggini e delle conflittualità attraverso le quali e a causa delle quali molte scuole riuscivano a concludere la partita degli accordi solo alla fine dell’anno, e non racconto del veleno e del clima di sospetto che dilaniava, in tale percorso, tutto l’Istituto, creando fazioni pro e contro il dirigente: ricordo solo che dietro ad ogni decisione assunta dal dirigente si immaginava subito una qualche finalità nascosta; che gli incarichi, pur affidati con criteri espliciti, erano attribuiti ad una politica di favori; che se un docente si attardava in presidenza per colloqui di natura didattica o organizzativa veniva guardato dai colleghi come “complice” o “connivente” delle malefatte che per definizione un dirigente doveva compiere o aver in animo di compiere.

Chiedere agli insegnanti di venire a scuola a settembre mentre gli altri stavano al mare, affidare gli incarichi a chi era più competente o più efficiente e non a chi aspirava all’incarico, indicare gli obiettivi da perseguire e i modi per raggiungerli senza aspettare le farraginose e spesso inconcludenti indicazioni collegiali; respingere le richieste personali non documentate, tutelare, nei conflitti con le famiglie, gli interessi educativi dei ragazzi piuttosto che i privilegi dei docenti, erano tutti comportamenti giudicati antidemocratici, in una scuola che della democrazia provava a fare uno strumento di conservazione, di immobilismo, di tutela dei privilegi consolidati nel tempo.

Col sindacato di cui facevo parte attiva avevo un buon rapporto, anche se mi si considerava polemica e rompiballe perché accusavo di miopia la politica sindacale in genere, e pubblicamente la giudicavo incapace di guardare agli interessi della categoria in un quadro rinnovato e moderno dell’Istituzione, troppo attenta a tutelate l’interesse privato del singolo, a preservare privilegi che chiamava diritti, a barattare la qualità professionale e gli impegni che ne dovevano derivare con quattro benefici di comodo.

Con molti sindacalisti invece non avevo un buon rapporto. Ad esempio con quello che venne a chiedermi di controfirmare una dichiarazione falsa dell’insegnante che voleva avere l’assicurazione fingendo di essere caduta a scuola. Con quello che consigliava ad un’altra insegnante di procurarsi una 104 falsa per poter avere il trasferimento. Con quello che faceva imbrogli in provveditorato perché sua moglie avesse l’assegnazione che non le spettava. I sindacati, istituzione democratica fondamentale, sono una cosa, i sindacalisti spesso sono un’altra cosa. I diritti sono una cosa, i privilegi e le posizioni di potere sono un’altra cosa. Tutelare gli interessi dei lavoratori è compito istituzionale fondamentale in ogni società democratica, tutelare gli interessi propri o di amici utilizzando i ruoli sindacali è un’altra cosa, e con la democrazia non c’entra niente.

So bene che dirigere una scuola è cosa che, se pur complessa, appare risibile rispetto alla direzione di una Università, e che gli interessi in gioco all’interno di una scuola sono risibili al confronto degli interessi che si scontrano nella gestione di un ateneo. Ma le “parti” in gioco e le culture ispiratrici delle diverse parti sono sempre le stesse.

A prima vista, nella vicenda di cui ci stiamo occupando, le parti in gioco sono due, e qualcuno vorrebbe ricondurle al vecchio ed elementare schema interpretativo che vedeva, nelle situazioni lavorative conflittuali, fronteggiarsi due antagonisti: uno cattivo, portatore del male, che detiene il posto di comando e gestisce il potere in maniera spregiudicata, sprezzante delle regole, lesiva dei diritti, ed uno buono, portatore della verità e del bene dei lavoratori, forza salvifica e democratica per sua stessa natura e definizione.

Oggi questo schema non funziona più, le conflittualità sono meno ingenue e le verità possono essere costruite a tavolino e amplificate dai media. Ed oggi il potere non sta solo nelle mani di chi comanda, ma anche di chi occupa posti da cui si gestiscono situazioni e si determinano eventi. Diventa dunque difficile distinguere ciò che è diritto da ciò che è aspirazione interessata, ciò che è prevaricazione di diritti da ciò che è scelta contraria all’assecondamento di interessi.

Oggi dunque chi occupa un posto di comando e compie scelte dirigenziali difformi (se non anche dichiaratamente ostili) rispetto ad aspettative e a culture consolidate nel tempo, certamente non riscuote successo tra chi ha interesse alla conservazione delle vecchie logiche; non riscuote successo anche quando non commette errori: ma se poi gli capita anche di sbagliare (e perché mai chi dirige e compie scelte non dovrebbe poter sbagliare?) deve pagare!!! Anzi, non si vede l’ora che sbagli, per potergliela far pagare! Anzi, si organizzano le cose per farli emergere, gli sbagli, quelli commessi e quelli non commessi, pur di fargliela pagare! Ma quello che gli si fa pagare non è l’errore, è la cultura di cui è portatore, che rompe schemi ed equilibri consolidati, spazza via vecchi ruoli, scompagina vecchi rapporti di forza e d’interesse. Qualcuno chiede al rettore le dimissioni per la credibilità perduta. Ci vuol poco, oggi, a perdere credibilità! Basta che ci sia qualcuno che ha interesse a infangarla, e poi la stampa fa tutto il resto.

Ma il vecchio schema non funziona più anche perché le parti in gioco non sono due, come appare a prima vista: ce n’è una terza, che molto incide sullo sviluppo e sull’esito del conflitto. E’ la parte di tutti quelli che stanno a guardare, la parte magmatica della cosiddetta “cittadinanza”, dentro e fuori dall’università.

Dalla lettura di fatti e opinioni io ricavo l’idea che la gestione Laforgia (quali che siano le sue reali responsabilità), non abbia come nemici solo la malafede e l’interesse privato camuffati da principi democratici

Una dirigenza che mira prioritariamente al raggiungimento di risultati per l’istituzione di cui è responsabile, e compie scelte di gestione e di utilizzo delle risorse umane col criterio dell’efficienza e dell’efficacia appare poco democratica a chi resta ancorato ad una democrazia assemblearista e fondata sulla collegialità delle decisioni. Una cultura che nell’affidamento degli incarichi cerca la “fedeltà” all’istituzione ed agli obiettivi indicati da chi la dirige è letta come cultura dell’elargizione di favori sia da chi ha costruito la propria vita professionale in cerca di un potente di cui diventare vantaggiosamente cliente, sia da chi vive frustrato per insuccessi che non sa e non vuole ricondurre alla propria stessa incompetenza. La cultura della priorità dell’interesse pubblico rispetto a quello privato non può esser compresa da chi, in barba ai ruoli e alle funzioni sociali che ricopre, concepisce l’azione di rappresentanza come difesa del diritto del singolo più che come tutela delle categorie che rappresenta. La cultura del merito legato alla qualità e alla produttività professionale non può essere ben vista né compresa da chi resta ancorato ad una visione (e ad una aspettativa) di carriera per altri meriti.

La gestione Laforgia ha dunque come nemici anche gli “accecamenti paradigmatici” (come li chiama Morin), o residui ideologici (come li chiamo io), che sono duri a morire e forniscono schemi interpretativi che spesso distorcono la realtà; ha come nemica una cultura del lavoro che si nutre di aspettative di successo e di crescita anche quando non è supportata da meriti e competenze; ed ha come nemica la riservatezza di chi elementi di giudizio ne avrebbe, ma non ritiene elegante né utile (per sé) entrare nel dibattito, e facilmente cede ad intimidazioni e a minacce.

Più volte, in tutta questa vicenda, mi è venuto in mente quel bel vecchio libro di Franco Cassano, “Partita doppia”, e in particolare il capitolo che mutua un pensiero di Hegel, e che s’intitola “La vista del cameriere”. Il vizio ottico del cameriere è quello di rendere ogni azione umana meschina, di ridurla a moventi di basso profilo, di negare l’esistenza delle aquile. Il cameriere morale è una categoria vasta, nota Cassano, caratterizzata dalla meschinità psicologica, e finisce per essere “un terribile campione di ipocrisia e di mistificazione che riesce a mostrare come virtù il suo annegare nella routine quotidiana…”. “Non è l’eroe soltanto che ci occorre – si legge ancora in una citazione riportata da Cassano – ma un mondo che ne sia degno, non un mondo di valletti; altrimenti l’eroe arriverà quasi invano!”

Al momento, non abbiamo elementi per considerare un eroe il rettore Laforgia, ma certamente non mancano elementi per considerare camerieri molti altri soggetti della vicenda.

Il primo risultato, questi signori della democrazia e della cultura, lo hanno ottenuto: e il prof. Zavarise decide di andar via. E’ questa la ricostruzione che si vuole? Ed è questa la ricostruzione che la comunità salentina intende subire?

Rita Bortone

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One thought on “L’Università senza eroi ma con molti camerieri

  1. Ottima analisi generale. Brava dottoressa Bortone."Al momento, non abbiamo elementi per considerare un eroe il rettore Laforgia, ma certamente non mancano elementi per considerare camerieri molti altri soggetti della vicenda." Questo suo giudizio sintetizza molto bene, pur evitando la miseria degli squallidi dettagli, la lezione che si può trarre da questa vicenda.

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