Quei 250mila meridionali che non lavoreranno nel 2013

Pensate che investendo in cultura e innovazione l’occupazione nel Sud potrebbe registrare, nel 2013, 250 mila posti lavoro in più, 100mila dei quali riservati a giovani laureati. Gli stessi che questa terra forma, sforna, e poi cede al miglior offerente. È lo schiaffo, l’ennesimo, che arriva dalla SVIMEZ, dal “Rapporto 2011 sulle potenzialità dell’industria culturale nel Mezzogiorno”. La verità, nuda e cruda, ce la raccontano i dati: l’inoccupazione meridionale rischia di concentrarsi soprattutto sulla fascia più qualificata dei giovani.

In sostanza, nulla di nuovo rispetto al quotidiano stillicidio di cattive notizie. Solo ad agosto, l’Istituto per la Competitività aveva pubblicato su La Stampa uno studio secondo cui la fuga di cervelli costerebbe all’Italia più di 1,2 miliardi di dollari l’anno. Ma facciamoci del male. L’ultimo rapporto SVIMEZ mette il coltello nella piaga e certifica la sottoutilizzazione di uno dei più straordinari potenziali di crescita: l’industria culturale. Il tesoro nascosto dell’economia meridionale, l’occasione mancata per giovani laureati in discipline umanistiche infilati nei call-center e, per la verità, molto poco choosy in quanto a capacità di adattamento alla richiesta del mercato.

Nel Mezzogiorno, l’occupazione nel settore culturale contava, nel 2010, 48mila occupati, pari allo 0,8% su base nazionale. In Puglia la media è dello 0,7 per cento, in Basilicata l’1,1 per cento e in Campania l’1 per cento. In questo caso la Svimez ha definito il perimetro del settore culturale considerando solo le attività editoriali, quelle di produzione cinematografica, di video e di programmi televisivi, di registrazioni musicali e sonore; attività di programmazione e trasmissione, le attività creative, artistiche e di intrattenimento, biblioteche, archivi e musei.

Se poi si considera il settore culturale in un’accezione allargata che comprende i beni materiali che veicolano i prodotti culturali, come la stampa, i supporti registrati e la produzione di apparecchi elettrici, e altre attività immateriali come la produzione di software, la pubblicità, il design e l’architettura, le attività di intrattenimento e divertimento, il Mezzogiorno tocca i livelli minimi europei con circa 275 mila occupati pari al 4,4 per cento, superiore solo a Lussemburgo e Portogallo.

Insomma, una fotografia del Sud che fa mettere le mani nei cappelli, anzi, che ai giovani fa perdere i capelli, in attesa di serie politiche industriali dedicate al settore culturale, come suggerisce Svimez. Questi dati mettono il punto su un reiterato paradosso tutto meridionale. L’esclusione, drammatica, di una quota enorme della forza lavoro giovanile ad alta scolarizzazione dai processi produttivi. La stessa forza lavoro sulla quale sarebbe possibile costruire un futuro diverso.

foto: www.flickr.com/paolomargari

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