Meglio un giorno da reporter che 1000 da scrivani

Paolo Perrone è un impulsivo, lo conosciamo. Disturbato non si capisce bene da cosa, prima nega dall’oggi al domani l’accesso a Palazzo Carafa dei giornalisti, poi fa un bel respiro, ragiona, incontra i giornalisti e concorda. Soluzione: a partire da lunedì la libera circolazione degli operatori dell’informazione nei corridoi di Palazzo di Città sarà regolamentata da due accrediti per redazione, senza limiti di tempo e di spazio, con l’unica eccezione del corridoio al primo piano dove c’è la stanza del sindaco e quella dell’ufficio stampa. Insomma, un modo come un altro per ammettere, indirettamente, che il fatto non sussiste. Shakespirianamente: molto rumore per nulla; o giù di lì.

Il rumore di fondo, però, quello fastidioso, rimane. Si tratta del velato tentativo di far passare il concetto per cui il rapporto tra politica (istituzione) e informazione sia definito dal modello “tu scrivo, io detto”. Si convoca la conferenza stampa, la politica parla, la stampa riporta, fa il suo dovere e tutti a casa contenti. E le verità non ufficiali rimangono chiuse a chiave nei cassetti al riparo di sguardi e orecchie indiscrete. Maleducate.
Perrone, però, non sa (ma lo ha capito) che esiste un motto scolpito a lettere cubitali nel manuale di giornalismo che nessuno ha ancora scritto. Un motto dipinto come un murales nelle redazioni delle testate giornalistiche che ancora non sono state fondate o che sono state fondate ma non hanno la redazione. Il motto recita: “Meglio un giorno da reporter che 1000 da scrivani”.

Ebbene, questo motto dovrebbe essere il mantra di ogni giornalista – o aspirante tale – che si sveglia al mattino e cerca di non essere la bacheca dell’istituzione, scribacchino scialbo di dichiarazioni ufficiali, costretto all’angolo del mestiere da quell’imbroglio concettuale chiamato imparzialità.
Eppure esiste una filosofia di pensiero secondo cui il buon giornalista è colui che con fare da scrivano riporta con puntualità qualsiasi gemito venuto fuori da qualsiasi conferenza stampa; e dato che c’è una conferenza stampa per ogni sussulto intestinale di assessore o consigliere, il buon giornalista è colui che indefesso partecipa a tutte le conferenze stampa e che diventa parte attiva, nella sua passività, della voce del padrone (oltre che del suo intestino). Purtroppo è con questa filosofia che la gran parte dei giornalisti locali si sveglia al mattino e cerca di correre più veloce del leone che lo ha già divorato. Con brutale imparzialità.

La politica, questa tendenza all’attiva passività del bravo giornalista (diligente) l’annusa bene. Così, quando può, ci prova. Perrone ci ha provato, salvo poi rendersi conto che non è esattamente così che funziona. E ci hanno provato anche quei bravi giornalisti che vorrebbero che così funzionasse per regolamento, al di là delle tendenze.
Forse, però, il pensiero nefasto di qualche scenario apocalittico è venuto in soccorso del sindaco. E dei bravi giornalisti. Cosa potrebbe accadere se il bravo giornalista dovesse essere colto da un impeto rivoluzionario e dovesse decidere di disertare le conferenze stampa? o anche solo di compiere una attenta selezione tra l’utile e l’inutile? Probabilmente politici di grossa, media e piccola taglia si vedrebbero negato quel quarto d’ora di celebrità che spesse volte vale una consiliatura, mentre i bravi giornalisti non sopporterebbero il peso di essere diventati cattivi.

Perrone e colleghi dormano pure sogni tranquilli, le conferenze stampa non andranno mai deserte. Il territorio è fin troppo ricco di bravi giornalisti perché ciò possa accadere. E visto che il bravo giornalista, umile operario al servizio dell’imparizialità, non si sbliancia mai se non quando scrive in corsivo, dio non voglia che in assenza di conferenze stampa l’umile cronista ci prenda gusto a scrivere inclinato: “Meglio 1000 articoli regular che un articolo italic”. Dio benedica l’accredito.

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