Il giovane di Calimera che morì accanto a Falcone
“Mio fratello non era un eroe. Era un uomo. Come tanti. Uno che amava, follemente, il proprio lavoro. Il coraggio, quello sì, apparteneva certamente a lui”. Brizio Montinaro sorride, prende una pausa e gli occhi si riempiono d’orgoglio mentre spiega a un gruppo di ragazzi chi fosse veramente suo fratello Antonio, il giovane salentino, agente di polizia, che perse la vita nella strage di Capaci, in quel maledetto 23 maggio 1992. Lo racconta ieri, 18 giugno, in una sala di Palazzo Medici a Maglie, nell’ambito dell’incontro promosso dal Presidio Libera della città, intitolato proprio alla memoria del poliziotto vittima dell’attentato, originario di Calimera.
I giovani sguardi che ascoltano le sue parole sembrano immobili. Fissano, con discrezione, quell’uomo che, solo quattro anni fa, decide di rompere il silenzio, in occasione di una Giornata della Memoria tenutasi a Bari. Una strada introspettiva, quella percorsa nei sedici anni successivi alla tragedia, dettata dalla paura, dalla voglia di stare lontano dalle “facili strumentalizzazioni” e dal disgusto verso l’atteggiamento, “quasi galvanizzante”, che i media avevano nei confronti della strage. Ma sensibilizzare e raccontare -riconosce oggi- è fondamentale per “costruire l’humus adatto per le giovani generazioni. Basta riuscire a farlo nella dimensione più autentica”.
E lui, ieri, sceglie di farlo così:
“Antonio era un uomo pieno di vita. Allegro, vivace, una persona estremamente intelligente che, però, decise di lasciare gli studi e di intraprendere la carriera militare. Non si poneva problemi esistenziali, eravamo diversi in questo. Poi un giorno venne chiamato a Palermo. È lì che conobbe il giudice Falcone. Fu grazie a lui che riuscì a prendere coscienza del sistema. Venne folgorato, tanto che nei giorni dei funerali di nostro padre, continuava a riportarmi episodi che avevano il giudice come protagonista. All’epoca mi arrabbiai molto. Poi, con gli anni capii che era il suo modo per esorcizzare il dramma, perché riponeva le sue giovani speranze nelle mani della figura paterna ritrovata in Giovanni. È per questo che decise di chiamare i suoi figli, Gaetano, come nostro padre, e Giovanni, come il suo magistrato. Amava l’uomo allegro a autoironico che era, ma stimava, ancor di più, il magistrato coraggioso. Piccoli segni che ruotano attorno alla strage descrivono il loro legame. Quel giorno, infatti, mio fratello avrebbe dovuto svolgere il suo lavoro di mattina. Ma quando seppe dell’arrivo a Punta Raisi di Falcone, chiese il cambio turno al collega Gaspare Cervello. Forse ebbe un flash, diceva di averne continuamente durante il periodo di scorta. Sentiva che doveva proteggerlo.”
Quello di ieri non è stato un mero incontro commemorativo. C’era molto di più tra quelle quattro mura. Nessuno spazio per la retorica d’occasione, ma tanta voglia di ascoltare, conoscere e capire. Di lottare. Di credere che un altro mondo, uno giusto, sia possibile, e che passi soprattutto da azioni concrete come quelle messe in atto dai giovani studenti del Presidio di Maglie. Già, giovani. Perché quando provi a chiedere ai pochi adulti presenti in sala chi sia il referente del Presidio cittadino, loro sorridono, fanno un passo indietro e rispondono che tutte le mobilitazioni messe in atto, sono organizzate da un piccolo gruppo di ragazzi, circa dieci, che ha “voglia di costruirsi un futuro migliore”. Sara Rinaldi, Maria Pia De Medici, Martina Costa Cesari, Pier Cosimo Trisolino, sono solo alcuni. E hanno le idee molto chiare:
“Il nostro coordinamento –spiega Martina- nasce dall’esigenza di impegnarci nella lotta alla mafia e nella promozione della legalità. Mancava un impegno attivo che cresce, da parte nostra, a partire da quest’anno, in occasione del ventennale della strage e dei fatti di Brindisi. La scossa che abbiamo vissuto nei primi giorni di quell’attentato ha rappresentato, sicuramente, una spinta maggiore.”
“Il Presidio ha l’obiettivo -spiega Sara- di coinvolgere più giovani possibile, di far conoscere e di stimolare.” Ed in questi due anni, fa sapere Marisa Capone, referente Libera di Lecce, il Presidio di Maglie è riuscito a coinvolgere 30 scuole della Provincia. “Parliamo ai giovani, sì. Perché da parte degli adulti vediamo una sorta rassegnazione, ormai” sottolinea Maria Pia, “e da parte delle istituzioni una specie di chiusura. Sono associazioni come Libera, come Arci, invece, che ci permettono di promuovere queste esperienze”, ammette Pier Cosimo.
Cercano di sviscerare il tema delle istituzioni, loro. E provano a parlarne anche con Brizio Montinaro: “Le generalizzazioni possono essere molto pericolose. Ci sono istituzioni di serie A e istituzioni di serie B. Bisogna saper distinguere le persone oneste dal sistema incancrenito, è necessario riconoscere e tutelare il principio dell’integrità. Quotidianamente, a partire dalle piccole logiche di politica locale” spiega Montinaro. E sulla presenza e la capacità che lo Stato ha avuto nel gestire questa tragedia, non nasconde il totale disappunto con le dichiarazioni della cognata, la vedova Tina Montinaro: “Non è vero che lo Stato aiuta solo i collaboratori di giustizia. Ha aiutato anche le famiglie, anche se a volte, ha fatto sentire la sua presenza in maniera grottesca. Il denaro, posto in busta, non era, certamente, ciò di cui avevamo bisogno”. E nello stesso giorno in cui le sue parole, in quella stanza, provano a spiegare ai giovani occhi l’intricato concetto di giustizia, nelle aule del tribunale di sorveglianza di Roma, viene revocato il carcere duro al boss Antonino Troia, capomafia della strage di Capaci, in carcere dal 1993, condannato con sentenza definitiva all’ergastolo.
Bisogna distinguere, è vero. Ma in un Paese in cui lo stesso Stato non ha avuto, negli anni, timore o indugio alcuno nel patteggiare con la mafia; in un territorio che vive, costantemente, minacce e ritorsioni da parte dei piccoli, visibili e invisibili, clan locali che tracciano confini e dettano regole; in uno spaccato di Meridione in cui l’omertà di alcuni terrorizza più della mafia stessa, forse, riuscire ad operare delle distinzioni può risultare estremamente difficile per quei ragazzi. Ed è anche per questo che nascono progetti come OLE Otranto Legality Experience 2012. Un’iniziativa, promossa da Libera e Flare Network, che vedrà impegnata anche Otranto dal 27 al 29 luglio, con l’obiettivo di analizzare il peso delle economie illegali e il contrasto al crimine organizzato, nello scenario internazionale.
Perché, seppur difficile, è a loro, ai giovani come Martina, Maria Pia, Sara, Pier Cosimo che è richiesto lo sforzo maggiore. A loro, la speranza necessaria per colmare il vuoto. A loro, la forza di ricostruire il sistema di legalità e di giustizia fatto saltare in aria, vent’anni fa, con 5 quintali di tritolo. E mai più ricompattato. A loro, il coraggio. Lo stesso che aveva Antonio Montinaro nel riuscire a convivere, quotidianamente, con la paura:
“Chiunque fa quest’attività –diceva- ha la capacità di scegliere tra la paura e la vigliaccheria. La paura è qualche cosa che tutti abbiamo: chi ha paura sogna, chi ha paura ama, chi ha paura piange. È la vigliaccheria che non si capisce e non deve rientrare nell’ottica umana”
Perché, sono idee come queste che fanno di Antonio Montinaro, di Giovanni Falcone, di Vito Schifani, di Rocco Dicillo, non degli eroi, no. Ma uomini coraggiosi. Come pochi. Esempi di valore da onorare. Modelli di giustizia da seguire. Simboli di un passato da riscattare. Per loro, per noi.
