Madri e mogli: a Lecce lavora una donna su cinque
“Mi prendo cura di te. Donne e lavoro di cura”. È questo il titolo dell’iniziativa che si è svolta ieri, 13 giugno, a Lecce, nella sala conferenze della Cassa Edile. Nell’ambito dell’incontro sono stati presentati i risultati dell’omonima ricerca, commissionata dal Coordinamento Donne del Sindacato Pensionati della Cgil Lecce e realizzata da Paola Martino e Serena Quarta, in collaborazione con l’Università del Salento. Lo studio ha l’obiettivo di approfondire la tematica del rapporto tra le donne ultracinquantenni e il lavoro di cura nella provincia di Lecce. Un lavoro che attribuisce alle donne il ruolo di protagoniste indiscusse e che, troppo spesso, non è riconosciuto, né economicamente, né socialmente. Donna madre, nonna, zia, figlia, pronta a sacrificare la propria esistenza per assistere famigliari non autosufficienti, perché percepisce la cura come “un’estensione di sé, ignorando quasi totalmente la condivisione tra i generi” spiega Maria Mancarella, docente di Sociologia della famiglia presso l’Università del Salento. Quasi un dovere, “un annullamento del proprio Io che diventa trasparente. Non una scelta, ma un destino contro il quale poco si può fare, un obbligo che come tale comporta delle rinunce”.
I risultati della ricerca dimostrano, infatti, la piena consapevolezza che le intervistate hanno del proprio ruolo. Le emozioni che vivono sono contrastanti: dalla “gioia al dolore, dal senso di colpa alla rabbia, dal senso del dovere alla rassegnazione” illustra Serena Quarta, co-autrice della ricerca. Le donne ascoltate denunciano l’impossibilità di “ritagliarsi del tempo, di arrogarsi il diritto al malumore”, continua Paola Martino. Bisogni personali come l’ascolto e la gratificazione, si aggiungono a richieste di intervento istituzionali per alleviare il carico di lavoro e consentire alle donne una pari dignità. Ma questa volta, le “soluzioni devono essere fornite da politiche di genere non vissute come concessione, ma come un piccolo passo in avanti” afferma Salvatore Arnesano, Segretario Generale della Cgil Lecce, che coglie l’occasione per gettare uno sguardo al passato, carico di simboli da prendere come esempio. Perché, dice: “le battaglie delle tabacchine del Salento vengano prese come modello di lotta per un’emancipazione economica e sociale vissuta dalle donne del nostro Sud”.
Il lavoro di cura rappresenta solo una delle tante sfaccettature di un più articolato prisma socio-politico che vede, ancora una volta, donne, giovani e meno giovani, incapaci di coniugare i ruoli di madre, moglie e lavoratrice per mancanza di politiche mirate a risolvere il problema.
“Perché -spiega Fernanda Cosi, segretaria provinciale SPI Cgil Lecce- se durante il percorso di istruzione, la sensazione di parità effettiva, per effetto della prevalenza del merito e delle capacità individuali, è molto alta, le cose si complicano alla soglia dell’accesso del mercato del lavoro, della carriera e della pensione. Fino a rendersi conto che la parità è un’illusione. L’Italia, infatti, è al 74° posto per disparità uomo-donna”
Ma come siamo arrivati a tutto ciò? Antiche favole raccontano che il nostro Paese, nel secolo scorso, si è fatto promotore di importanti passi avanti in ambito legislativo. Gli articoli 1, 3, 29, 37, 51 e 117 della nostra Costituzione disciplinano in materia di dignità sociale, di eguaglianza morale e giuridica tra i coniugi, di eguaglianza oraria e retributiva e, in ultimo, di parità di accesso alle cariche elettive. Ma già qualcosa all’epoca non andava. E a capirlo fu il movimento femminista che, negli anni ‘70, rivendicò molti diritti non ancora garantiti alle donne. Ed è proprio in quel contesto che si inserisce la legge 903/77, volta a vietare “qualsiasi discriminazione fondata sul sesso per quanto riguarda l’accesso al lavoro”. E poi ancora delibere, leggi quadro, direttive, istituzione di Ministeri appositi e chi più ne ha più ne metta. Risultato?
Secondo gli ultimi dati diffusi dall’Istat, i tassi occupazionali divisi per genere si aggirano, nel primo trimestre del 2012, intorno al 66,2% per gli uomini e 46,9% per le donne. E il gap tende ad aumentare nel Mezzogiorno, registrando un 55,4% per gli uomini e un 31,4% per le donne. Per la Puglia, benché gli ultimi dati lasciano sperare in una lenta ripresa, grazie anche alle mirate politiche di genere attuate con la legge regionale 7/2007, i dati di occupazione femminile sono in linea con il risultato raggiunto dal Mezzogiorno d’Italia: si parla di un 30,99% registrato nel secondo trimestre del 2011. Per la Provincia di Lecce il tasso, relativo a tutto il 2011, si aggira intorno al 23,5%. Peggio di noi solo Foggia e Taranto.
Casualità. Così come casuale sembra essere il 30% delle donne lavoratrici pronto a interrompere il lavoro per motivi famigliari. Dopo la nascita del primo bambino, infatti, il tasso di occupazione femminile passa dal 63% al 50%, per crollare a picco dopo l’arrivo del secondo figlio. “E per la Puglia -ammette Serenella Molendini, Consigliera di Parità presso la Regione- le dimissioni a seguito di maternità rappresentano un fenomeno complesso: solo nel 2011, le donne dimissionarie sono state 886”.
Penalizzate nel mercato del lavoro, dunque, con un forte sbilanciamento per quello che riguarda la ripartizione dei carichi domestici, di cura e di accudimento. Dati alla mano, l’Italia risulta l’unico Paese occidentale in cui le donne lavorano più degli uomini. Non solo, le percentuali e i tempi dedicati al lavoro di cura aumentano man mano che ci si avvicina a stereotipi e modelli patriarcali tipici del vecchio Sud Italia. La femminilizzazione di questo tipo di lavoro resta un dato radicato, soprattutto nel Mezzogiorno. La seppur minima diminuzione del tempo dedicato alla famiglia che si è avuta in questo ventennio, non è dovuta né ad un processo di avvicinamento al lavoro di cura e accudimento da parte degli uomini, né a politiche di governo. Piuttosto, è legata a un processo di emancipazione femminile che ha spinto le donne ad adottare nuove strategie, scegliendo di diminuire il tempo dedicato al lavoro famigliare (si parla di -33 minuti giornalieri).
Ma soffermarsi solo su una superficiale analisi quantitativa sarebbe un errore. Non sono solo i dati occupazionali a far suonare un campanellino d’allarme. Dietro di loro, si mascherano bene le grandi discriminazioni attuate nei confronti delle donne, specie in età fertile, che preoccupano non poco (in Puglia l’80% delle discriminazioni subite da donne sui luoghi di lavoro è imputabile all’evento della maternità). A spaventare, i diversi contratti, l’accesso sbilanciato alle alte cariche dirigenziali che premia solo una ristretta minoranza rosa rappresentata dal 7%, e le inique remunerazioni (la differenza salariale è del 22,8%). Non è la classica retorica femminista a parlare, ma la triste realtà contemporanea che conferisce, ad esempio, ai contratti part-time, l’unica soluzione possibile per consentire a una donna di coniugare, seppur in maniera minima e difficile, vita privata e carriera.
Per riuscire a fare ordine in questo complicato quadro socio-politico gli interventi istituzionali e le politiche di genere messe in atto non sono sufficienti. Il senso dell’incontro di ieri pomeriggio, in fondo, è semplice: la “donna lavoratrice”, nel 2012, non può essere trattata alla stregua di una specie in via di estinzione, da proteggere e tutelare con politiche che promettono incentivi alle aziende per assumere “esemplari della specie”. No. Una donna necessita di politiche di welfare efficaci, di un riconoscimento dei lavori di cura, di una crescita sostanziale degli asili nido sul territorio, ma soprattutto di un superamento di vecchi stereotipi e di antiche forme di discriminazione. Per questo, ancora prima di sperare nel potere di bacchette magiche istituzionali, c’è bisogno, forse, di un cambiamento culturale significativo che possa consentire il raggiungimento della pari dignità tra i sessi. Un cambiamento che possa aiutare il Paese a capire che mettere in panchina più del 50% delle risorse in campo rappresenta una grande sconfitta.
Nella foto in evidenza un dettaglio de “La lattaia” di Jan Vermeer

