Dalla Sicilia a Nardò, spezzata la filiera schiavista

Li andavano a prendere in Tunisia, gli chiedevano denaro per trasportarli in Italia con la promessa di un lavoro dignitoso. All’arrivo il lavoro dignitoso diventava un miraggio. Presi per fame e per disperazione centinaia di uomini (tante sono le parti offese) non potevano far altro che affidarsi a loro. Che cominciavano a spostarli “come macchine senza dignità umana” da una regione all’altra, seguendo l’incedere delle varie stagioni di raccolta. I pomodori a Pachino in provincia di Siracusa, le angurie a Nardò in provincia di Lecce, le arance e gli agrumi a Rosarno in provincia di Reggio Calabria.

“Senza soluzione di continuità”, ovvero da un campo all’altro, sotto il sole o al freddo autunnale finché i lavoratori non erano “sfiancati”. Usa questa parola Elsa Valeria Mignone, la pm che ha condotto l’inchiesta “Sabr” (dal soprannome di un caporale) insieme al Ros dei carabinieri e al comando provinciale di Lecce, e la usa non a caso, perché fa parte di una frase registrata in una delle intercettazioni che compaiono nell’ordinanza di custodia cautelare. Quando gli inquirenti sentono dire, a proposito di un gruppo di lavoratori: “Li abbiamo sfiancati, mandatecene altri”.

Un meccanismo possibile grazie allo stato di completa soggezione che veniva instaurato tra i reclutatori, i caporali e i lavoratori, privati dei documenti di identità, della possibilità di muversi autonomamente, determinato anche dalla non consocenza della lingua italiana e dalla più totale indigenza, ottenuta facendo pagare loro ogni cosa, dall’alloggio (nel migliore dei casi costruzioni fatiscenti senza servizi) al cibo.

Lavoratori trattati alla stregua di “mandrie in transumanza”, aggiunge la Mignone. Una vera e propria filiera dello sfruttamento organizzata per bene che aveva al suo vertice non africani o trafficanti di uomini ma imprenditori. Quelli all’apparenza “puliti”, come li definisce Motta nella conferenza stampa seguita agli arresti. Imprenditori che sono finiti agli arresti e che in alcuni casi, hanno riscontrato gli inquirenti, si incontravano per programmare al meglio i flussi dei loro “schiavi”.

Sì perché l’ipotesi di reato che da oggi pende sul capo di Pantaleo Latino, Marcello Corvo, Bruno Filieri, Livio Mandolfo, Corrado Manfredi, Salvatore Pino, tutti di Nardò, e Giovanni Petrelli, di Carmiano, è – tra le altre – “riduzione o mantenimento in schiavitù o in servitù”, l’articolo 600 del codice penale. Loro sarebbero gli imprenditori, che gli inquirenti ipotizzano operassero “in cartello”.

Cataldo Motta oggi in conferenza stampa

Ma la stessa accusa è stata rivolta anche ai caposquadra  (Adem Meki, sudanese, Aifa Belgacem Ben Bechir, Mehdaoui Tahar Ben Rhouma, capisquadra tunisini) e ai capocellula/caporali (Akremi Bilel Ben Aiaya, Zroud Houcine caporali tunisini, Jelassi Saber Ben Mahmoud, caporale ai più noto come “Giuseppe il tunisino”e Tanjar Nizar, caporale sudanese). Insieme a loro è indagato anche Giuseppe Cavarra, pubblico ufficiale di Noto, in provincia di Siracusa, per falsità ideologica in atti pubblici e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

A vario titolo le 22 persone coinvolte nell’inchiesta (sei sono al momento latitanti) sono accusate oltre alla riduzione in schiavitù, di numerosi reati. Associazione a delinquere, tratta di persone, intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, estorsione, falsità materiale, favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

Gli arrestati, si legge nell’ordinanza di custodia cautelare(300 pagine) firmata dal gip:

“Inducevano e trattenevano i cittadini extracomunitari tunisini, ghanesi e sudanesi in stato di soggezione continuativa, condizione analoga alla schiavitù costringendoli a prestazioni lavorative nei campi in condizioni di assoluto sfruttamento. Una volta reclutati dai caporali che erano in diretto contatto con le aziende richiedenti manodopera, e suddivisi in squadre, li sottoponevano a ritmi sfiancanti facendoli lavorare per 10-12 ore al giorno, senza riposo settimanale, nella maggior parte dei casi in nero”.

In più, aggiunge il procuratore Cataldo Motta in conferenza stampa:

I lavoratori, al di là delle indescrivibili condizioni  in cui venivano tenuti, percepivano una retribuzione che difficilmente potrebbe essere qualificata tale. Nel senso che veniva retribuito forse neanche il lavoro di un giorno, si va dai 200 ai 400 euro al mese per un lavoro pesantissimo che anche se realizzato in condizioni diverse sarebbe stato comunque insufficientemente pagato. Se si aggiungono le tragiche condizioni di lavoro nelle quali erano tenuti comprendiamo di trovarci davanti a un fenomeno di grandissimo allarme sociale che non può cadere nell’indifferenza generale.

Un allarme sociale che esplose in maniera dirompente nell’estate del 2010 e ancor più in quella del 2011, quando, a Nardò, un gruppo di lavoratori che alloggiavano nella tendopoli di Masseria Bocuri (nella quale l’estate scorsa morì un uomo) decise di incrociare le braccia per il primo sciopero in Italia contro il caporalato. Fu un avvenimento storico, che coincise con un numero sempre maggiore di denunce dirette, pubbliche e riservate, raccolte dagli inquirenti (che a questa indagine lavoravano già dal gennaio del 2009) che sono state “importanti” e che fanno dire a Motta, con una certa soddisfazione, “quando i fatti si denunciano l’autorità giudiziaria risponde. Almeno, quella di Lecce è abituata a rispondere”.

I ragazzi di Boncuri sul palco della Notte della Taranta

Le denunce degli immigrati nella sfera pubblica hanno avuto il volto e la voce di Ivan Sagnet, giovane camerunense capitato a masseria Boncuri a Nardò seguendo altri “canali” rispetto alla filiera dello sfruttamento (ci arrivò su consiglio di un amico), il quale insieme a un gruppo di tunisini e sudanesi ha di fatto acceso un faro su questa piccola sacca di schiavismo che il Salento ospitava. Accanto a loro la Flai Cgil (il sindacato ha annunciato di volersi costituire parte civile nel processo) e alcune associazioni di volontariato, a testimonianza di una reazione che, prima che le indagini dessero l’esito oggi annunciato, fa pensare che la società civile e la coscienza collettiva del popolo salentino, ai caporali, si era già ribellata dopo anni di indifferenza. Alle denunce degli immigrati di Boncuri è seguita anche una legge regionale contro il caporalato e l’introduzione nel codice penale del reato di caporalato, il 603-bis del codice penale “intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro”, anche questo contestato agli arrestati di oggi.

Allo stesso modo si può notare che dopo la denuncia fatta appena qualche giorno fa da Ivan Sagnet al programma di Fazio e Saviano “Quello che non ho”, la magistratura leccese ha voluto dare una risposta forte. La prossima estate, a Nardò, con tutta probabilità, sarà un’estate diversa.

Le foto degli arrestati

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