Se le case popolari diventano affare della Procura
Presentando un esposto in Procura sulle politiche per la casa del Comune di Lecce, il Pd non solo ha voluto dare seguito a quanto promesso a Perrone, ma ha anche inviato un segnale politico chiaro: basta scherzi, basta opacità. Se c’è qualcosa che “puzza”, è bene ormai che la politica leccese ceda il passo alla Procura, in questo caso chiamata direttamente in causa, quasi invocata. Un caso con pochi precedenti nella storia della città.
Un gesto, quello del Pd, che, guardando addentro la dialettica politica cittadina, fa comprendere a che livello sia arrivato lo scontro in questa campagna elettorale. Che ha conosciuto episodi inquietanti, come la pallottola di via Pistoia e la bomba carta davanti al comitato di D’Autilia. Fenomeni grotteschi, come l’invasione dei faccioni 6 per 3. Episodi emblematici, come il microfono strappato dalle mani di Loredana Capone da parte di un nervoso Perrone al dibattito organizzato dall’Ande.
In discussione, il 6 e 7 maggio, non c’è solo il sindaco Perrone e il giudizio sui suoi cinque anni di amministrazione (poveri, soprattutto per la sua debolezza politica dopo la rottura con la Poli e per le difficoltà di bilancio). In discussione c’è una intera classe politica, le sue dinamiche interne, le sue modalità di gestione del consenso. Il suo rapporto con la città. I costi e i benefici registrati dai vai gruppi sociali che popolano Lecce alla luce del quindicennio del centrodestra. Che, in buona parte, è stato popolato sempre dagli stessi volti. E del quale il sindaco Perrone ha attraversato non solo tutta la durata ma ha anche scalato i ruoli dell’amministrazione, fino ai vertici. Assessore, vice-sindaco, sindaco. Tre amministrazioni comunali, la storia di Lecce dalla seconda metà degli anni ’90 ad oggi.
In tutto questo il centrosinistra è stato costretto a tirare i remi in barca rispetto al proprio radicamento in città, soprattutto nei quartieri popolari (i grandi serbatoi di voto). Cedendo il passo a una destra che ha saputo intercettare – in che modo il seguito dell’esposto ce lo dirà – bisogni reali, farli propri e goderne a livello elettorale. Primo tra tutti il bisogno della casa.
Non è inutile, né scontato, ricordare come gli assessori alla Casa delle due amministrazioni Poli siano stati i veri “campioni” del voto alle elezioni del 2002 e del 2007. Parliamo di Marti e Tondo (non a caso, insieme a Inguscio, gli unici nomi citati dal Pd nell’esposto). E non è banale notare come la lista nata sotto la stella dello stesso Marti possa vantare al suo interno un dirigente dell’ufficio Casa, chiamato quasi a raccogliere una eredità.
In questo senso la vicenda delle politiche per la Casa sono emblematiche. E il fatto che si decida di portarle sul tavolo della magistratura, dopo averle portate davanti alle telecamere e ai taccuini dei giornalisti (vedi via Pistoia), dimostra che se la penetrazione negli strati sociali popolari da parte del centrosinistra può essere riconquistata, lo si può fare solo dopo un – catartico? – bagno di realtà da cui far passare l’opinione pubblica dell’intera città.
Detto questo, il contenuto dell’esposto del Pd è presto detto e sta molto nelle cronache dei giornali – di quelli un po’ più attenti – degli ultimi anni. Sono 13 anni che non c’è un bando per l’assegnazione delle case popolari. Contro le prescrizioni di legge il Comune ha mancato di aggiornare la graduatoria esistente ogni due anni. Gli inquilini delle case popolari avrebbero mancato di rinnovare la loro richiesta ogni quattro anni (per dimostrare di avere ancora diritto). L’amministrazione comunale ha rinunciato – distrazione o volontà politica? – a esercitare un controllo sulla reale condizione di chi abita le case popolari. Nel frattempo il disagio abitativo ha allagato la città. E nuove case popolari non sono state costruite, pur essendo state annunciate. Anzi, l’unico suolo destinato alla costruzione di case popolari dal vecchio Pug è stato espropriato allo Iacp per ricavarne lo spazio per il nuovo mercato bisettimanale. La città, in sostanza, è stata tenuta a bocca asciutta, a stecchetto, affamata di casa.
In questa condizione l’amministrazione Perrone ha redatto un nuovo bando per le case popolari, pubblicandolo, in violazione delle prescrizioni di legge, non quindici giorni dopo la delibera con la quale era stato approvato, ma cinque mesi dopo. In modo che dopo aver raccolto le domande (circa 1400, un’enormità) si giungesse alla pubblicazione della graduatoria qualche giorno dopo il primo turno di queste elezioni. “Si tratta di 1400 famiglie che potrebbero sentirsi sotto ricatto nel momento in cui vanno a votare”, dice Teresa Bellanova, del Pd. I segnali preoccupanti ci sono stati, in primis il “caso-Inguscio”, assessore alla Casa di Perrone che inviò a un corposo numero di cittadini un sms in cui preannunciava l’uscita del bando per le case popolari dando appuntamento nel Caaf in cui lavora il fratello. Fu cotretto a dimettersi dalla stampa. È stato reintegrato in giunta poche settimane fa (Perrone ha dichiarato: “È la persona giusta capace di ascoltare i problemi della gente e tentare di trovare soluzioni”).
In questa condizione, quella della fame di abitazioni e del diritto alla casa negato, un capitolo a parte merita la materia degli alloggi parcheggio, delle case immediatamente nelle disponibilità del comune per risolvere casi di emergenza abitativa. Mai, in questi 13 anni, è stato fatto un regolamento per l’assegnazione di queste case. La seconda giunta Poli diede solo, con una delibera di giunta del 2006, la 612, indirizzi all’ufficio casa per assegnare le case parcheggio. Indirizzi generici, che hanno consentito per anni l’assegnazione (o meglio, la concessione) sostanzialmente arbitraria degli alloggi, senza un tempo limite. Emblematico il caso, portato alla luce nel video realizzato dallo staff di Loredana Capone, della signora Licci (palazzine via Pistoia) che racconta del fratello che va da un politico al quale chiede una casa. Questo politico, dice la signora nel video, risponde che non ci sono case per i “comunisti”, riferendosi alla fede politica dell’uomo.
Abuso d’ufficio (323 c.p.)è il reato di cui il Pd (Bellanova, Rotundo e Marra) chiede alla magistratura leccese di accertare la sussistenza. E lo fa citando altri casi e ripercorrendo punto per punto tutte le possibili violazioni della legge nelle quali il modus operandi di Palazzo Carafa potrebbe aver incappato. Un attacco al cuore delle presunte politiche del consenso del centrodestra in quindici anni. La magistratura leccese, informata, valuterà il da farsi, deciderà se il “teorema” del Pd è degno di essere approfondito o se si tratta di chiacchiere. I cittadini, il 6 e 7 maggio, daranno il loro giudizio. Forse, l’unico che alla politica interessa davvero.
foto di Paolo Margari

