Quell’Atlantide nascosta sotto la gelateria Crem

La nuova gelateria Crem di viale Marconi a Lecce non brilla soltanto per motivi che sono sotto gli occhi e sulla bocca di tutti (i gusti alla frutta, per cominciare), ma anche per delle ragioni che restano al buio, nella fresca penombra della toilette sottostante.

Il fatto è che, carta igienica alla mano, abbiamo motivo di credere che i bagni di Crem non solo siano i migliori bagni di Lecce città (la campagna, in questo segmento di mercato, resta ancora imbattibile). Ma che, in ultima analisi, siano anche un modo di intendere la dimensione urbana come da tempo non la si intendeva. E stupisce che sia proprio l’ultimo esercizio arrivato a ricordarcelo.

Oh, i bagni di Crem! Superiori alla media di bar secolari o moderni, antichizzati o cafoneschi, per più e più criteri di valutazione. E migliori anche di molti bagni privati casalinghi, se è per questo. Si parte dall’ingegneria dei materiali della seditoia e si finisce a parlare delle caratteristiche organolettiche del sapone liquido, talmente odoroso di limone che ti viene da abbinarlo al gelato al pistacchio di Bronte. La carta monostrappo Tork sa di mamma, di saggezza domestica per cui puoi avere la massima qualità, ma solo se ne fai un uso parsimonioso. Niente: un posto che tiene così tanto al design delle sue targhette uomo-donna, non poteva non avere la migliore fragola di Lecce.

Tu ci entri e apparentemente sei solo a un chiavistello dalla realtà: in verità, erano anni che non eri tanto vicino alla tua anima (fatti salvo i nani alla De André). Chiudi la porta e ti ritrovi improvvisamente vicino a valori che il centro storico di Lecce sembrava aver dimenticato da tempo: il buon odore e la solitudine. Diciamoci la verità: con internet e la moda dei ristoranti etnici da asporto, non mica così facile stare contemporaneamente al silenzio e lontani dalla puzza. Con la ragazza originale della banana Chiquita, poi, che fa la guardia a al piano superiore, l’offerta della ritirata di Crem non si batte.

Quelle mattonelle blu, quella distesa a perdita di rotolo di ceramica smaltata, non ti conducono in una ritirata, ma in un mondo sottomarino, una città nella città: un’Atlantide liberatoria che sola ti permette di evacuare da una Lecce divenuta stitica, in cui i commercianti non sanno più darti neanche la loro gentilezza, figuriamoci un bagno in cui essere te stesso per qualche minuto di armonia (di cereali?).

Un mondo parallelo al nostro che, se non senti gorgogliare come un gigantesco acquario, è solo perché le tubature che lo tengono collegato alla terraferma sono perfette, manutenute da idraulici dal volto umano – che uno non può non immaginare sosia di Super Mario – con la stessa cura con cui il piccolo protagonista di Hugo Cabret si occupa dei meccanismi degli orologi della stazione di Montparnasse.

Davvero, se ci fai caso – ma se soprattutto non ci fai troppo caso – la dimensione dove ti conducono quelle scale, talmente sontuose che starebbero bene a Sanremo, sebbene rivestite in cotto – è quella di un acquario gigante, in cui ti senti un raro pesce esotico, bellissimo e bene accudito, separato dal mondo eppure perfettamente ossigenato.

E il sollievo che ci provi non è solo vescicale, ma quasi termale.

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