Il ritorno al passato e la nuova antipolitica di Perrone

Con il ritorno di Lucio Inguscio nelle giunta di Paolo Perrone il cerchio si è chiuso. Dimesso un anno fa, piroettato in casa dell’Udc per qualche mese, il gran portatore di voti è tornato alla guida della città. Giova ricordare che Inguscio, da assessore alla Casa – e dunque da principale referente di uno dei settori più sofferenti – inviò un sms ad “amici e parenti interessati” per invitarli nel Caaf gestito dal fratello. Il fine era illustrare il bando per l’accesso alle Case popolari. Un bando all’epoca non ancora pubblicato.

La cosa creò scalpore. Tanto che Perrone fu costretto a dimissionarlo. A due mesi dalle elezioni la banalità del mercato politico leccese vuole che i voti preziosi di Inguscio (quasi 800 alle elezioni del 2007) vengano barattati con un posto di governo. La non-chalance con la quale si consumano alla luce del sole certe operazioni di basso mercato senza alcuna utilità pubblica (che senso ha fare l’assessore alla Polizia Municipale per due mesi?) la dicono lunga sul degrado, sull’abbrutimento della politica cittadina.

Ormai a Lecce non ha più senso parlare di centrodestra. I valori del rigore, della morale, dell’ordine e della disciplina che nell’immaginario ingenuo caratterizzano quest’area politica non ci sono più. Sepolti, massacrati, da una potente carica di antipolitica. Perciò non è importante se un anno fa la vergogna per un comportamento discutibile ti ha portato alle dimissioni. Ciò che più conta è la tua capacità di cammellare nelle occasioni che contano quelle centinaia di persone che ti sono riconoscenti per qualche motivo.

Ma il caso Inguscio è un episodio di una trama più complessa. Ci sono le liste di elettori i cui nomi vengono spuntati uno ad uno durante le primarie del centrodestra. Ci sono i dirigenti del Comune che parteggiano apertamente spendendo anch’essi il loro seguito di conoscenti. Ci sono i vertici delle aziende municipalizzate occupati anch’essi a traghettare voti di dipendenti e famiglie al seguito. C’è tutto un sistema di governo nel quale il confine tra l’amministratore pubblico e il funzionario di partito è annullato. Le istituzioni cittadine più che essere lottizzate sono state colonizzate dalla politica. E di conseguenza vengono gestite. Senza il minimo pudore.

È ancora valido l’inquietante slogan “allu Comune de Lecce cumandamu nui”, frase agli atti del procedimento giudiziario contro l’ex braccio destro della Poli Massimo Buonerba. Calzante perché rappresenta tutta una filosofia di governo della città che è sopravvissuta allo stesso momento d’oro del “consulente giuridico” dell’ex sindaco, da tre mesi rinchiuso – e dimenticato? – nelle patrie galere. A “cumandare” è sempre lo stesso sistema.

Eppure qualcosa sembrava stesse cambiando. Quando Perrone, negli anni passati, si scagliava contro le spregiudicate operazioni del Filobus, di via Brenta, dei Boc, altro non voleva se non apparire portatore di valori diversi da quelli del blocco di potere che aveva governato Palazzo Carafa prima di lui. Sbandierando – come fa ancora oggi – “l’interesse dei cittadini” riusciva a tenere in piedi l’immagine dell’intero centrodestra alle prese con scandali e inchieste giudiziarie che ne certificavano il fallimento. Il sindaco riusciva a sanzionare con le dimissioni scivoloni come quello di Inguscio, faceva quel che poteva per tutelare una immagine di integrità morale spendibile verso il proprio elettorato. Puntando al risanamento del bilancio come obiettivo politico. Una strada che si è rivelata fallimentare. Che lo stesso Perrone ha dovuto abbandonare di fronte all’esigenza di fare blocco per continuare a governare.

Oggi, costretto dal suo capo Raffaele Fitto, Perrone ha dovuto ingoiare l’alleanza tra il suo partito e Adriana Poli Bortone, bersaglio privilegiato delle sue invettive. È chiaro che, domenica scorsa, mentre all’hotel President il suo capo Raffaele Fitto e la senatrice hanno reso pubblico il loro secondo matrimonio d’interesse, Perrone non se l’è sentita di metterci la faccia.

Ben poca cosa deve sembrare a Fitto la coerenza di comportamenti da parte di quello che era il suo pupillo. Ben poco interesse deve destare nell’ex ministro il rispetto per l’intelligenza dei leccesi. Coerenza, intelligenza, capacità di scegliere. Valori sepolti nel deserto dell’antipolitica a-morale di questo centrodestra a cui lo stesso Perrone ha deciso di aderire, riprendendosi in giunta, per un pugno di voti, un ex assessore dimissionato.

Fitto  e Poli, insomma, con il loro accordo politico, hanno definitivamente tarpato le ali quel minimo di progetto riformatore che stava nei rigurgiti di orgoglio del povero Perrone. La senatrice e i suoi ormai pochi fedelissimi, sono ansiosi di sedersi in giunta nella prossima amministrazione (durante la quale verrà ridisegnata la città tramite il Piano regolatore generale). Fitto, da parte sua è ansioso, impaziente, di mostrare a Roma i risultati del suo Pdl salentino, che molti davano per morto appena poche settimane, fa e che oggi, nella fase post-berlusconiana vuole utilizzare come biglietto da visita. Costi quel che costi.

Questa classe dirigente, in definitiva, sopravvive e continua governare solo nello scenario di un eterno ritorno al passato. Perché prospera nell’immobilismo. Oggi, a due mesi dalle elezioni, c’è la necessità di passare un colpo di spugna su tutto ciò che è accaduto nella consiliatura di Perrone. Ricandidandolo. Ovviamente per fare in modo che nulla cambi.

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...

3 thoughts on “Il ritorno al passato e la nuova antipolitica di Perrone

  1. ma è così dappertutto… guardiamo alla regione dove se non hai militato in una fabbrica non vai da nessuna parte…. Le nomine nelle varie agenzie dicono tutto.

  2. E guardiamo alla storia e alla cultura popolare, esemplare la parabola del figliol prodigo. Esemplare un detto che viene dal basso: "ogni scarrafone……" Tutto si perdona per ammmmore.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *