La crisi e la nuova sfida della sinistra europea

Credo che l’annuncio del governo greco di sottoporre a Referendum popolare le odiatissime misure economiche imposte dalla finanza internazionale, stia a indicare la volontà di Papandreu e i suoi di abbandonare, con tutta probabilità, l’area dell’Euro.

Le clausole previste dall’Europa finanziaria per concedere un nuovo prestito alla Grecia avrebbero comportato uno sconvolgimento, ingovernabile, degli assetti sociali ellenici, senza che, al contempo, ci fosse stata una minima possibilità di restituire l’intero debito. Insomma, il governo socialista di Papandreu che aveva ereditato (dal precedente governo di centrodestra) la gravissima crisi economica e che aveva già imposto drastiche misure all’economia, ha ritenuto che il prezzo richiesto per il suo popolo era diventato oramai inaccettabile.

In discussione era l’autonomia decisionale di quel paese, la sua stessa sovranità nazionale. Infatti, le scelte politiche e sociali dei prossimi anni non sarebbero più state ispirate a modelli di società liberamente scelti dagli elettori greci, ma avrebbero rappresentato un mero susseguirsi di rigidi impegni finanziari imposti dalla tecnocrazia di Bruxelles, che avrebbe trasformato l’intero territorio greco in una specie di terreno di conquista delle multinazionali europee.

Non è un caso che Papandreu abbia deciso di rimuovere tutti i vertici militari, sostituendoli con altri di sua fiducia, come se avesse avvertito che dietro la perdita di autonomia della politica greca si potesse aprire uno spazio di manovra per le velleità autoritarie dei generali di Atene.
Si annuncia uno scenario imprevisto e sconvolgente per la politica e l’economia dell’intera Europa e in particolare per quelle aree a rischio che già sembrano commissariate dalla politica della Banca centrale.

Pensate al buco debitorio delle banche tedesche e francesi, se la loro esposizione nella crisi greca oggi calcolata in Euro fosse unilateralmente convertita in dracme.
Una moneta probabilmente inutilizzabile sul mercato internazionale.
Stiamo parlando di banche esposte per oltre 100 miliardi di euro e che rappresentano il motore finanziario dell’economia europea. Banche che a questo punto, per impedire la probabile bancarotta, costringeranno i propri governi (Francia e Germania) a raccogliere tutti i fondi possibili sul mercato per garantirsi consistenti politiche di sostegno.

Prepariamoci quindi a vedere ulteriormente ridotti gli acquisti dei buoni del tesoro italiani dalla Banca centrale europea. A Draghi, e ai suoi, non sarà più consentito di correre in aiuto di un paese che sembra incapace di assumere autonome decisioni di politica finanziaria.
La decisione greca rende l’Italia oggi più esposta alle “vendette” di Francia e Germania (e dei suoi governi intrallazzati con le rispettive banche).
Un paese non solo ridicolizzato nei consessi internazionali ma oramai “guidato” dai diktat che arrivano da Bruxelles, come se, da tempo, la politica nazionale fosse stata abolita e la classe dirigente di questo paese scomparsa.

Illudersi che Berlusconi e Bossi lascino il campo è vano. Anzi, è probabile che, per la Lega, l’acutizzazione dei conflitti tra le economie dell’Europa del nord e la parte mediterranea del vecchio continente giochi a favore della ripresa di un vecchio schema secessionista (teorizzato da Tremonti).
Siamo a uno snodo decisivo per la politica.

Non è solo l’agonia di un vecchio satiro, ma la più grande sfida del dopoguerra per la sinistra europea. In piazza, dunque.

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