La coca a Palazzo e le miserie della classe dirigente leccese

E’ triste ammetterlo, ma nella vicenda della “Coca al Palazzo” c’è tutta la miseria della classe dirigente della nostra città.
In primo luogo della politica.

Non c’è alcun dubbio, infatti, che da mesi, da qualche “gola profonda” che aveva avuto la possibilità di sbirciare gli appunti informali delle intercettazioni di noti trafficanti (il famoso brogliaccio), l’onorevole Poli aveva ricavato sufficienti motivi per lanciare una campagna sull’uso della cocaina da parte degli amministratori leccesi.

Per mesi la politica cittadina è sembrata unicamente appassionarsi sulla differente efficacia tra le analisi delle urine e quella del capello; giungendo a punte di assoluta, involontaria, comicità. Come se gli sviluppi della vicenda amministrativa del Comune capoluogo, potessero dipendere dall’indice tossicologico di alcuni amministratori, e gli stessi scenari per le prossime amministrative essere delineati presso qualche laboratorio d’analisi.

A questa deriva impotente della politica, nessuno mi pare si sia sottratto.

Tutti sembravano sospesi nell’attesa dell’evento che avrebbe dovuto dare la spallata decisiva; vale a dire la conferenza stampa di Motta e dei Ros per presentare l’operazione “Augusta”.
E qui è la stampa cittadina a dare il meglio di sé.

Nonostante nella presentazione dell’operazione, Motta e gli ufficiali dei Ros si soffermassero ampiamente sulla “penetrazione nel territorio dei fenomeni malavitosi connessi allo spaccio” ed escludessero un coinvolgimento diretto dei politici, il giorno dopo il messaggio della stampa locale era, esattamente, il contrario.
La “coca era arrivata a Palazzo Carafa”.

Non c’è alcun dubbio che giornalisti esperti che da anni seguono la cronaca giudiziaria non avrebbero potuto costruire una campagna mediatica così incalzante, basandosi solo sulla conferenza stampa di Motta. Altre, evidentemente, erano le notizie in loro possesso e altre le fonti (evidentemente autorevoli) da cui erano giunte.
E veniamo alla magistratura leccese.

C’è un’evidente differenza di toni e argomenti tra la prima conferenza stampa di Motta e il successivo comunicato in cui si afferma “che non è stata intercettata e non c’è negli atti delle indagini alcuna conversazione telefonica… o alcun contatto” che potesse rendere credibile l’uso di coca da parte di alcun politico leccese.
La perentorietà dell’ultimo comunicato di Motta non lascia margini a interpretazioni.
Rappresenta la più radicale smentita della lettura che i principali quotidiani locali avevano dato, con grandissimo risalto, dell’inchiesta “Augusta”.
Ed è la prima volta in trent’anni che la Procura di Lecce rompe il tradizionale rapporto di “complicità” con la stampa locale.

Motta, evidentemente, ha voluto stroncare sul nascere l’utilizzazione in chiave politica di frammenti di notizie e, contemporaneamente, delegittimare in maniera clamorosa quanti (in Procura o cancelleria?) avessero suggerito a stampa e politici, interessate ipotesi di lettura.
Insomma, ha cercato di impedire che attraverso l’utilizzazione spregiudicata delle intercettazioni, da una parte si consumassero vendette politiche che non avrebbero minimamente giovato all’inchiesta (non è un caso che Sergio Greco per il momento tace), dall’altra si potessero aprire falle all’interno del Palazzo di Giustizia di Lecce, come sta avvenendo in quel verminaio che è oramai diventata la Procura di Bari.

Ma Motta non ha chiarito alla città, come ha potuto il sistema malavitoso della Scu riaffermare il controllo su pezzi di territorio senza mai stabilire rapporti di complicità con il sistema politico. La nota con cui il Procuratore ha chiarito è forse troppo stringata. Pare strano, infatti, che un sodalizio criminale come quello sgominato possa sedimentarsi nel tessuto sociale di una comunità senza nemmeno sfiorare il sistema politico e bene ha fatto il Pd a porre il problema, seppur timidamente, nella conferenza stampa di domenica.

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