Per molti dei partecipanti alla presentazione leccese di “Fuori!”, nuovo libro di Matteo Renzi, arrivare in anticipo al Carlo V ha significato solo una cosa. Stare seduti, senza dover per forza essere un’autorità in determinati campi (che ieri, come spesso avviene, spaziavano dall’amministrazione di Lecce al diploma honoris causa di modella di intimo) per non restare in piedi.
Chi non è invece né autorevole né puntuale ha dovuto accontentarsi del cosiddetto “corridoio della morte”: un bilocale di braccia, gambe e aliti che si forma sul fondo della Sala D’Enghien, facendo puntualmente rivoltare la principessa di Taranto nella tomba ogni volta che, altrettanto puntualmente, a un evento con un ospite più importante di Massimo Alfarano, si genera del pubblico in piedi.
Per altri avventori della presentazione, arrivare in orario ha significato qualcosa di più: poter seguire o, al limite, comprendere quello che il sindaco della Lecce del Nord ha comunicato. Ma c’è anche tanto altro. Ecco dunque 5 motivi per cui ieri sera valeva la pena di stare seduti:
5. Per leggere i sottotitoli ai discorsi in lingua originale di Obama e di Bob Kennedy proiettati da Renzi. Intelligerli con l’attenzione tipica chi può farlo senza sudare tipo spinning. O senza dover scappare in bagno, a intervalli regolari, per abbracciarne i marmi, alla ricerca di refrigerio e riflessioni a posteriori. O senza sentirsi urlare dal razionalista Giacomo Grippa di aprire quella cavolo di finestra.
E rendersi conto della piccola ma non banale rivoluzione di fare largo uso di spezzoni video, nel corso di un incontro che è stato quasi un keynote (R.I.P. Steve Jobs), più che una presentazione di libro (per giunta politico). Tanti sono stati i contributi multimediali che Renzi ha adoperato, tutti calzanti, fra cui spiccava la scena in cui un giovanissimo Roberto Benigni (da “Berlinguer ti voglio bene”) urla un disagio che è anche quello di Renzi, nei confronti della classe politica italiana attuale:
Sono arrivato al limite del sopportamento di un figliolo normale.
4. Per ascoltare Renzi senza far caso alle pur legittime rimostranze che, dal corridoio della morte, venivano lanciate contro gli organizzatori. I quali, anche per un politico simbolo del giovanilismo sostenibile – come Renzi – avevano scelto la stessa angusta ma augusta sala che, di norma, è l’ambasciata dei tromboni presso la città di Lecce. Ci sono passati Scalfari, Mieli e, chi più ne ha, più ne inviti. La più arguta delle polemiche dal basso: ”Quanto è bello un politico che puoi seguire quando parla” – “Devi vedere quanto è bello seguire, quando parla, un politico che puoi seguire quando parla”.
E’ forte l’ostinazione degli organizzatori di eventi salentini nel non considerare altri spazi, magari meno prestigiosi o altisonanti, ma più funzionali e accoglienti. Questa volta a dare fiducia a Maria d’Enghien sono stati Maria Novella Guarino della Fondazione Città del Libro e Paolo Foresio, consigliere giovane al Comune di Lecce.
3. Per realizzare, speriamo una volta per tutto, che in politica si dovrebbe stare “se conosci qualcosa, non se conosci qualcuno”.
2. Per avere una copia di “Fuori!” autografata da Renzi, ma con dedica firmata a nome “Nichi”, come un buontempone leccese ha chiesto e ottenuto dal sindaco di Firenze. Molte copie del libro erano disponibili a 17,50 euro nell’anticamera del salone, per tutti quelli che non avevano dovuto spendere tutti gli spicci a loro disposizione con figlioli strozzini che facevano la spola col bar Avio per le mezze minerali.
1. Cogliere al meglio il messaggio più importante della serata. E vale a dire un emendamento alla già straordinaria “metafora della panchina” di Renzi, celebratissima da parte della critica metaforica italiana. Matteo, scattante, ha parlato per tutta la durata del suo intervento restando in piedi, dal palco su cui aveva fatto posizionare – al prezzo di castime che ancora stamattina riecheggiavano al Castello di Lecce – una pesante panca da giardino pubblico. “I quarant’enni non devono restare in panchina”, era il messaggio sottaciuto. La classe politica italiana è il problema dell’Italia, non l’Italia stessa. Ecco cosa ha detto, in sostanza, Renzi a Lecce, causando tanti cedimenti strutturali, nel pubblico meno fortunato, quanti gridolini estasiati da parte delle prime file. Se solo Renzi fosse leggermente più “anti” qualcosa (non basterebbe, forse, essere un po’ più antiberlusconiano?) il futuro di questo prodotto miracoloso di una facoltà di giurisprudenza e di qualche anno nel marketing potrebbe essere più roseo e più presto. Ma, forse, è proprio questo il punto. Un cambiamento lento, ma più epocale.
Tornando a noi, l’emendamento alla metafora della panchina è consistito nel proporre la scenografia con la panchina (icona delle presentazioni di “Fuori!”) nella sala del trono di un castello feudale divenuto, col tempo, di tutti. E il trono, nell’anticamera della toilette refrigerante, stava solo a guardare.








Cose che brillano nella serata con Renzi
- Paolo Perrone che si compiace della sala Maria D'Enghien davanti a un collega che lavora ogni giorno a Palazzo Vecchio (Parafrasando la celebre 'Arcu de Pratu' potrebbero citarsi alcune strofe "Inne Re Ferdinandu all'Arcu de Pratu lu Sinnacu tisse presciatu: "Maestà quistu è l'Arcu" e iddhru de bottu respuse: "Che me ne fotto"…)
- I locali vertici del PD che disertano l'incontro ed inviano in ambasciata il buon Salvatore Capone
- L'assenza dell'Assessore Provinciale alla Cultura
- Il giovane Consigliere Comunale di Lecce Paolo Foresio che si assume l'ingrato onere di presentare il libro: su 200 pagine lette sotto l'ombrellone (come lui stesso afferma) l'unica cosa che gli è rimasta impressa sono le 'simpatiche battute in dialetto fiorentino' (dialetto fiorentino?!)
- Il pubblico leccese che all'uscita gongola per la battuta di Renzi "Se Lecce è la Firenze del Sud magari vorrà dire che Firenze è la Lecce del Nord"…