Provincialismi salentini col terronismo da ultrà

I subbugli identitari della nostra provincia non finiscono di moltiplicarsi e sorprendere. Tra rivendicazioni di secessioni e irredentismi, il morbo leghista sembra aver messo profonde radici nella coscienza della popolazione dimenticata di questa terra. Il referendum su Casalabate potrebbe essere tema di qualche ricerca politologica: “Lo sbocco sul mare come suprema chance di sopravvivenza nazionale – i casi polacco, serbo e squinzanese –”. Tra l’altro il botto prodotto dalla vicenda potrebbe farsi sentire su tutta la penisola…salentina. Anche Martano è priva di un accesso al mare, e niente di più facile che le sue orgogliose genti ingaggino battaglia contro i melendugnesi e gli otrantini per il possesso di Sant’Andrea e di Borgagne (ridente paesello che si trova lungo la rotta per il mare). Per non parlare della nostra privatissima questione isrealo-palestinese: Merine versus Lizzanello, sua dispotica metro-poli! Avete idea di quanto sangue inutile potrebbe inutilmente scorrere in nome della libertà di queste comunità oppresse?

Ponete il caso che la “Notte della Taranta” dell’estate che viene non si tenga…ah no no non era questo che volevo dire…scusate si è trattato di un lapsus freudiano, una specie di profondo e intensissimo desiderio edipico…dicevo, ponete il caso che durante il “Sacro Concertone” (come sacre erano le Olimpiadi o le Panatenaiche per i greci) tutte queste diverse dispute territoriali si mescolino e trovino il potente detonatore dell’orgoglio del “ci suntu ieu, ci sinti tie”? Ragazzi, forse è meglio non farla davvero quest’anno…

Fate caso al fatto che le genti salentine si emozionano molto quando si sentono nominate: dalla pizzica scelta come colonna sonora di un film di Polansky ai casi di cronaca nera efferata; da una rubrica turistica su emittenti nazionali alla distratta citazione in opere della fantasia (vedi il “fratello di lecce” nell’”Allenatore del pallone”, oppure il “castello di Otranto”, romanzo noir di Horace Walpole, la cui trama, purtroppo, non riguarda la polistirolarizzazione della rocca). Chi di noi non ha visto un suo congiunto o un amico, in un pomeriggio uggioso, esplodere in un improvviso grido di esultanza per aver sentito nominare il proprio paese in tv? O non si è scoperto coi lucciconi quando ha incontrato un proprio conterraneo nella movida barcellonese?

Il fatto è che non essere nessuno fa male a chiunque. La marginalità è un destino che difficilmente si può digerire e ancor più confessare a se stessi come un destino irrimediabile. Franco Cassano, cantando le tristi e stantie lodi del Sud, a un certo punto racconta del coraggio di “essere provincia senza disperare”. Forse questo modo d’essere si può realizzare sentendosi soddisfatti e pieni di sé, nel senso di saturi e incapaci e indisponibili ad accedere ad altre fonti di conoscenze, come un bicchierino colmo fino all’orlo. Ma dal momento che la superficie del pianeta è stata interamente esplorata nessun luogo può bastare a sé. E la conoscenza dell’altro, o anche la consapevolezza di essere una parzialità infinitesimale non può che condurre alla disperazione, se non hai il buonsenso di ammettere che da qualche parte c’è qualcuno che potrebbe essere migliore di te. È proprio quello che è successo a noi. È la riduzione alla mentalità dell’ultrà calcistico che ha colpito i salentini. Nel disperato tentativo di generare un po’ di amor proprio nei cafoni, siamo arrivati a rendere i terroni ancor più irreversibilmente terroni. E in questo non c’è nessuna bellezza.

Contro le estetiche miserabiliste, consiglio cinematografico del giorno: “Brutti, sporchi e cattivi”, 1976, di Ettore Scola.

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