Vanini, il filosofo che voleva cambiare il Sud

E’ una lunga battaglia quella, culturale e territoriale, che Mario Carparelli, l’enfant terrible degli studiosi vaniniani, ha intrapreso da tempo. Almeno da quando è iniziata la parte più entusiasmante della sua carriera filosofica (con dottorato all’Università del Salento). Quello che non sapevamo era che questa battaglia potesse essere combattuta anche da quelle due amazzoni di lungo corso dell’Adriana Poli Bortone e della Maria Rosaria Ferilli. Se vi aggiungete il ruolo di giovani ufficiali della filosofia, interpretato ieri all’auditorium del Museo Sigismondo Castromediano da Mario Carparelli e da Ubaldo Villani-Lubelli, avrete un quadro più completo di quello che è stato l’ultimo incontro su Vanini ospitato a Lecce.

Soprattutto la Ferilli è un’erinni che si concede all’attacco senza posa. Urla, strappando fior di applausi al pubblico di vaniniani e uomini di libero pensiero presenti, uno sdegno per la trascuratezza degli amministratori locali nei confronti della cultura autoctona, che lascia sorpreso anche Giacomo Grippa degli Atei, Agnostici e Razionalisti, che mai si sarebbe sentito di condividere tanto con la Responsabile culturale regionale del Movimento “Sud” (con in cantiere il progetto di un’altra associazione: l’Università dei Terroni, sempre insieme con la sua adorata Poli).

La pace sarà stipulata solo quando il Salento riscoprirà finalmente tutto il valore di Giulio Cesare Vanini, il pensatore pugliese citato 13 volte da Schopenhauer, sebbene pochissimi dei nostri conterranei – anche fra quelli che erano presenti ieri all’ultimo dibattito su di lui – sappiano chi sia. Ingiustamente, Vanini è stato profondamente dimenticato dalla cultura occidentale, e figuriamoci da quella salentina, più o meno da quando Luigi Corvaglia – ed erano gli anni ‘30 del ‘900 – lo additò come un plagiario, un impostore. Corvaglia, pur melissanese (dunque a un passo dalla Taurisano che proprio a Vanini diede i natali, nel 1585), non comprese che dietro il collage di testi leciti con senso illecito pubblicati dal taurisanese c’era un trucco geniale. Un trucco che gli permise non solo di pubblicarli, ma anche di saperli raccomandati dalla Chiesa. Vanini lo aveva adottato per diffondere impunemente e universalmente il suo pensiero, che sarebbe stato la base per la scissione definitiva fra fede e ragione. “Prima di Vanini la fede e la ragione portavano alla stessa meta: la religione.

C’è anche lui prima degli illuministi”. Parola di Carparelli, che ha curato sia l’opera omnia di Vanini (per la più prestigiosa collana di testi filosofici in Italia, della Bompiani), insieme col suo maestro Francesco Paolo Raimondi; sia un volumetto divulgativo più snello (meno di 200 pagine, contro le quasi 2000 del primo), in cui illustra in breve la vita avventurosa, i trucchi del mestiere e le pagine più importanti o anche spassose dei testi libertini di questo genio. Carparelli è instancabile. Non passa mese senza che venga annunciata una nuova “battaglia vaniniana”. Prima i libri; poi il corso monografico; poi la lettera inviata a Giovanni Fornero perché reintegri Vanini nell’Abbagnano, il libro di storia della filosofia più usato nelle scuole italiane. Che ignora Vanini. Insomma, pare che pure Carparelli non sia da meno, rispetto a Vanini, quando si tratta di sostenere le sue idee. Anche se non lotta contro Inquisizioni o censure, Carparelli lotta contro l’indifferenza del territorio in cui lui e Vanini sono nati non soltanto per la filosofia di impianto razionalistico fra cinque e seicento (magari fosse solo questo!). Ma contro l’indifferenza del nostro Paese nei confronti della cultura. E lo fa con ogni mezzo che sia a sua disposizione. La speranza è che le analogie fra lui e il suo autore preferito si fermino qui. Vanini aveva la stessa età di Carparelli al culmine della sua attività: 32 anni. Morì due anni dopo, cosa che preghiamo Mario di non fare, in tutte le lingue, morte o vive.

Gli highlight dell’incontro. Innanzitutto ha fatto molto piacere a tutti che lo spauracchio della domanda di fondo che la senatrice Poli avrebbe voluto rivolgere a Mario sia stato disatteso. La Poli non gli ha chiesto realmente se Vanini sia più da considerare un pensatore o un filosofo. La senatrice è partita da ben altro. Quello che l’ha colpita di più del pensiero (o della filosofia) di Vanini è come cerchi di dimostrare che i primi atei sono proprio i cattolici, perché non credono in niente di quello in cui dovrebbero credere. Provvidenza e Dio inclusi. È il grande paradosso di Vanini, che la Poli ha colto perfettamente.

Ubaldo Villani-Lubelli prosegue, dimostra di aver capito anche altro, dai recenti successi editoriali e accademici di Vanini: la prova che il Mezzogiorno può investire in cultura.
“Non dobbiamo dimenticare mai che l’oscurantismo che uccise Vanini fu politico, non religioso. Vanini è stato uno degli esponenti della filosofia del Sud. E’ un termine improprio ma efficace. Una filosofia non riconosciuta ma che fa parte del ritmo della storia del pensiero. Anche se Vanini ha vagato per l’Europa, è rimasto sempre un meridionale”. Vanini deride i tarantolati. Parla di un miracolo di Presicce (un cieco cui fu ridata la vista, ma che fu fatto zoppo perché potesse continuare a mendicare). Non è solo meridionale il suo contenuto ma lo è anche la forma: un’ironia che non sa solo di pamphlet ante litteram, ma anche di papa Galiazzu. Ubaldo Villani-Lubelli (altro brillante studioso di filosofia salentino, in prestito all’Università di Colonia finché – speriamo – una palingenesi dello strano rapporto che ha la nostra terra con le risorse umane non lo richiami in patria), si domanda se, come dice Veneziani, il Futuro del Sud non sia quello magico di Ernesto De Martino. Se non si debba studiare e valorizzare il Sud con attenzione al magico all’irrazionale al dionisiaco. Non a caso, Vanini pubblicava a suo rischio e pericolo (e che pericolo: fu bruciato dal Tribunale di Tolosa) perché il suo obiettivo non era solo parlare della realtà, ma cambiarla. Buona fortuna a Mario.

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