Settecento cani al posto di duecento. Nel canile di Brindisi, un’emergenza istituzionalizzata

Angel è rannicchiata in un angolo, con la coda tra le gambe, la testa bassa. E’ terrorizzata e magrissima. Ha il manto grigio, come le mura di cemento in cui è rinchiusa. Frida cammina affiancata ad una parete, anche lei è pelle e ossa. Le condizioni pietose di questi due cani, ospitati nel canile comunale di Brindisi, sono state immortalate in due foto recentemente pubblicate su Facebook da due volontarie animaliste. Grazie al social network le foto hanno avuto una diffusione enorme, scatenando feroci polemiche sulla gestione del canile, affidato alla “Brunda srl” (una società di costruzioni) e alla Cooperativa sociale “”Terra Viva” di Mesagne. La Lepa, associazione animalista iscritta all’albo regionale, collabora alla gestione del canile per facilitare le adozioni e la cura dei cani.

Oggi il canile di Brindisi ospita 698 animali. Questa cifra è più del triplo rispetto al limite di 200 animali per struttura imposto dalla legge regionale. In sostanza è l’unico posto dove confluiscono tutti i randagi della città di Brindisi. La sua gestione è stata affidata tramite un appalto pubblico vinto grazie al massimo ribasso. La base d’asta dell’ appalto era di un milione 500mila euro, il lavoro è stato assegnato per 912mila euro per tre anni.

Sabato 13 dicembre, negli orari di apertura al pubblico, ci siamo recati davanti la struttura con l’intento di adottare un cane. Chiediamo di poter entrare ma un volontario ci dice che l’ingresso è consentito solo a membri di associazioni animaliste iscritte all’albo regionale. “La disposizione è del veterinario ed è motivata da ragioni di sicurezza – dice – Quando qualcuno entra i cani si agitano troppo e rischiano di azzannarsi tra di loro”. Di fronte alle nostre rimostranze, ci passano al telefono Giovanni Nardelli, il dirigente comunale responsabile del settore randagismo, il quale ancor prima di qualificarci come giornalisti, ci dice che per entrare abbiamo bisogno di una autorizzazione. Quando diciamo a Nardelli di essere lì per verificare le notizie sullo stato del canile, Nardelli non si scompone: “In quella struttura c’è un cancello e ciò significa che esistono delle condizioni per entrare e per uscire. Chiunque non può rivendicare il diritto di entrare se non si presenta e se non dimostra di essere chi si presenta”. Gli chiediamo perché una persona che vuole adottare un cane dovrebbe prima presentarsi e poi avere un autorizzazione per entrare e scegliere il cane da portarsi a casa. La risposta è: “Per le adozioni ci sono delle specifiche giornate organizzate dalla Lepa”. Quando domandiamo a cosa servano gli orari di apertura al pubblico della struttura, regolarmente resi pubblici, il funzionario afferma: “Per far entrare le persone che si presentano per lasciare un cane”. Poi ci saluta rendendosi disponibile per accompagnarci in visita nel canile il lunedì successivo.

Intanto due cose l’abbiamo capite: per entrare in questa struttura (pubblica) bisogna inviare un’ istanza per iscritto, presentandosi e spiegando le motivazioni della visita. Ma le persone che finora si sono presentate davanti al cancello, durante gli orari di apertura al pubblico, come hanno fatto a scegliere il cane da adottare? Ce lo spiega una volontaria: “Chi viene resta qui fuori, ci descrive le caratteristiche fisiche e caratteriali del cane, noi entriamo e ne scegliamo uno tra quelli presenti. Queste sono le diposizioni di veterinario, Comune e gestore”. Insomma, il Comune stesso considera necessario istituzionalizzare, anche se in maniera non formalizzata, l’emergenza.

Lunedì mattina, alle 11.45, ritorniamo al canile. Davanti al cancello troviamo il dirigente Nardelli, il gestore del canile Antonio Cozzoli e la vicepresidente della Lepa Francesca Losito. Il dirigente dice subito, riferendosi al putiferio scatenato dalla pubblicazione delle foto sui social network (una è stata condivisa più di 10mila volte): “Quello che sta succedendo è assurdo, un conto è collaborare, un altro è ingannare. Una foto di un cane ammalato può essere scambiata per quella un cane denutrito e maltrattato?”. Poi ritorna sulla conversazione che abbiamo tenuto sabato mattina, precisando che negli orari di apertura si può entrare negli uffici della struttura, ma non nel canile. “Ci sono le persone autorizzate ad entrare e persone autorizzabili in seguito alla presentazione di un’istanza. Tutti i cittadini devono essere autorizzati prima di entrare qui dentro, per una questione di sicurezza”. Però di questa autorizzazione non c’è traccia sulle carte, come lo stesso funzionario ammette. Anzi, sul regolamento comunale del canile si legge testualmente che “è permesso ai cittadini di visitare il Canile comunale i giorni feriali escluso le festività ed un giorno di chiusura infrasettimanale per esigenze di servizio, dalle 09.30 alle 12.30 nel periodo invernale”. Ma il perché della prudenza del dirigente nel consentire il libero accesso alla struttura, lo intuiamo una volta varcato il fatidico cancello oltre il quale, ci comunicano, non è possibile scattare fotografie.

La struttura può essere divisa in due ali con un corpo centrale in mezzo: a sinistra c’è la parte più vecchia, che ospita anche le “degenze” (cani in cura da parte del veterinario della struttura), al centro e a destra la parte più recente dove i cani dovrebbero essere semplicemente ospitati dopo aver ricevuto i trattamenti di rito (visita, sterilizzazione e microchippatura). Nella parte più vecchia del canile dovrebbero partire dei lavori che comprendono un ampliamento della struttura, ma per ora è tutto fermo. L’appalto prevede che i lavori di manutenzione, sia ordinari che straordinari, siano a carico del gestore. Chiediamo di vedere prima questa parte e ci viene consentito. Qui affermare che i box siano fatiscenti è un eufemismo: i muri, non intonacati, hanno buchi e sono formati da mattoni attaccati con un po’ di cemento. Le pareti sono nere e piene di muschio. Gli spazi, dove convivono anche quattro animali, sono piccoli e umidi. Per terra si cammina in un pantano d’acqua. Molti cani sembrano in salute, altri sono pelle e ossa come Angel e Frida, alcuni presentano piaghe sulle zampe e cicatrici sul volto. Le degenze, che ospitano appunto cani malati, sono spazi angusti e fatiscenti. Nessun box, neanche nella parte di costruzione più recente, ha un’area di sgambamento. Negli altri lotti la situazione è migliore ma alcune criticità balzano agli occhi: i tombini di scolo sono difettosi, nei ricoveri ci sono pozzanghere. Molte griglie presenti nei box, sotto le quali passano le deiezioni, sono rotte o mancanti. Un fatto che mette a repentaglio la sicurezza di persone e cani, in quanto li espone a cadute in buchi profondi mezzo metro. In molti secchi l’acqua è nera e le chiusure dei cancelli dei box sono invase dalla ruggine. Nei ricoveri non ci sono cucce, né coperte, né pedane isolanti in legno. C’è solo cemento. Ma se a noi non è stato consentito di scattare fotografie, alcune ci sono state inviate da una fonte che vuole rimanere anonima. Le foto rispecchiano la situazione che abbiamo visto, e testimoniano le precarie condizioni di alcuni animali e dello stabile. Le pubblichiamo nell’interesse pubblico, rammentandovi che alcune di queste immagini potrebbero urtare la vostra sensibilità.

Nei giorni successivi, parlando con le persone che a vario titolo hanno a che fare con questa struttura scopriamo che alcuni volontari non vogliono esporsi nel rilasciarci testimonianze perchè temono ripercussioni negative. L’unica che accetta di metterci il nome è Rosalba, che nel canile ha fatto volontariato fino a sei mesi fa: “Dopo quattro anni sono andata via perché non riuscivo più a vedere alcune cose e a stare zitta. Dopo che è scoppiato il polverone (la pubblicazione delle foto su Facebook, ndr) hanno almeno cambiato i secchi, che prima erano rotti e perdevano acqua. D’estate alcuni cani non avevano acqua. A volte, poi, la compatibilità tra cani non veniva rispettata, e alcuni inserimenti sono stati fatti con leggerezza nei box. Alcuni cani più deboli, inseriti in gruppi consolidati, sono morti sbranati. Noi volontari facevamo di tutto. Io la domenica andavo a fare le terapie: ho imparato a fare flebo, iniezioni. Poi ho sempre segnalato il problema delle griglie sottostanti alle gabbie, che non hanno telaio e quindi si spostano con facilità. I buchi che si creano sono pericolosi, alcuni cani ci sono caduti dentro e non sono più riusciti ad uscire. Io una domenica passai per un corridoio e sentì abbaiare da sotto il pavimento: un cane era caduto nella condotta fognante e stava girando alla ricerca di un uscita. Era rimasto tutta la notte lì dentro, bagnato e sporco di feci. Fortunatamente riuscì a tirarlo fuori. Io ho subito delle pressioni a causa delle mie segnalazioni. D’inverno le piogge facevano traboccare le fogne e alcuni box si allagavano, i cani stavano con l’acqua fino alle zampe. Poi, dato che i chiavistelli sono vecchi e arrugginiti, alcuni cani riescono ad uscire dai ricoveri e succedeva che alcuni animali di box differenti entrassero in contatto tra di loro. In alcuni casi siamo riusciti a dividerli in tempo, in altri no”.

Anche Francesca Losito, vicepresidente della Lepa, ammette le criticità della struttura e l’esistenza di animali sottopeso, ma difende la sua associazione: “Nessuno di noi ama vedere i cani in un canile, soprattutto se questo presenta carenze strutturali. Alcuni animali sono magri non per mancanza di cibo, ma perché sono malati ad esempio di filaria o leishmania. Molti sono già in terapia. Come volontari siamo pochissimi e facciamo il possibile per una struttura che contiene quasi settecento cani. Le cucce e le coperte non bastano per tutti, le usiamo per i cani vecchi e malati, o in quelle aree del canile più esposte al freddo. Facciamo di continuo segnalazioni al Comune e all’Asl, come abbiamo segnalato varie volte al gestore il problema delle griglie e di altre carenze. Gli azzannamenti sono avvenuti, ma anche tra cani che convivevano da parecchio tempo. Per questo limitiamo le entrate delle persone, perché i cani vanno in eccitazione. Però quando continuano ad arrivare cani e tu non sai dove metterli devi per forza inserirli in altri gruppi. Li controlliamo, magari vanno d’accordo per dei giorni, poi invece si azzuffano. I numeri sono troppo elevati. Siamo stati vittima di attacchi assurdi, che non ci meritiamo. Hanno detto che lasciamo morire i cani qua dentro. Questo è inaccettabile”.

Questo canile è lo specchio dell’emergenza randagismo. Un fenomeno che, nonostante una stringente normativa regionale, continua a portarsi dietro contraddizioni e inadempienze. Secondo l’Anagrafe Canina Regionale la struttura ospita 698 cani, come già scritto si tratta di una cifra di gran lunga superiore al limite di 200 animali per canile stabilito dalla legge regionale 26/2006. Per le strutture comunali la normativa prevede una deroga, purché gli animali siano custoditi in ricoveri adeguati. Del resto le precarie condizioni dei cani e della struttura, che abbiamo potuto constatare, furono messe nero su bianco dalla Commissione Ambiente del Comune in un sopralluogo di luglio 2013. La Commissione riscontrò spazi di ricovero troppo piccoli e condizioni igieniche problematiche. Il problema più grande è quindi il sovraffollamento che incide negativamente sul benessere animale, come già stabilito da una sentenza della Corte di Cassazione. La mancanza di ricoveri alternativi ha costretto l’amministrazione a prendere dei provvedimenti particolari: il 5 giugno 2013 il Sindaco Consales ha emanato un’ ordinanza che vieta l’accalappiamento dei cani su tutto il territorio cittadino. Lì dentro non potrebbe entrare un solo cane in più, ma qualche ingresso continua ad esserci. Si tratta sopratutto di cani malati e cucciolate.

Eppure, sembrerà paradossale, ma la situazione è migliorata rispetto a qualche anno fa. Nel 2009 i cani custoditi nel canile ammontavano a 1.200. Da allora molti animali sono morti e altri sono stati adottati. Al contrario di altri rifugi a gestione privata (leggi Rifugio Lovely di Lecce) qui i cani vengono affidati con frequenza e sono organizzate campagne di adozioni. Il lavoro dei volontari è estenuante, si prodigano per lo sgambamento, per accudire e lavorare sul comportamento degli animali. Ma tutto questo non basta. Gestire un canile con 700 cani e con gravi problemi strutturali resta un compito difficoltoso, soprattutto se il personale a disposizione è solo di quattro operai. La gara di appalto a ribasso indetta dal Comune ha inciso negativamente sulla qualità del servizio. Alcune amministrazioni stentano ancora a comprendere che, in questo campo, l’aggiudicazione dei bandi di gara non può basarsi esclusivamente in base a criteri economici, ma dovrebbe comprendere criteri qualitativi in termini di benessere animale. I risultati, altrimenti, sono questi. Dunque la gestione di questo canile sta pagando anche mancanze di altri organi: ad esempio l’inesistenza di una campagna di sterilizzazione che negli anni ha portato il canile a riempirsi a dismisura. Il controllo delle nascite è alla base del contenimento del fenomeno randagismo. Evidentemente qualcosa non ha funzionato se fino a qualche anno fa si è arrivati ad avere una struttura con 1200 animali e se, in tempi più recenti, si è arrivati ad un ordinanza sindacale che vieta l’accalappiamento. Ancora una volta, tra ritardi e inefficienze, il sistema che dovrebbe regolare il fenomeno randagismo continua ad ingarbugliarsi su se stesso. Come un cane che si morde la coda.

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2 thoughts on “Settecento cani al posto di duecento. Nel canile di Brindisi, un’emergenza istituzionalizzata

  1. Inammissibile solo una parola inammissibile che una struttura pubbluca venga interdetta al pubblico. Abbiamo un assessore alla Salute che se non sbaglio è di Brindisi potrebbe cominciare a mettere mano a queste questioni gravissime che hanno aspetti palesi di irregolarità, di illegalità. Sappiamo tutti come il paramani oso abbia radici anche 8 questo settore dove girano tanti troppi soldi.

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