Viaggio tra i casellanti delle Ferrovie Sud Est, un mestiere in via di estinzione

Il casello di Muro Leccese si trova vicino ad una pericolosa curva, al kilometro 12 della tratta Zollino – Gagliano del Capo delle Ferrovie Sud Est. Le imposte sono chiuse, una macchina è parcheggiata nel piazzale esterno. A piedi giriamo attorno all’edificio, scattando le prime foto e dopo qualche minuto, da una finestra, si affaccia Giuliana. Indossa una tuta, ha il viso minuto e i capelli legati. Il suo casello è uno degli ultimi in provincia di Lecce non ancora automatizzato e lei è una degli ultimi casellanti. Ma ancora per poco: entro dicembre anche al casello di Muro la sbarra che blocca il traffico delle automobili al passaggio dei treni sarà azionata dal sistema automatico. E non ci sarà più alcun motivo perché lei continui a trascorrere le sue ore al casello.

Fino ad oggi nel Salento sono rimasti cinque caselli non automattizzati: sono a Matino, Muro Leccese, Sanarica, Spongano e Morciano di Leuca. Con Laura Perrone, una delle fondatrice del progetto Rete Caselli Sud Est, siamo andati visitarli per raccogliere le storie degli ultimi testimoni dell’antico mestiere del casellante. Un mestiere “totale” nel quale il confine tra la vita e il lavoro delle persone diventa sfumato, o svanisce. Un mestiere che tra un paio di settimane nel Salento non esisterà più.

Il casello di Giuliana è piccolo ma importante perché controlla tre passaggi a livello. Lo si capisce dai due arganelli che servono a bloccare i passaggi lontani dalla postazione principale. Oggi nessuno ci abita all’interno, alcune stanze sono murate e si entra solo per prestare servizio. Ma qualche anno fa era un’abitazione, con cucina, salotto e camera da letto. Fino a poco tempo fa qui dentro si lavorava e si viveva: in queste mura è trascorsa la vita di una famiglia intera. Adesso ci sono ricordi. Giuliana è nata e cresciuta in un casello di Maglie, dove lavorava la madre. Ha dovuto lasciarlo in seguito all’automatizzazione avvenuta nel 2007: “Alcuni pur di non lasciare il casello decidono di prenderlo in affitto. Anche a me sarebbe piaciuto tenere il mio”. Anche per lei, in quel casello, c’è la storia della sua famiglia: “Mio nonno cominciò a lavorare in ferrovia negli anni ’50. Negli anni ’60 prese il suo posto mia mamma che poi andò in pensione nel 2001. In quell’anno subentrai io, avevo 21 anni. Ma anche prima, quando ero più piccola, davo una mano con il lavoro” dice con un sorriso sulle labbra. “Poi dietro avevamo un giardino con galline, papere e conigli. C’era un albero di limoni e di aranci e uno grandissimo di albicocche” dice allargando le braccia, come ad abbracciarne il tronco, “arrivava la stagione e faceva dei frutti enormi. Quando passavano gli operai della ferrovia ce ne chiedevano qualcuno e noi gliele davamo. Quante arrampicate con mia sorella su quell’albero!”. Giuliana descrive i ricordi del casello in cui ha vissuto con precisione, come se ci vivesse ancora. E’ un fiume in piena. Mentre parla raddoppia le vocali degli aggettivi, come per dare solennità al suo racconto: “In cucina c’era un antichissimo forno dove mia nonna faceva friselle, taralli, pane. Alle volte mia mamma faceva anche la pignata e arrostiva peperoni. Era un forno di quelli profondi e antichi. Sì, era proprio bello il mio casello”.

Giuliana ha il fisico e i modi di una bambina. Il giubbotto arancione delle Ferrovie che indossa è più grande di almeno una taglia. Ma quando lavora mostra la perizia del veterano. Mentre parliamo ad un certo punto si fa seria, le sopracciglia si inarcano. “Scusate, sta passando il treno” dice. Non ha ancora ricevuto nessuna comunicazione ma ricorda a memoria tutti gli orari. Con uno scatto esce fuori a girare gli arganelli e solo dopo il telefono squilla tre volte: è il segnale che il treno sta arrivando e che lei ha anticipato. Alza la cornetta e grida “12!”, il chilometro del suo casello. Il telefono è a batteria locale, è senza numeri e ha una piccola manovella: funziona con un linguaggio morse: un giro equivale a una linea, mezzo giro al punto. Per chiamare la stazione di Poggiardo bisogna fare un giro e mezzo di manovella, per quella di Muro Leccese quattro, per Sanarica sono sei giri e cosi via. Vicino al telefono c’è un foglio su cui Giuliana ha appuntato tutti i “giri” utili a chiamare le varie stazioni, anche se ormai conosce a memoria tutta la rubrica. “L’ho scritta nel caso dovesse venire qualche collega esterno a fare delle sostituzioni”, dice. Arriva il treno, un modello nuovo e Giuliana ci spiega: “È un Atr, da poco passano su questa linea, da quando hanno tolto le traverse vecchie, quelle in legno che risalivano alla seconda guerra mondiale, per mettere quelle in cemento”. La sua giornata comincia alle cinque e mezzo del mattino. Alle sei e mezzo passa il primo treno. A mezzogiorno Giuliana torna a casa e parte il secondo turno di un’altra collega che va avanti fino alle otto di sera. Dopo una decina di minuti sta per passare un nuovo treno, ritornano i suoni del lavoro: il telefono trilla quattro volte, il treno sta partendo dalla stazione di Muro. Le braccia di Giuliana si riposizionano sull’arganello, che suona come una mitraglietta spuntata.

Mentre osservo Giuliana che lavora sulla manovella arrugginita, e vedo abbassarsi la sbarra, penso a quelle volte in cui mi sono trovato in macchina in fila davanti a un passaggio a livello. Vedere una persona che girava quella manovella mi sembrava qualcosa di ordinario, di meccanico. Ma dopo aver ascoltato la storia della famiglia di Giuliana, se penso che quell’azione manuale sarà sostituita da un circuito elettrico, provo un po’ di tristezza. Ma Giuliana non condivide totalmente la mia emozione. “Se ne vanno tanti ricordi ma se ne vanno anche un po’ di responsabilità – dice – poi, verrò reintegrata in stazione, negli uffici, sui treni”. Il suo realismo sgretola il mio puerile romanticismo. Giuliana percepisce l’importanza di questo passaggio storico ma è anche contenta di non doversi trovare più sotto un temporale per girare una vecchia manovella che rischia di bloccarsi. “Il brutto è anche quando c’è nebbia e sei costretta a chiudere il passaggio dieci minuti prima del passaggio del treno. Si forma la coda di macchine e i guidatori se la prendono con me. A volte per non arrivare tardi al lavoro si infilano sotto la sbarra mentre la sto abbassando. In altri casi legano le sbarre dei passaggi a livello che sono posizionati più avanti. Sono responsabilità importanti sulle spalle di una sola persona, ed era ora che le cose cambiassero”. Per l’automatizzazione del casello di Giuliana è tutto pronto. Sono già state montate le centraline e di fronte alla vecchia sbarra c’è l’impianto di quella nuova, imballata con della plastica e con sopra scritto “Lavori in corso”. Il passaggio del testimone è imminente.

Nei caselli la vita non era semplice, e non solo per una questione di responsabilità. Alcuni erano sperduti tra le campagne, senza elettricità ed acqua. In alcune stazioni, come in quella di Novoli, si possono ancora vedere dei grandi rubinetti che versavano l’acqua in cisterne posizionate sopra le carrozze, acqua che poi veniva portata nei caselli. Alle volte al disagio si univa il pericolo. Angelo (nome di fantasia) alla fine degli anni ’80 lavorava in un casello sulla linea Novoli – Gagliano del Capo, in un punto molto praticato dalla tratta del contrabbando di sigarette. “Passavano due o tre camion con una macchina davanti e una di dietro. Correvano come pazzi su una stradina stretta. Io gli aprivo il passaggio livello, avevo paura. Una volta mi lanciarono anche due stecche di sigarette, penso per ringraziarmi. Un’altra volta alle quattro del mattino passò una macchina con un uomo, seduto al sedile posteriore con una pistola puntata alla tempia e due uomini affianco. Si sono fermati a 100 metri dal casello, sono scesi e l’hanno riempito di botte. Fortunatamente non gli hanno sparato. Poi sono andati via. Quella volta mi sono spaventato, anche perché stavamo al buio: una lanterna a gas avevamo, non c’era elettricità. Per scaldarci ci davano una stufa a legna e cinquanta traverse di legno che dovevamo spaccarci da soli. Allora non lo sapevamo che le traverse erano cancerogene perché trattate con sostanze tossiche”.

Un casello è diverso dall’altro. Quello di Sanarica, al kilometro 15, ha due piani e un forno in pietra all’esterno. Quello di Spongano, al kilometro 23, è giallo. Qui quando arriviamo la casellante è una donna e sta per finire il suo turno. Non sembra molto contenta di vederci: “Chi vi ha autorizzato?” ci chiede subito. Gli spieghiamo che abbiamo parlato con un responsabile delle Ferrovie, ma lei non ci crede e non accetta l’intervista. Ma la fortuna è dalla nostra parte: sulla strada passa una signora, che nota la nostra presenza e ci chiede anche lei delle spiegazioni. Afferma con tono deciso: “Perché non siete venuti quando i caselli erano tutti funzionanti ma la gente moriva di fame?”. La donna si chiama Rosanna e ha lavorato vent’anni ad un casello di Melpignano. Dopo l’automatizzazione è stata trasferita alla stazione di Poggiardo. Indossa grandi occhiali da sole e ha lineamenti duri. Come dura è la sua storia: “Adesso è oro rispetto a come stavamo prima. Questo lavoro ha invecchiato le donne. Ho iniziato sostituendo mio marito che si è ammalato: si alzava la mattina alle quattro e tornava a casa alle dieci di sera. Al casello mi portavo le bambine con la carrozzina: ero una donna sola in mezzo la campagna. E quando una donna sta sola non è un uomo. Non so se capisce? Non le dico quello che le casellanti hanno dovuto subire da tutti gli uomini che passavano. Da camionisti e di tutto di più. Dovevo difendermi con le mani. Noi donne delle Ferrovie siamo diventate uomini. Io sono diventata un uomo adesso. Sono cattiva. Nessuno si è mai preso cura di noi e siamo state abbandonate da tutti”.

Scopriamo così che anche in passato il mestiere di casellante era prettamente femminile. La particolarità di un luogo che era al contempo postazione di lavoro e abitazione, ha inchiodato la donna nel duplice ruolo di lavoratrice e massaia. La vita al di fuori del casello aveva le sembianze dell’ora d’aria. Allontanarsi, anche solo per fare la spesa, era complicato e rischioso. Se poi il marito era lontano la vita diventava ancora più dura, come testimoniano le parole di Rosanna. Ma c’è dell’altro. Nel suo racconto Rosanna esprime una precisa voglia di riscatto: “Anche dagli uomini delle Ferrovie siamo trattate, ancora oggi, come di serie B. A noi ci hanno dato i caselli mentre loro stavano sui treni. Ma ora ho fatto richiesta come capotreno: per me adesso salire su treni è una questione di principio. Dobbiamo essere riqualificate”. Quando ritorniamo al casello la donna del primo turno è andata via, al suo posto è arrivata Maria Rosaria che ha una quarantina d’anni. Lei non ha problemi a parlare con noi. Nel casello il pavimento ha mattonelle grigie, c’è una televisione, una sedia, una poltrona, qualche mensola e il tavolino con l’immancabile telefono a batteria locale. C’è un camino con sopra un’ immagine sacra e una piantina in un bicchiere di plastica. Le pareti sono bianche e spoglie. Fuori dal casello la parete gialla mostra un lunga macchia marrone: quando piove e si gira la manovella dell’arganello, la ruggine schizza sul muro. Sull’uscio Maria Rosaria fissa un punto nel vuoto. Il paesaggio è immobile. L’unica scatenata è Carlotta, una cagnolina che la donna si porta con sé per avere un po’ di compagnia.

Il casellante era un lavoratore autonomo, aveva la responsabilità per quel tratto di ferrovia dove c’era il casello ma non era dipendente delle Ferrovie Sud Est. Poteva quindi ingaggiare un impiegato, chiamato coadiuvante, che lo aiutasse nel lavoro. Dato che il casello era anche abitazione assumere un membro della famiglia diventò prassi consolidata. Per questo il casellante è spesso un mestiere “ereditato”. Ma che fine avrebbero fatto i casellanti dopo l’automatizzazione? Le Ferrovie Sud Est ha deciso di assumerli e reintegrarli in altri ruoli: c’è chi ha superato l’idoneità per lavorare nella manutenzione e chi sta in stazione a disposizione per varie mansioni, come le sostituzioni nei caselli non ancora automatizzati. Quando un casellante viene spostato dalla stazione ad un casello di un altro paese si dice che è in “trasferta”. Ad esempio Maria Rosaria è di base alla stazione di Tricase e oggi è stata mandata al casello di Spongano per il secondo turno. A giugno hanno automatizzato il suo di casello, a Tiggiano, dove ancora vive in affitto. Anche lei, come Giuliana, subentrò alla mamma che a sua volta prese il posto del marito. Anche lei è convinta che l’automatizzazione abbia migliorato la loro vita.

Per i casellanti le giornate erano scandite dagli orari in cui passavano i convogli. Un matrimonio, una comunione, o anche solo una visita medica, rappresentavano un lusso che poteva mutare in tragedia se non si calcolava bene il ritorno sul posto di lavoro. Il treno era arbitro delle loro vite. “Il treno nella nostra vita è stata una presenza perenne, di domenica, durante le feste. Adesso non passano più durante i giorni festivi ma prima, a Pasqua o a Natale, c’era sempre il treno nelle nostre giornate. Poi per una donna è brutto quando ti trasferiscono in un casello in mezzo alla campagna: lì quando fa buio è tutto nero. Non c’è un lampione. Il casello mio è diverso: vedo tutto il paese, c’è un viale alberato, c’è il cimitero. Almeno c’è luce” dice, scoppiando a ridere. Ma è non facile liquidare le abitudini di una vita, cancellare tutto con un colpo di spugna. Quando sono venuti a dirti che il casello dove sei cresciuta non esisterà più, che dovrai affittarlo se ci vorrai ancora vivere, che cosa hai provato? Questa domanda incupisce Maria Rosaria. Le sue certezze cominciano a disperdersi. “Sai, tutto è successo cosi in fretta che neanche ti rendi conto, non hai il tempo per pensare. Come quando muore una persona a cui vuoi bene” dice a bassa voce.

L’automatizzazione progressiva dei caselli nel Salento per alcuni lavoratori si è trasformata in un continuo trasferimento, da casello a casello. Come animali in via d’estinzione, braccati dal progresso, i casellanti si sono rifugiati negli ultimi caselli automatici, cambiando spesso luogo di lavoro. Lo scopriamo a Matino, al kilometro 45. Il quarto casello ancora da automatizzare. Qui c’è Giuseppe, 59 anni, di Francavilla Fontana, paese dove è stato casellante per trent’anni. Quando è arrivata l’automatizzazione al suo paese, Giuseppe ha cominciato a fare le trasferte a Galatone, dove è stato per 7 anni. Quando Galatone è stata automatizzata, è stato spostato a Matino. Per lui, non più giovanissimo, comincia ad essere pesante lavorare ogni giorno a 120 chilometri da casa. “Chi abita e lavora sul posto è un conto ma io ogni giorno devo farmi quasi 300 chilometri. Quando capita che finisco il turno la sera e devo riprendere la mattina, dormo in macchina. O dormo su una sdraio nel casello. Anche perché ci rimetto lo stipendio in benzina per andare e tornare. Quando invece decido di tornare, anche per vedere la mia famiglia, devo alzarmi alle tre meno un quarto di notte per essere qui alle cinque e mezzo. Poi finisco a mezzogiorno, vado in stazione a Casarano, lascio la macchina e prendo il treno per Francavilla, dove arrivo per le cinque di pomeriggio. Ceno e vado a letto. Quanto posso durare con questa vita?”.

Prima di raggiungere il casello al kilometro 70 di Morciano di Leuca, l’ultimo di quelli da automatizzare che ci resta da vedere, cerchiamo la famiglia Cudazzo, nella quale marito e moglie hanno lavorato e vivono ancora oggi in un casello di Alezio. Chiediamo informazioni alla stazione del paese. Qui sembra di essere sul set di un western steampunk: la stazione di Alezio ha tre arcate, il rosso dei muri (colore scelto anni fa per la ristrutturazione degli edifici delle Ferrovie) è sbiadito, le imposte e le porte sono degli anni’30. Ma le pareti sono fresche di graffiti: su una c’è scritto “caddripulini” (“gallipolini” in dialetto locale). Oltre la sala d’attesa, sui binari, l’odore di catrame riempie le narici. Anche la stazione di Alezio è ancora da automatizzare: il banco di manovra è con le leve, tirando quelle rosse si azionano i semafori, quelle nere sono per i cambi di direzione delle rotaie. Incontriamo Giovanni, operatore di stazione, capelli brizzolati tenuti su dal gel, parlantina veloce in stretto dialetto locale. Ci guida per le stanze di una stazione che sembra un museo ferroviario: “Senti il legno di questo tavolo” mi dice bussando sulla scrivania “questo è legno serio. Con le robe della Ferrovia non si scherza. Poi lo senti questo odore di catrame? Che bello! Io sono nato con questo odore. Peccato però, si sta perdendo tutto. Sopra ci sono le stanze dove abitava il capostazione. Ve le farei vedere ma non ho le chiavi, è tutto chiuso. Quanto sono belle? Mi vengono i brividi guarda” dice scuotendo le spalle. Ancora qualche giorno e questo “set” non ci sarà più. Come per i caselli anche per la stazione di Alezio l’automatizzazione porterà la chiusura della struttura.

Seguendo le indicazioni di Giovanni arriviamo al casello della famiglia Cudazzo, una bomboniera in un paesaggio agreste: tutt’intorno ci sono vigneti, fuori la porta c’è un albero di Natale con le decorazioni, le piante sono curate, i muri sono perfettamente imbiancati. Dopo l’automatizzazione questa famiglia ha deciso di prendere in affitto il casello dove ha lavorato e vissuto perchè non riusciva a staccarsene. Tra queste mura c’è la storia di tre generazioni. La signora ci accoglie e ci invita ad entrare per un caffè. Sulle pareti della cucina ci sono le foto di treni che hanno scandito la storia delle Ferrovie Sud Est. Un gatto raggomitolato su una poltrona ci osserva con gli occhi semichiusi. “Invece delle foto dei figli abbiamo quelle dei treni” dice ridendo. “Prima stavamo svegli anche la notte perché passavano, da marzo a giugno, i treni merci con le patate. L’automatizzazione ha inciso psicologicamente perché ti dici ‘ecco, adesso non servi più’. Ma il treno ormai ci è entrato nell’inconscio: quando sentiamo squillare il telefono pensiamo sia la comunicazione di una partenza. Il treno che suona alle volte ci fa sussultare e ci diciamo “mamma mia, devo andare a chiudere il passaggio”. Tutta la nostra vita se n’è andata nella ferrovia. Io sono entrata qui che avevo 20 anni. E ancora sto aspettando il viaggio di nozze” afferma scoppiando a ridere. La conversazione è interrotta dal passaggio di un convoglio. “Eccolo che arriva” dice la signora Cudazzo. Vediamo il treno scorrere dalla finestra, ma sembra che stia per entrare in casa: i muri e il pavimentano vibrano.

L’ultimo casello ancora da automatizzare è il chilometro 70, a Barbarano, frazione di Morciano di Leuca, profondo Sud Salento. E’ di un piano solo, tra due grandi alberi di pino. Sulla porta c’è una piccola cuccia in legno dal quale esce un gatto bianco. Ci apre Renato, un uomo sulla quarantina. Lavora al casello dal 2001, da quando è andata in pensione la famiglia che ci stava prima. Renato conosce il giorno in cui il suo casello sarà automatizzato: il 18 dicembre. “Mi hanno già tolto la manovella all’arganello. Poi taglieranno le sbarre vecchie e monteranno l’impianto nuovo”. All’interno, l’edificio ha conservato i tratti di un abitazione. In una stanza c’è un letto e un comodino con una pila di riviste di motori, in quella accanto c’è un vecchio computer e poi il bagno. In cucina c’è un tavolo, due poltrone, un televisore, un antico forno in pietra e la stufa che le Ferrovie davano in dotazione ai casellanti. Dopo la cucina, a destra, c’è una stanzetta con un treppiedi e un comodino con sopra pennelli e colori. Renato ha scoperto la passione per la pittura e la scultura da quando lavora nel casello: le ore di attesa e solitudine sono diventate un’ arma, fonte d’ispirazione. Nasce così la figura dell’casellante artista e artigiano di cui, in Salento, Antonio Rocco d’Aversa, in arte Puccetto, è l’esempio più conosciuto.

Visitare questi luoghi, conoscere la gente che ci vive, parlare con loro, è un viaggio che non vorresti interrompere. Alla stazione di Morciano c’è un altro passaggio a livello non automatizzato. Anche questa fermata, come il casello di Renato, sarà automatizzata il 18 dicembre. Qui il capostazione è uno dei pochi, forse l’ultimo, che vive ancora in stazione al piano di sopra. Tutta la sua famiglia, da suo nonno a suo fratello, ha lavorato come capostazione. Mentre chiacchieriamo il cielo inizia ad ingrigirsi, dopo un lampo e un tuono, comincia a piovere. “Il treno passa sempre quando comincia a diluviare” scherza il capostazione che afferra un ombrello color arcobaleno ed esce a girare l’arganello. È l’ultima volta che vedremo questa scena e sentiremo questo suono metallico. Salutiamo e rientriamo in macchina, fradici. Accompagniamo Laura alla stazione di Gagliano del Capo: quando arriviamo i raggi del sole cominciano a farsi largo tra le nuvole. Il nostro viaggio tra gli ultimi testimoni di un vecchio mestiere termina qui, dove finisce anche il Salento. Laura ha gli occhi lucidi: “L’automatizzazione sarà un passo avanti per le ferrovie, tutto sarà più efficiente. Ma mi rende triste la sensazione che un mestiere così particolare non ci sarà più. E che non si potrà tornare indietro”. Un capitolo di storia del Salento si sta per chiudere, un altro se ne aprirà. Si parla molto della prospettiva, per le Ferrovie del Sud Est, di diventare una moderna “metropolitana di superficie” in grado di collegare velocemente tutto il Salento. Ma questo è una storia tutta ancora da scrivere.

Stefano Martella

Foto: Paride de Carlo 

 

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