Veleni tour: il giro turistico nella Brindisi avvelenata

Roma ha il suo tour tra il Colosseo, Fori Imperiali e Piazza di Spagna. A Firenze c’è il tour tra il Duomo, Santa Croce e gli Uffizi. A Brindisi c’è il Veleni Tour: il tour più tossico d’Italia, non tra i monumenti di un passato glorioso ma tra quelli di un presente maledetto. L’idea di utilizzare un autobus di linea che infilasse, in sei fermate, i principali siti dell’industria pesante brindisina è venuta al movimento “No al carbone” e al collettivo Enviromental Resistance. “Vogliamo mostrare i siti simbolo di una emergenza ambientale che ha portato Brindisi a diventare ‘Area ad elevato rischio di crisi ambientale’ e ‘Sito di Interesse Nazionale per le bonifiche’”. Dalla collaborazione è nato anche un libro fotografico che contiene tutte le informazioni utili ai turisti del “Veleni tour” per conoscere le emergenze ambientali del brindisino. Ma lo scopo dell’iniziativa non è solo mostrare il lato grottesco dell’industrializzazione selvaggia alla quale Brindisi è stata sottomessa. Ma anche quello di spingere alla riflessione su cosa Brindisi sarebbe potuta diventare se le sue classi dirigenti avessero detto no alle pressioni della grande industria.

Infatti, secondo gli organizzatori di Veleni Tour, le fabbriche hanno impedito alla città di mettere a frutto altre potenzialità che il mare e i parchi naturali che circondano la città, avrebbero potuto rappresentare. Emblema di questo pensiero è la vista che si ha dal finestrino dell’autobus: il cinquecentesco castello alfonsino sullo sfondo, la cui vista è oscurata dalle gru che caricano e scaricano il carbone per la centrale termoelettrica Federico II.

Prima tappa: Sant’Apollinare.

Sant’Apollinare è un pezzo di spiaggia vicino al porto vecchio, piena di rifiuti e dove qualche anziano pescatore passa il tempo. Sullo sfondo un traghetto della Grimaldi Lines accende i motori, a destra c’è il nastro trasportatore che porta biomassa allo zuccherificio Sfir. Dietro, dopo un cancello, c’è una grande distesa di asfalto: è il parcheggio dell’autorità portuale. In fondo, dopo il parcheggio, si intravede il centro storico di Brindisi. Questo posto non è sempre stato cosi. Agli inizi del ‘900 sino alla fine degli anni ‘60 questa spiaggia si chiamava Lido Sant’Apollinare ed era la località balneare preferita dai brindisini. Qui nascevano amori e si prendeva il sole d’estate. C’era una distesa di ombrelloni, centinaia di cabine per turisti e molti locali da ballo. Oggi un progetto dell’autorità portuale prevede di banchinare anche l’ultimo pezzo di spiaggia rimasto.

 

Seconda Tappa: Terminal passeggeri.

Al Terminal passeggeri del Porto di Brindisi turismo (potenziale) e industria fanno a pugni. Una decina di magnolie nella piazzetta dove i turisti arrivano o partono è l’unico verde in un quadro di camion e fabbriche. Da un lato c’è il percorso per i passeggeri, dall’altro le gru che caricano il carbone dalle navi e lo scaricano in enormi imbuti. E’ il primo passaggio del combustibile che attraverso un nastro trasportatore lungo 15 chilometri, sfilando tra campagne in buona parte incoltivabili per le polveri che da quel nastro si sono alzate per anni, raggiungerà Cerano e la centrale termoelettrica Federico II.

Terza tappa: Edipower

Poco a nord della città, l’autobus si ferma per farci ammirare la centrale termoelettrica Edipower, il primo impianto industriale del tour. Entrò in funzione nel 1969 con camini alti nemmeno 60 metri per non essere d’ostacolo al traffico aereo del vicino aeroporto. Ma se da un lato i camini bassi non disturbano gli aerei, dall’altro favoriscono la caduta degli inquinanti nelle immediate vicinanze della centrale, dunque sulla città. Alla sua apertura la centrale aveva due gruppi da 320 megawatt ed era alimentata ad olio combustibile. Poi fu ingrandita con due altri gruppi di pari potenza. Nel 1979 l’impianto fu riconvertito a carbone, pur conservando la possibilità di bruciare l’olio come combustibile di supporto. Dieci anni prima della costruzione della Federico II di Cerano, dunque, Brindisi aveva già una centrale a carbone a poche centinaia di metri dal centro abitato. Oggi la potenza installata è di 1.280 megawatt ma di fatto la centrale è quasi spenta. Un solo gruppo alimentato a carbone è in attività. Ma la proprietà, l’A2A, ha presentato un piano per ritornare competitiva sul mercato che prevede una riconversione dell’impianto a carbone ed ecoergite, un derivato dal ciclo dei rifiuti.

Quarta tappa: Rigassficatore

Dopo l’Edipower il tour prosegue in direzione dell’area che era stata destinata al rigassificatore. Si passa sopra un ponte al sotto al quale c’è un fiume di acqua dolce che sfocia in mare. Ci sono aironi e cormorani che si abbeverano. Sono uccelli migratori di quegli stormi che da secoli si fermano in un’ area (ora Parco naturale Salina di Punta della Contessa) accanto alla quale è stata costruita la zona industriale di Brindisi. Dopo il ponte si vede la costa completamente cementificata. Siamo a Capo Bianco. Qui doveva nascere il rigassificatore ma la vicenda è finita in un vortice di accuse di corruzione e arresti. Nel 2007 una indagine della Procura di Brindisi, sulla base di intercettazioni telefoniche e analisi dei documenti, si concluse con 5 arresti, 27 avvisi di garanzia, 52 perquisizioni e il sequestro dell’area dove la British Gas avrebbe dovuto realizzare il suo progetto da 500 milioni di euro e 8 miliardi di metri cubi di gas da importare. Finirono in manette l’ex sindaco di centrosinistra Giovanni Antonino, l’imprenditore marittimo Luca Scagliarini e, ai domiciliari, tre ex dirigenti della British Gas. Secondo il procuratore brindisino, Giuseppe Giannuzzi, “ad una società di comodo che si chiama Iss, riconducibile a Antonino e a Scagliarini sarebbero stati fatturati da British Gas lavori mai eseguiti, per agevolare l’iter di approvazione del rigassificatore”. Nel 2010 nonostante tutto il Ministero dell’Ambiente dichiarò la compatibilità ambientale del progetto. Il 6 marzo 2012 però la British Gas preferì gettare la spugna. Un mese più tardi una sentenza del Tribunale di Brindisi dispose la confisca dell’area di Capo Bianco.

Quinta tappa: Petrolchimico

Arriviamo in un punto di litorale in cui è visibile quasi tutta la costa brindisina, sferza un vento freddo di tramontana. Sarebbe un ottimo posto per godere del paesaggio. Ma l’occhio incontra fabbriche, ovunque. Davanti a noi c’è un istmo che conduce ad una base militare, a sinistra la colata creata per la costruzione del rigassificatore, più avanti l’ Edipower. A destra c’è una delle sette torce del petrolchimico, quella più vicina al mare, dalla quale esce un fumo nero. Le torce sono famose per le “sfiammate”, visibili anche da Monopoli e dalla provincia di Lecce. Secondo l’azienda, la Versalis, le sfiammate avvengono solo in caso di emergenza, quando cioè avviene un blocco imprevisto della produzione che aziona il sistema di sicurezza. Un meccanismo che impedisce eventuali esplosioni dell’impianto. Ma durante queste emergenze cosa viene sprigionato nell’aria? Secondo uno studio di Medicina Democratica per ogni sfiammata si ha una aumento di benzene nell’aria. Ad esempio nel novembre del 2009 si registrò il passaggio da circa 1-2 microgrammi al metro cubo a 16,2 (il limite di legge è di 6 microgrammi al metro cubo). Anche secondo l’Arpa il fenomeno porta ad un aumentato di Ipa e Pm10 nell’aria. Le torce della Versalis sono solo alcuni impianti di un polo petrolchimico che nacque alla fine degli anni ’50. All’epoca la più grande industria chimica italiana, la Montecatini, sfruttando gli incentivi che lo Stato concedeva per gli investimenti nel Mezzogiorno costruì su 800 ettari di terreno agricolo l’impianto Montecatini – Polymer, con un investimento enorme per l’epoca: 180 miliardi di lire che diedero luogo all’assunzione di 3.800 persone tra operai e impiegati. Solo nel primo anno di attività nel polo vengono lavorate un milione e 500mila tonnellate di petrolio. Cosa è rimasto di questi numeri oggi? Archeologia industriale. Percorrendo il perimetro del petrolchimico si intravede il villaggio dei dirigenti completamente abbandonato. Il parcheggio degli operai è una grande distesa di asfalto che può contenere migliaia di macchine ma le automobili parcheggiate sono qualche decina. Oggi il petrolchimico lavora in regime del 20% rispetto alle sue capacità.


Quando risaliamo sul bus per dirigerci verso la sesta tappa arriva il sindaco di Brindisi Mimmo Consales, accompagnato dalla scorta che gli è stata affidata dopo  un attentato subito pochi giorni fa. Anche il sindaco sale a bordo del bus e si lancia in uno scambio di vedute con gli attivisti del movimento. Sulle misure da adottare per i grandi impianti Consales afferma: “Quello che di concreto può fare l’attuale amministrazione è varare un Piano Urbanistico Generale al cui interno, ad esempio, l’area di Edipower sia cancellata con una croce. Se tutto va bene, entro un anno il Pug disegnerà la città dei prossimi vent’anni, mettendo dei punti fermi a difesa dell’ambiente. Sul Petrolchimico c’è bisogno che l’Arpa mi dia almeno un solo parametro fuori norma che giustifichi una ordinanza sindacale di blocco dell’impianto. Per la bonifica della discarica di Micorosa servirebbero 200 milioni di euro, che non ci sono. Con l’erosione la discarica è arrivata a 5 metri dal mare e non possiamo permetterci di aspettare i tempi del processo penale che decida chi debba pagare i costi della bonifica. Intanto abbiamo trovato 48 milioni per la messa in sicurezza e per isolare l’area, evitando lo sversamento in mare”. Dopo il confronto il sindaco ritorna nella sua auto. Il tour può ripartire.

Sesta tappa: Micorosa

Accanto ai camini dell’Enipower c’è la discarica di Micorosa, il cestino della spazzatura del Petrolchimico: 1 milione e mezzo di metri cubi di rifiuti industriali pericolosi e sostanze chimiche altamente nocive distribuiti su 50 ettari di terreno, tutti residui di lavorazione industriale del polo smaltiti in quest’area tra il 1962 e il 1980. I contaminanti presenti nel suolo, come benzene, arsenico e cloruro di vinile, sono sotterrati fino a sette metri di profondità e superano di quattro milioni i limiti consentiti dalla legge. Sul sito vige il divieto assoluto di accesso e c’è il divieto di caccia e pesca per le aree limitrofe fino a 300 metri. La localizzazione di questa bomba ecologica, mai bonificata, è il simbolo del conflitto tra lo sviluppo industriale e quello turistico che ha consumato l’immagine di Brindisi. La discarica si trova tra il petrolchimico, il mare e l’area protetta di Le Saline di Punta La Contessa. In lontananza si intravede la sagoma della Federico II, la seconda centrale a carbone più grande d’Italia. In seguito agli esposti di cittadini ammalatisi di tumore, residenti vicino lo stabilimento,  è in corso una inchiesta della Procura di Brindisi sul petrolchimico e sulla discarica di Micorosa.

Sesta e ultima tappa: Discarica Sisri e Deposito costiero adriatico

Nella zona industriale di Brindisi molti stabilimenti sono bombe ad orologeria e si trovano alla stessa distanza che passa tra i tasselli di un puzzle. E’ il caso del deposito costiero adriatico (al cui interno vengono stoccate oltre 20mila tonnellate di gpl) e la discarica di rifiuti pericolosi del Consorzio Sisri. Due impianti divisi da una strada. Il primo, con all’interno i quattro grandi serbatoi contenenti il gas, preoccupa molto i ragazzi del collettivo. Ci spiegano che si tratta del più grande deposito di stoccaggio di gas del Mediterraneo, a due passi dal centro abitato. Sono spaventati perché Brindisi ha già vissuto una tragedia causata dall’esplosione di un impianto industriale: era la notte dell’  8 dicembre del 1977 quando esplose il reparto P2T del petrolchimico. Il bilancio fu di 52 feriti e tre morti.

Vicino al deposito c’è una piccola collina bianca: è la discarica di rifiuti pericolosi di proprietà del Consorzio Sisri. La storia di questo impianto inizia nel 1986, quando Termomeccanica spa vinse l’appalto per la progettazione, costruzione e gestione di un termodistruttore, di una discarica e di un impianto di depurazione delle acque utilizzate nel processo di smaltimento. La proprietà rimase però nelle mani del Consorzio Sisri, oggi chiamato Asi (un ente pubblico economico di supporto all’industria del quale fa parte anche Comune e Provincia di Brindisi). Nel 2001 si diede il via a un inceneritore in grado di bruciare rifiuti industriali e ospedalieri per un totale di 50mila tonnellate l’anno. Il percolato prodotto da questa attività fu di 7mila tonnellate annue. Nel 2007 la gestione passò da Termomeccanica a Veolia spa e, due anni dopo, la Procura di Brindisi ordinò al Noe (Nucleo operativo ecologico dei Carabinieri) di sequestrare l’impianto per violazione delle normative ambientali. Il sequestro coinvolse anche il sistema di monitoraggio delle emissioni dell’inceneritore, degli 8 serbatoi e dei mille fusti presenti all’esterno dell’azienda di cui non si è mai riusciti a conoscere la provenienza. Nel 2010 arrivò il dissequestro dell’impianto che ad oggi è fermo. Sul tavolo c’è però una nuova proposta di Termomeccanica che riguarda l’ampliamento e adeguamento dello stabilimento.

Il bus prende la strada del ritorno, ripercorrendo alcune delle tappe dell’andata. Dal finestrino scorrono gli impianti industriali ma si vedono anche, accanto alle fabbriche, piccole attività artigianali legate all’agricoltura e alla pesca. Accanto allo zuccherificio Sfir, alimentato da una centrale termoelettrica a biomasse, c’è una campo di finocchi; di fronte alla discarica del Consorzio Sisri, contenente rifiuti industriali ed ospedalieri, c’è un piccolo vigneto. I pescatori buttano le reti nel mare che bagna la costa dove sorgono impianti come il Petrolchimico e la discarica di Micorosa.

Brindisi è accerchiata dai veleni: la sua zona industriale è grande quattro volte la città.. Di questo sviluppo oggi però rimangono sopratutto i cocci. Dopo 60 anni di attività pesantemente inquinanti molte fabbriche hanno chiuso, altre lavorano a ritmo ridotto, continuando ad impattare su ambiente e salute. Il paesaggio è cambiato per sempre e il tasso di disoccupazione è del 17,1%. I danni sanitari sono l’aspetto più preoccupante: uno studio condotto da Giuseppe Latini, ex direttore del reparto di neonatologia dell’Asl di Brindisi, e da Emilio Gianicolo, ricercatore dell’Istituto di Fisiologia clinica del Cnr a Lecce ha dimostrato che a Brindisi i neonati che presentano malformazioni alla nascita sono il 18% in più rispetto alla media europea, quelli con malformazioni cardiovascolari sono oltre il 68% in più. Un record assoluto. Intanto dai camini di alcune fabbriche il fumo nero continua ad uscire. Altre hanno proposto ampliamenti e adeguamenti per ritornare competitive. Molte hanno consumato e sono andate via. Il conto resta da pagare.

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