Salotti, élites e massoni: il potere a Lecce nella ricerca di Cristante, Longo e Cremonesini

“la basilica di Santa Croce presenta sulla sua facciata importanti simboli massonici: sull’architrave del secondo ordine alcuni putti reggono nelle mani la squadra e il compasso” C.Punzi “Osservare l’inosservabile” in “Il salotto invisibile. Chi ha il potere a Lecce?”

Nonostante l’attitudine di Lecce a considerarsi una nobile e colta enclave di civiltà nel feroce Mezzogiorno, il potere che qui risiede ed opera assomiglia più ai bisbigli di Antonio Razzi che alle raffinate trame di House of Cards. È la conclusione a cui si approda dopo la lettura di “Il salotto invisibile. Chi ha il potere a Lecce?” (Besa), un lavoro che squaderna, con la necessaria freddezza, i limiti, le ambiguità, le arretratezze e i paradossi di quella che viene chiamata “classe dirigente” a Lecce.

Disperso in una rete, a tratti formale, a tratti informale, spesso “invisibile”, nella percezione dei leccesi il potere cittadino attraversa la burocrazia, le istituzioni, la politica, le (ormai poche) famiglie influenti e gli affari degli imprenditori. Attraversa le 16 logge massoniche cittadine, si intreccia con gli interessi di bottega dei “Mr 1000 preferenze” in Consiglio Comunale. Gira incastrato negli ingranaggi legali e scivola sull’olio delle amicizie interessate, si propaga nelle reti clientelari e si restringe nel segreto dei cappucci dei “fratelli massoni” leccesi che aspirano a più alte verità, ma si associano spesso per far “decollare la propria carriera”.

“Il salotto invisibile” è il terzo libro della saga sociologica di “Smallville”, ideata dal sociologo veneziano Stefano Cristante (presidente del Corso di Laurea in Scienze della Comunicazione dell’Università del Salento), che si prefigge di “esplorare lo spazio socio-antropologico della città di Lecce” assumendo come riferimento teorico principale lo studio su “Middletown”, la città media americana, di Robert e Helen Lynd. Nei primi due volumi la ricerca si è concentrata sullo studio della campagna elettorale per le comunali del 2007 e sul rapporto tra la città e la sua Università.

Questo terzo volume, curato con Mariano Longo e Valentina Cremonesini, è dedicato al potere a Lecce e alla percezione che di questo hanno diverse categorie: gli avvocati, i giornalisti, i dirigenti pubblici, le élite cittadine, l'”uomo della strada” e alcuni iscritti leccesi alla Massoneria. L’analisi delle approfondite interviste rilasciate, spesso sotto anonimato, dai numerosi soggetti coinvolti nella ricerca, permette agli autori di teorizzare l’esistenza di tre livelli nei quali si dipana la rete del potere a Lecce. Livelli rappresentati attraverso la calzante metafora del “salotto” come luogo ad accesso variabile, nel quale avviene la selezione, l’incontro, la discussione e, ai livelli superiori, vengono prese decisioni strategiche sulla città che si ripercuotono su chi la abita o ci lavora.

C’è in primo luogo un salotto visibile, simboleggiato dal centro storico di Lecce. Una cornice raffinata, nobilitata dal barocco, punteggiata di maschere che sembrano protagoniste di una conversazione infinita. Un salotto aperto, dove tutti hanno diritto di parola e nel quale i “potenti” si mischiano alla gente, il povero dà del tu al ricco, si tastano gli umori nei dibattiti pubblici e nelle conversazioni da strada. Affacciati sul salotto visibile ci sono i salotti “ad accesso limitato”, le istituzioni cittadine e provinciali del capoluogo, dove “il potere si tramuta in governance, assecondando il ricambio di idee (più o meno lento)” e dove entrano in gioco i media locali che informano e ricamano, con frequente ricorso al gossip, su ciò che nei palazzi avviene.

E poi c’è il “salotto invisibile” una sorte di corte segreta “custode della continuità storico-antropologica di Lecce”, la cui funzione è misurabile dai suoi (visibili) effetti: “tradurre i cambiamenti esterni in iniziative non conflittuali con la tradizione della città e respingere gli intrusi, cioè coloro che non posseggono un pedigree sociale adeguato o coloro che dimostrano di voler accelerare i ritmi e le prassi”. Una costruzione sociale peculiare di Lecce, che affonda le sue radici nella “assenza del sovrano” che la città ha subito in più epoche della sua storia. Una assenza simbolizzata dall’enorme castello costruito in onore di Carlo V, una delle architetture militari più belle della Puglia, che però l’imperatore non si degnò mai di visitare. Ma se il sovrano è assente, la corte è viva ed esercita sulla città la sua egemonia. Nelle relazioni tra persone “per bene”. O nei salotti (quelli veri), fondati sull’esclusività dell’accesso. O in riunioni dove l’esclusività si tramuta in segreto, si costruiscono rapporti informali di solidarietà, e si sostanzia la particolare propensione – ben superiore alla media – dei leccesi nei confronti delle pratiche massoniche.

Lo studio, la cui comprensione è accessibile a tutti e la cui lettura è piacevole, è interessante non solo per il suo valore sociologico. Se così fosse rischierebbe di impolverarsi in dibattiti accademici. Ma Smallville è interessante soprattutto per chiunque voglia conoscere meglio la città in cui vive o lavora, o di cui scrive – ad esempio i giornalisti – o nella quale fa politica o attività sociale. Come ha detto il sociologo Giandomenico Amendola durante la presentazione al pubblico del libro, rivolgendosi ai curatori: “Avete dimostrato che la conoscenza sociologica serve. Può servire a creare una coscienza collettiva”. Non fosse altro perché ciò che viene a galla leggendo “Il salotto invisibile”, è qualcosa che, pur presente nella percezione dei leccesi, non era mai stato fissato su carta con questa chiarezza.

“Il salotto invisibile” si compone di otto capitoli, ciascuno dedicato all’analisi della percezione del potere cittadino da parte di alcune categorie sociali o professionali. Utilissima l’analisi di Angelo Salento e Fernando Spina su “Potere degli avvocati e avvocati del potere”; imperdibile quella di Corrado Punzi su “La massoneria tra segreto e senso comune”, nella quale l’autore osserva efficacemente “l’inosservabile” attraverso la viva voce di alcuni “fratelli massoni”; fondamentale quella di Katia Lotteria su “La rappresentazione dell’élite cittadina tra immaginario e rimosso”, nella quale, tra l’altro, le stesse élites cittadine lamentano il declino della propria funzione all’interno delle istituzioni locali a favore di una nuova classe di professionisti del consenso che – con la migrazione dei rampolli dell’élites lontano dalla città d’origine – ha indebolito le influenze più prestigiose sul governo della cosa pubblica a Lecce;

E poi c’è la stampa locale, il “potere zoppo”, interrogata da Ilenia Colonna nel capitolo “Comunicare il potere. La narrazione mediatica dell’influenza”. Quello che viene fuori dalla ricerca è il ritratto di un “quarto potere” non pienamente esercitato, un po’ per contingenza (crisi economica) un po’ per qualcosa di simile alla pigrizia. Si legge nelle conclusioni della ricerca

“I racconti esaminati parlano di media locali che in diversi casi hanno incoraggiato il dibattito pubblico e promosso direttamente iniziative su questioni di pubblico interesse […] senza, però, riuscire a dare l’impressione di agire da watchdog, probabilmente a causa delle precarie condizioni in cui versano le redazioni giornalistiche, con organici ridotti all’osso e termini contrattuali che rasentano lo sfruttamento. In questa situazione, gli organi di informazione non sono in grado di realizzare inchieste o approfondimenti allontanandosi sempre più dalla funzione di controllori di eventuali abusi di potere”.

L’impressione che si ricava dalla lettura del saggio è che la debolezza del giornalismo locale sia ormai una parte significativa dei problemi di Lecce. Giornali e tv locali deboli favoriscono il reiterarsi dei vetusti schemi di potere entro i quali la città viene governata e spesso svolgono la funzione di cassa di risonanza per i discorsi dell’élite politica, istituzionale ed economica. Nelle interviste anonime giornalisti e imprenditori della comunicazione leccesi motivano l’immobilità del capoluogo con “il carattere dei suoi cittadini” o con la troppo pavida azione della sinistra locale, denunciano chi “si stende come un Domopack sulla realtà” invece di contrastarla o chi “impasta due comunicati e chiama l’assessore per farsi dire due minchiate”. Ma, nella realtà, iniziative editoriali in grado di dare fastidio all’assessore o al notabile se ne vedono poche. La crisi economica che ha colpito la televisione locale e la carta stampata, poi, rende le aziende editoriali sempre più “dipendenti” dalle campagne istituzionali oltre che dai portatori di interessi privati più forti. Ma questa spiegazione non è sufficiente.

“[…] non ci si può autogiustificare per mezzo della crisi, se si pensa al fatto che nemmeno in passato, quando la crisi, anche quella dell’informazione, non era ancora conclamata, il ruolo dei media locali veniva considerato determinante nelle dinamiche che attraversavano il territorio. […] Quello che emerge è anche un potere dei media televisivi spesso sovrastimato, soprattutto da chi detiene ed esercita quel potere in quanto proprietario dei mezzi di informazione. […] (Esistono a Lecce, ndr) formazioni grumose legate da una fitta rete di relazioni e dinamiche di potere i cui attori principali restano preferibilmente lontano dai riflettori, accomodati nei salotti buoni, dove i media […] difficilmente riescono a entrare e a farci entrare.

Palazzo Carafa

“Il salotto invisibile” è stato accolto, almeno per il momento, con freddezza dalla città e dai suoi media e con – almeno apparente – disinteresse da chi a “Smallville” ha un ruolo di rilievo nella politica, nell’economia, nell’informazione. Ma non sorprende se si pensa che aprire una discussione pubblica e franca su quanto portato alla luce da Cristante, Longo e Cremonesini significherebbe fare i conti con il fatto che il potere a Lecce si regge su dinamiche ormai totalmente inadeguate ai tempi. Un sistema ancora in grado di rinvigorirsi e rifarsi il trucco grazie a occasionali campagne di orgoglio cittadino, da ultimo quella per “Lecce Capitale Europea della Cultura”, o attraverso il ricorso costante a una retorica sciovinista che osanna la crescita dell’appeal turistico o la bellezza del Barocco e non vede (o non vuole vedere) il crollo drammatico dell’artigianato e del piccolo commercio o l’aumento spaventoso della disoccupazione e dell’emigrazione dei giovani migliori, o il risveglio della criminalità organizzata. Forse perché ciò che di brutto avviene, a Lecce, avviene spesso fuori dal perimetro del salotto visibile. Lontano dal Barocco che affascina e illude. E dal quale la città – e le sue classi dirigenti – non riesce o non ritiene utile staccare lo sguardo.

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