“Siamo in trappola”. L’accattonaggio e i richiedenti asilo a Lecce.

“Qualsiasi via d’uscita riusciamo a immaginare è solo un’altra parte della trappola”.
Chuck Palahniuk, Invisible monsters

“O sei sotto di me, che sono il capo, e mi riconosci qualcosa, o sei fuori dal giro”. L’accattonaggio degli africani a Lecce funziona così. C’è un’organizzazione dietro e la spartizione meticolosa di un territorio, quello dei supermercati e degli ipermercati di Lecce e provincia. “All’interno della rete c’è un capo, a volte più di uno. Di solito, a tenere in mano tutta l’organizzazione è sempre chi sta qui da più tempo o chi è riconosciuto come il più forte nel giro”. É lui che si preoccupa di stabilire una percentuale come atto di riconoscenza della “piazza” in concessione e, sempre lui, che cerca vendetta se qualcuno prova ad emanciparsi o non rispetta la zona assegnata. L’avvocato Letizia Garrisi la incontro nel suo studio in una mattina di fine ottobre. Si occupa di diritto dell’immigrazione e tra i nigeriani è conosciuta come “la zia” e “la mamà”. “Si inventano di tutto pur di non pagare”, dice sorridendo. É l’avvocato che mi parla dell’organizzazione, della difficoltà che i richiedenti asilo hanno nel trovare lavoro nella condizione precaria in cui versano, delle lungaggini burocratiche e di alcuni casi emblematici che le sono passati sotto mano negli ultimi anni. “L’accattonaggio e il lavoro nero sono le uniche strade che un richiedente asilo oggi ha di fronte, perché non è facile trovare lavoro nella situazione in cui versano”. Queste strade, però, seppur le uniche, non sempre sono le più semplici da percorrere. “É pericoloso, hanno rischiato la vita più volte, sono arrivati alle minacce e poi ai coltelli per pochi euro. Ci sono vere e proprie faide, molto astio tra ghanesi e nigeriani, due di loro li abbiamo dovuti tirare fuori dal carcere a causa di una rissa davanti a un supermercato per questioni di spartizione del territorio”, spiega. “L’accattonaggio è organizzato, loro non te lo diranno mai, hanno paura, ma è così”. Lascio il suo studio, rifletto sulle sue parole e, mentre cammino per le vie del centro storico, chiamo Willy, il referente di un’associazione che si prefigge lo scopo di creare una rete di solidarietà tra i nigeriani che vivono in questa città, Nigeriaunion Lecce.

Willy mi dà appuntamento a Porta Napoli la mattina seguente. Lui che è ormai fuori dal giro dell’accattonaggio, in compenso, vanta stagioni di lavoro nero nei campi di Nardò e Galatina. Ha lavorato a Nardò anche quest’estate per pochi euro all’ora, senza contratto. Il rischio di lavorare in queste condizioni è di non esser pagato “e tu non puoi fare niente”, dice. Quattro ore al giorno per tre mesi, raccoglieva pomodori e angurie, insieme ad altri stranieri nei campi di Nardò: “eravamo tutti marocchini, nigeriani, senegalesi, ghanesi e lavoravamo in una campagna grande, enorme”. Mi dice che le cose sono cambiate anche per loro dopo Boncuri. “Prima dormivamo lì, in un casolare in campagna, ora non ci è più concesso” e lo dice quasi rammaricato. In compenso, la paga è aumentata di qualche spiccio. Willy è un richiedente asilo, a Lecce dal 2008. “Sono scappato dal mio paese, rischio la vita, ho avuto un problema molto serio”. La Commissione non ha accolto la sua domanda e ora il suo caso è in mano al tribunale. “Rinnovo il permesso ogni sei mesi”, Willy è uno dei tanti del “giovedì mattina in Questura”, quando le code dei richiedenti asilo su Viale Quarta sono spaventose. Mi racconta che quella di non andare davanti ai supermercati è una sua scelta, ma sono tanti i suoi amici che il lusso di poter scegliere non ce l’hanno. “Vanno al supermercato per guadagnare qualcosina, per mangiare”. Quando gli chiedo come si organizzano, mi dice che non c’è nessuno dietro, non c’è capo, “tra i nigeriani non ci sono capi, non ci sono problemi”, dice. Mentre parliamo, chiama un suo amico, “Brother!, vieni a Porta Napoli”. Arriva un ragazzo di 26 anni, in Italia dal 2011, accattone davanti ai supermercati, mi spiega che la ragione per cui lo fa è semplice: “se vuoi mangiare non ti resta altra scelta. In questa situazione, non si può andare né avanti, né indietro, si può solo uscire pazzi”, spiega.

K. dorme a casa di un amico, così non ha il problema dell’affitto da pagare, gli dà qualcosa quando può, quando il suo lavoro glielo permette. Sì, perché per lui, quello davanti ai supermercati, è un vero e proprio lavoro. Lo fa tre giorni a settimana e guadagna “sette, otto euro in una giornata”.

Mentre i due ragazzi mi parlano, per un attimo, penso che quelle parole le ho già ascoltate qualche tempo prima, quella di Willy e del suo amico è una storia comune a tanti richiedenti asilo che vivono in questo Paese. É la storia di J. ed A., ad esempio, nigeriani anche loro, che per vivere sono entrati nel giro dell’accattonaggio. Quando mi presentano J. è un lunedì, lo ricordo bene perché quello è il suo “giorno di riposo”, mi dice, “oggi non lavoro e ho tutto il tempo per parlare quanto vuoi”. J. viene dalla Nigeria e lo sa bene che l’accattonaggio, in Italia, pur non essendo più considerato un reato da qualche anno, è motivo di accesi dibattiti in materia di ordine pubblico in molti Comuni italiani, anche a Lecce(*). J. si presenta all’appuntamento con un suo amico, anche lui richiedente asilo, anche lui accattone davanti agli ipermercati di Lecce e provincia. Ci mettiamo comodi. J. arriva a Lampedusa il 25 ottobre 2008. Nel suo Paese faceva l’allevatore di mucche ma, a causa di conflitti interni, perde tutto. “Appena sbarcati in Italia, veniamo trasferiti a Brindisi, nel centro d’accoglienza per tre mesi”, racconta. La sua odissea inizia sei anni fa. Nei primi tempi è un susseguirsi di trasferimenti in cerca di documenti, “ma avevamo le spalle coperte e qualche soldo in tasca”. Il dramma inizia dopo: da Brindisi a Foggia, e ancora a Bari, dove gli è assegnato un avvocato d’ufficio per avviare la pratica di richiesta d’asilo, ma il parere della Commissione che si occupa del suo caso è negativo. Da lì, ricorsi e continui permessi di soggiorno temporanei. “Mi sono spostato a Verona, per la disperazione, e qui sono stato fermato, mi hanno dato quindici giorni per lasciare il Paese. É stato allora che i pensieri hanno iniziato a logorarmi”. J. è senza soldi, senza documenti, così, decide di andare in Svizzera. Viene costretto a rientrare in Italia dalle autorità nazionali, con la scusa che i suoi documenti sono, finalmente, pronti. Al ritorno, però, si accorge che le sue speranze sono vane e si rende conto dell’inganno. A. è il più giovane tra i due, frequenta un corso d’italiano e parla un po’ meglio la nostra lingua. Mi racconta che in Nigeria faceva l’operaio per una ditta di infissi in alluminio. Arriva in Italia il 4 aprile del 2009, “sono qui da cinque anni e fino a oggi niente documenti”, spiega. Anche lui ha vissuto le stesse peripezie di J.: Brindisi per sette mesi, poi Bari, poi in Svizzera, a Chiasso, e poi il ritorno in Italia. Chiedo loro come riescono a mantenersi. “Giriamo per i supermercati della provincia, per cercare di guadagnare qualcosa. Lo sappiamo, non è giusto, ma l’unica alternativa che ci resta è allungare quella maledetta mano e dire Signora, aiuti me”. “Non siamo stupidi, non ci piace chiedere l’elemosina, nel nostro Paese non lo facevamo. A nessun uomo piace chiedere la carità. Non siamo pazzi!”, spiega J. “We are not foolish, we are in a trap” (Non siamo folli, siamo in trappola), ripete ad alta voce. J e A. vivono situazioni diverse: uno è diniegato, l’altro è ancora in attesa del parere della Commissione territoriale di questa regione. Per questo, i documenti per restare in Italia vengono rinnovati per brevi periodi e, per questo, per loro, è molto più difficile ottenere un posto di lavoro, perché, spiega l’avvocato Donatella Tanzariello, responsabile del CIR di Lecce, “I datori di lavoro che non conoscono perfettamente la legge, la maggior parte delle volte, davanti a un permesso di soggiorno con carattere temporaneo si tirano indietro”. “Il richiedente asilo ha un ampio lasso di tempo in cui si trova in una situazione giuridica di limbo, in trappola, sì, in una situazione in cui non gli è pienamente riconosciuto il diritto di soggiornare, ha un permesso di soggiorno precario, e resta in attesa della convocazione presso la Commissione per essere ascoltato. I tempi sono lunghi anche nell’eventualità di un rigetto. Sul permesso di soggiorno precario c’è una dicitura che abilita il richiedente asilo al lavoro, ma è chiaro a tutti che nessun datore di lavoro investirebbe su una risorsa così precaria. A meno che non si tratti di un lavoro stagionale e di lavoro nero come avviene nella maggior parte dei casi. Per cui, a queste persone si aprono le porte del lavoro nero, dell’accattonaggio, della criminalità e dei gesti disperati”, spiega l’avvocato Salvatore Centonze, che esercita in materia di diritto dell’immigrazione da molti anni. “Purtroppo le risorse sono scarse e il fenomeno migratorio dei richiedenti asilo ha assunto dimensioni gigantesche e non è facile gestirlo”, aggiunge.

fonte: Dossier pubblicato sul sito governo.it

Sono tanti, infatti, i nigeriani, e non solo, a stare nella stessa condizione di questi ragazzi, e il numero delle pratiche dei richiedenti asilo è altissimo (58.903 da settembre 2013 a settembre 2014). Il sistema legislativo italiano che disciplina in materia di immigrazione (testo unico 268/98) presenta molte lacune. Per non parlare dei tempi di d’attesa, lunghissimi: per la convocazione, attualmente, si va dai 15 ai 24 mesi circa, a fronte dei 45 gg. previsti dalla normativa. Ma, a volte,l’iter può durare anche alcuni anni. Meno del 10% dei richiedenti asilo in Italia riceve un esito positivo in Commissione. Il 30% è diniegato. (vedi tabelle e grafici). L’assenza di una legge strutturata, i numerosissimi dinieghi, le disfunzioni interne alla Commissione non fanno altro che incrementare il numero di“clandestini”,alla mercé del mercato del lavoro nero e alla perdita di qualsiasi diritto, legittimando qualcosa che la stessa legge dichiara illegale. Ma a complicare ancora di più il quadro legislativo ci pensa anche l’UE con il regolamento di Dublino, secondo cui lo Stato membro competente all’esame della domanda d’asilo è esclusivamente lo Stato dell’UE in cui il richiedente asilo mette piede e registra le impronte digitali per la prima volta, limitando la libertà personale di queste persone. L’Italia, da meta di transito, diventa una trappola infernale. E in questa gabbia, i giorni trascorrono senza senso alcuno e l’unico obiettivo è sopravvivere. I confini della trappola, ora, si fanno più chiari.

Fonte: Dossier pubblicati su governo.it
Dati suddivisi per Commissioni territoriali. Fonte: “Quaderno statistico” pubblicato su governo.it

Continuo la chiacchierata con J. E A. Voglio saperne di più su questa organizzazione, così chiedo loro se i posti davanti ai supermercati sono distribuiti prima e se c’è qualcuno, un capo, che organizza il tutto. Ma la versione di A., ovviamente, si discosta totalmente da quello che mi ha raccontato l’avvocato Garrisi ed è uguale a quella di Willy e il suo amico. A. ribadisce con insistenza che “i nigeriani, e gli africani in generale, non hanno nessuna organizzazione alle spalle. “Per noi è diverso”, spiega e illustra, nei dettagli, come funziona il tutto. È una sorta di organizzazione interna, “i turni si stabiliscono pacificamente, e lo si fa in sordina, a voce bassa e con solidarietà fraterna, perché bisogna evitare risse e faide, per non attirare l’attenzione delle forze dell’ordine”. Quindi, “io la sera, tu la mattina, io il martedì, tu il mercoledì”, funziona così. “Non ci sono capi”, ripete. Poi cambia discorso e continua a spiegarmi quanto riesce a racimolare: “Dal martedì al sabato sto lì dalle 8.00 alle 13.00 e non hai idea di quante parole sono costretto ad ascoltare durante tutta la giornata. Tante signore si arrabbiano. Riusciamo a prendere dai sette ai dieci euro”, mi dicono, “durante i periodi di festa, invece, anche venti, venticinque euro al giorno, perché tutti sono felici e vogliono che anche tu lo sia”.A. continua: “Alcuni ti danno un centesimo e tu lo prendi e dici grazie, lo metti in una bustina e quando arrivi a tre euro li cambi alle casse dei supermercati. I soldi sono per dormire, perché dovremmo farlo per strada o in stazione? Ho una dignità, voglio un tetto sulla mia testa. A volte non hai voglia di andare davanti a quelle porte, non è bello, ma stare a casa logora il cervello, fa star male. Non possiamo starcene senza far niente. Non riesci ad arrestare i pensieri. Conosco due ragazzi molto giovani, nigeriani, con una situazione simile alla nostra, sono usciti pazzi.”

Chiedo loro se avessero la possibilità di scappare da questa gabbia dove vorrebbero andare e se dopo questa esperienza, malgrado i problemi che ci sono in Nigeria, consiglierebbero ai loro famigliari o ai loro amici di venire in Italia. “Qui la crisi è forte -dice J.- e il sistema è assurdo, non ci sono speranze per noi. Io me ne andrei in Inghilterra o in Germania a cercar fortuna. L’Italia non era la nostra meta, ma solo una terra di passaggio”. A., invece, prima di rispondere mi parla a lungo della situazione che c’è ora in Nigeria, di ciò che si vede e di ciò che non si vede sui media occidentali, dell’organizzazione terroristica Boko Haram, della difficoltà dei civili, dell’omertà e della corruzione che si trova in ogni angolo e in ogni ufficio. Della sua famiglia. “Abbiamo molti problemi- dice- per questo sono scappato. Ma ora come ora non riuscirei a consigliare a mia sorella o a un mio amico di venire in Italia. Non sono stupido, sono qui, non sono felice, sto soffrendo, i pensieri mi consumano, ogni giorno. Sono stanco, questo non è niente, è carta straccia. Non sono un uomo libero!”. Mentre dice queste parole, accartoccia il documento che ha tra le mani. Resto in silenzio, poi provo ad evadere, ad allontanarmi, per un attimo, da quella trappola. “Come immaginate il vostro futuro?”, chiedo. J., il più grande, trentaquattrenne, lo ricordo bene, quel lunedì sorride: “Spero che sia un futuro pieno di luce. Vorrei diventare padre di uno splendido bambino, avere una famiglia, una bellissima moglie, un lavoro, i documenti in tasca e, ascolta bene, vorrei pagare persino le tasse, sì le tasse”, dice allungando le “e” per farmi sentire una specie di lamento, o di amara ironia, per la condizione in cui lo Stato Italiano lo costringe. L’amico scoppia a ridere, ride forte, lui che di anni ne ha 32 e ha gli stessi sogni.

All’improvviso mi ritrovo di nuovo seduta su quella panchina di Porta Napoli. Si è fatto tardi. Accanto a me, Willy e il suo amico. Ridono anche loro. Mi offrono una sigaretta, poi si allontanano a fumare. Davanti a me, un ragazzo con in mano un cappello si sporge verso i passanti.

Nota. *È il 1995, infatti, quando una sentenza della Corte Costituzionale, la n. 519, abroga il primo comma dell’art. 670 del codice penale che puniva chiunque mendicasse in luogo pubblico con la reclusione di tre mesi. Oggi, la richiesta di elemosina è lecita purché sia una legittima richiesta di umana solidarietà, e non una “mendicità invasiva” che intacca ordine pubblico e pubblica tranquillità

 

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