Storie di reti, rizzari e lampare. L’orgoglio dei pescatori del Salento contro le regole Ue

Porto di Castro

In mare aperto il tempo scorre in maniera totalmente diversa rispetto alla terra. Forse è per questo che Antonio si dimentica del nostro appuntamento e, in un pomeriggio di metà luglio, mi fa aspettare un’ora e mezzo al porto di Castro. “Scusa ma adesso sono in mezzo alle sirene, tra poco sarò da te” mi dice tranquillo al telefono. Per lui stare “in mezzo alle sirene” vuol dire pescare. Lo fa per passione con l’antico metodo del palangaro che, insieme al tramaglio, è la tecnica tipica dei piccoli pescatori. Si tratta di una lunga lenza di grosso diametro sul quale sono legate, ad intervalli regolari, delle altre lenze più piccole che terminano con gli ami. La lenza portante è tenuta tesa da galleggianti alle base dei quali sono legati dei pesi. Orate, spigole, saraghi sono le prede più pregiate di questa tecnica.

Quando finalmente ritorna dalla battuta di pesca, ci sediamo ai tavoli di un chiosco nel porto. Quello di Castro è un piccolo porto, ma molto vivo: lussuosi yacht e sgarrupate barchette fanno parte dello stesso quadro. Da un lato c’è lo “Zio Fester”, 16 metri e lussuose rifiniture, dall’altro c’è “Caronte”, cinque metri e vernice consumata sui fianchi. Ma se la vita di chi possiede un bel motoscafo è immaginabile, come se la passa invece un piccolo pescatore? Sono qui per questo: capire quali storie nascondono “Caronte” o “Maestrale”. “La maggior parte di queste barche sono di pescatori in pensione – racconta Antonio – escono in mare per cercare di arrotondare. Di giovani se ne vedono pochi”. Poi aggiunge, con un certo orgoglio, che la settimana prossima verrà a trovarlo un famoso attore: “Viene a Castro per due o tre giorni, in gran segreto. Mi chiama e io lo porto a pesca con me. Viene soprattutto per questo, la pesca e il mare lo rilassano”. Le parole di Antonio si rivelano da subito una sintesi efficace della condizione in cui si trova la piccola pesca nel Salento. Da un lato la crisi di un mestiere che sta morendo di vecchiaia, dall’altro il tentativo di reinventarlo, inserendolo nell’offerta turistica. È così che l’estate è diventata per la gente come Antonio, una vitale boccata di ossigeno. Ma, passato il periodo delle ferie (degli altri), ritornano i problemi. Nei piccoli borghi costieri del Salento il declino della pesca come mestiere sta incidendo in maniera fortissima sull’identità dei luoghi e delle persone, modificando abitudini e prospettive di vita di intere famiglie.

In un caldo pomeriggio di fine luglio ho appuntamento a Tricase Porto con Mario Ruberto, presidente dell’associazione “Libeccio”, con Antonio, pescatore in pensione, e con suo figlio Massimo. Antonio ha capelli bianchi, fitte rughe sul volto bruciato dal sole e piccoli occhi azzurri. Non mi dà neanche il tempo di rivolgergli una domanda: “Il pesce non c’è più. I pescherecci con le reti a strascico non ci hanno lasciato niente. Si avvicinano sotto costa e distruggono i fondali dove ci sono le uova. Il piccolo pescatore è finito”. Suo figlio Massimo non può che confermare. Ha 42 anni e lavora in una ditta edile, per un periodo ha seguito il mestiere del padre ma ha capito presto che non ce l’avrebbe fatta ad andare avanti. Massimo ha dei ricordi precisi di quando le cose andavano bene: “A 10 anni mio padre mi portava a tirare le reti, prendevamo rane pescatrici di 20-30 chili. Adesso se ne prendi una ti fanno una statua. Quando i pescatori rientravano dal mare tutte le famiglie scendevano sulla banchina ad aiutare a caricare il pesce. Se ne prendevano quintali. Ma oggi nessuno può campare di sola pesca, devi arrangiarti come agricoltore o avere una seconda entrata”. Nel racconto le voci di Antonio, Massimo e Mario si accavallano una sull’altra. Parlano freneticamente, come se avessero paura di farsi sfuggire un solo ricordo.

Antonio e suo figlio Massimo

Ad un certo punto Mauro esclama: “Eccolo l’attore! Questo è uno importante eh!”. Sigaretta alla bocca si avvicina al tavolo un uomo sulla settantina. Sul suo viso le rughe abbracciano due occhi da bambino. E’ Angelico Ferrarese, che ha interpretato Cosimo nel film “In grazia di Dio” di Edoardo Winspeare. Nella pellicola del regista salentino è il contadino che sposa la madre delle tre protagoniste, spinte dalla crisi dell’industria a un repentino ritorno alla terra. Nella vita reale Angelico è un pescatore in pensione e vive a Tricase Porto, nel borgo dove secoli fa si insediarono i pescatori. Non è un uomo di molte parole, ascolta e annuisce mentre Antonio racconta i tempi d’oro della piccola pesca. Poi, in un momento di silenzio, mentre aspira l’ultima boccata di sigaretta, afferma: “Io il gozzo lo tengo ancora a mare ma esco solo per stare tra le onde. Questo puoi fare, stare tra le onde. O andare a pesca per passare il tempo. La professione però è un’altra cosa, ed è finita”.

Angelico Ferrarese

Tricase è una cittadina che vanta una secolare tradizione di pesca. Per tanto tempo il padre, morendo, lasciava in eredità ai figli il gozzo e l’attrezzatura. In sostanza, gli metteva nelle mani i mezzi per il sostentamento della famiglia. Oggi, dice Mario, sono rimasti una quindicina di pescatori. Quando scendiamo al porto Antonio mi porta davanti a un piccolo e vecchio gozzo azzurro, consumato sui lati e con grosse alghe cresciute sul fondo della barca: “Mio padre con la sua barca ha mantenuto una famiglia con dieci figli, di cui otto maschi tutti pescatori. Ma questa era la barca di mio nonno, costruita nel 1954 e che ora usa mio fratello per andare a pesca. Ancora per poco. Ha deciso di rottamarla”. Mentre pronuncia queste parole i piccoli occhi di Antonio diventano grandi. In quell’azzurro intenso si vede naufragare un mondo di ricordi. “Almeno dalla rottamazione riesce a ricavare dei soldi”, aggiunge con un filo di voce.

Il gozzo del fratello di Antonio

Dopo il giro al porto mi guidano per le vie di Borgo Pescatori, un piccolo rione di Tricase Porto in cui ancora vivono i pescatori del luogo. Qui il tempo si è fermato: i bambini giocano scalzi sulle strade. Sull’asfalto, con tratti di gesso hanno disegnato le loro “campane”. Tutti si salutano come se facessero parte di un’unica famiglia, le porte delle case sono aperte, quelle chiuse hanno la chiave fuori dalla toppa. I muri sono colorati di azzurro e nei cortili si intravedono piccoli vigneti. Ci sono vespe 50 special e, in un angolo, una Mercedes Benz del ’70 in perfetto stato. Il Borgo però sta morendo, lentamente. Nei garage si vedono le reti e i gozzi tirati a secco. Molte abitazioni sono in vendita, l’asilo è diventato un deposito dell’associazione “Libeccio”. Gli unici pescatori rimasti sono molto anziani e i figli non hanno intrapreso la professione dei padri. Si sono sposati e sono andati a vivere in paese. Fino a vent’anni fa qui c’erano più di 130 famiglie, adesso ne sono rimaste una quarantina. Il declino di questo luogo è lo specchio della crisi che sta distruggendo la piccola pesca.

Borgo Pescatori

Tra la piccola pesca di Antonio, Massimo e quella a strascico dei pescherecci c’è la stessa differenza che passa tra l’artigianato e l’industria. I piccoli pescatori possono spingersi al largo fino a tre miglia, e le loro barche non devono superare i 12 metri. I grandi pescherecci che più a largo solcano il loro mare, invece, godono di un diverso regime di regole. Così, per capire Antonio quando dice che “il pesce non c’è più”, bisogna girare lo sguardo da Tricase verso Bruxelles. È l’Unione Europea che disciplina gran parte della normativa in materia di pesca e, all’origine della penuria di pesce, secondo molti pescatori ci sono proprio le leggi europee. L’errore più grande sembra quello di aver creato un sistema normativo che equipara i mari del Nord Europa e l’Oceano Atlantico a mari più piccoli con bassi fondali, come il Mediterraneo, che è stato invaso da grandi imbarcazioni, anche provenienti da fuori continente, e che praticano una pesca intensiva funzionale alle esigenze della grande industria. Per loro è come calare una rete in un acquario. Il risultato è il graduale svuotamento ittico del Mediterraneo, sottoposto ad uno sforzo di pesca superiore alle sue capacità e che non lascia il tempo al mare di ripopolarsi. Chi ci rimette è Antonio e il suo gozzo del ’54, schiacciato da una concorrenza che ha disposizione pescherecci di acciaio di 30 metri con motori da 2mila cavalli.

Queste barche passano una volta ogni quindici giorni sul tratto di pesca, prelevando migliaia di tonnellate di pescato. Nelle reti di questi pescherecci finisce anche molto pesce di piccola taglia – triglie, sardine, acciughe – che non essendo commerciabile viene letteralmente buttato ai gabbiani. Secondo una inchiesta firmata da Roberto Pozzan, chiamata “L’assassinio del mare”, questo spreco di pesce ammonta a 19mila tonnellate l’anno. La pesca a strascico è una tipologia di pesca discussa per l’eccessivo sfruttamento delle risorse ittiche e per i danni che arreca al fondale marino. Viene praticata da uno o due pescherecci allineati che trainano una rete sul fondo del mare. Per la cattura di un determinato tipo di pescato, come sogliole, razze o vongole, viene usato il rapido, una rete con una bocca rigida e denti metallici che, letteralmente, arano il terreno. Nelle reti finisce di tutto: pesci grandi o piccoli, molluschi, coralli, alghe. Per legge non dovrebbe praticarsi entro le 3 miglia dalla costa, ovvero all’interno dell’area utilizzata dai pesci per la riproduzione. Ma è proprio dentro questa porzione di mare che si trova il pesce più pregiato e non è raro che i pescherecci violino questo limite, compromettendo l’ecosistema e la loro stessa possibilità di pescare in futuro.

Ma la pesca intensiva non è l’unica causa che sta schiacciando il piccolo pescatore: c’è il “caro-gasolio” – che ha raggiunto livelli record  e che costituisce il 50-60% dei costi di gestione di una piccola barca – e il crollo dei prezzi causato dall’importazione di pescato dall’estero. Una combinazione che ha delle ripercussioni anche sulla nostra dieta. Che pesce vendono le pescherie italiane? Affrontare questa domanda significa scoprire che si tratta quasi sempre di esemplari allevati o importati. Secondo Roberto Zizzo, direttore tecnico di Anapi (Associazione Nazionale Autonoma Piccoli Imprenditori della Pesca) il 70% del pesce che consumiamo è di importazione. Una quota impressionante per un paese, l’Italia, che ha 7850 chilometri di coste. E per il Salento, che ne ha 320.

Il pesce in Italia viene importato da tutto il mondo, ma in particolare dai paesi del Nord Africa: Marocco, Libia, Tunisia. Qui si può pescare senza restrizioni grandi quantitativi che poi vengono piazzati con facilità nelle pescherie italiane, a prezzi più bassi rispetto a quelli chiesti dal pescatore locale. Per rimanere sul mercato quest’ultimo è quindi costretto ad abbassare il prezzo. Ma in questo modo vivere di pesca diventa un’odissea.

Odissea che Grazio, 47 anni, vive ogni giorno. Suo nonno e suo padre erano rizzari (pescatori di ricci di mare), lui invece, per riuscire a mandare avanti una famiglia con due ragazzini, è diventato un factotum della pesca. “Diversificare i periodi di pesca. Il piccolo pescatore può racimolare qualcosa solo in questo modo. Adesso pesco e vendo ricci” mi dice. Lo vado a trovare sul posto di lavoro a Porto Badisco, vicino Otranto, una mattina di fine agosto. La giornata è umida e nuvolosa ma davanti al banchetto di Grazio è pieno di gente. Molti sono venuti per mangiare i frutti di mare, altri vogliono semplicemente scattare qualche foto. “Dall’anno prossimo insieme al riccio mi faccio pagare 40 centesimi a foto, poi si che faccio i soldi” scherza. Lavora meccanicamente: mentre scambia qualche battuta con i clienti prende i ricci da una vaschetta, li taglia con una apposita forbice, li ripone su un piatto che poi serve alle spalle del banchetto dove ha sistemato pochi tavoli per la degustazione. Va avanti così per tutta la mattina. Il lavoro non concede tregua: appena si libera un tavolo c’è un altro gruppo di persone pronto ad occuparlo.

Con i ricci il guadagno ancora c’è, soprattutto per chi, come Grazio, provvede da solo sia alla vendita che alla pesca. Ma si lavora cinque mesi l’anno, da febbraio ad aprile, poi ci si ferma due mesi per il fermo biologico e poi si riprende da luglio fino a metà settembre. Nei cinque mesi da rizzaro la vita di Grazio è come sospesa: ha potuto dedicarmi un’ora del suo tempo il 2 settembre, e solo perchè quel pomeriggio il suo furgone ha avuto un guasto. Chi pesca e vende ricci ha una giornata scandita da azioni precise e orari immutabili: sveglia, pesca, vendita, riposo, di nuovo sveglia. Un ritmo pauroso: “Mi sveglio alle 3.30 di mattina, poi, fra le operazioni di carico del furgone, quelle al porto e la navigazione sino al punto di pesca, mi immergo intorno alle 6.00. Alle 8.15 risalgo, carico i ricci sul furgone e, dopo una rapida doccia a casa, mi dirigo al banchetto di Porto Badisco per la vendita che solitamente dura sino alle 17.00. Per le 18.00-19.00 sono casa, mi faccio una doccia, mangio e mi corico. Cosi per cinque mesi l’anno, tutti i giorni domeniche incluse. Ma non mi lamento, solo cosi posso mandare avanti la famiglia”.

Con i ricci, se non è cattivo tempo, la giornata è quasi assicurata. Le cose invece cambiano quando Grazio si dedica agli altri due tipi di pesca: con le reti a maggio e giugno, col palangaro da fine settembre fino a gennaio. “Da quando ho iniziato nel 1992  c’è un calo del pescato del 70-75%. Quindici anni fa con le reti facevo 200mila lire di pescato a nottata, adesso se mi va bene faccio 60 euro. Lo strascico ha distrutto tutto. Qui prima si prendevano molte triglie, rane pescatrici, seppie, aragoste. Adesso c’è il deserto”.

Più sento i piccoli pescatori più capisco una cosa: il mare ha bisogno di riposare. Allentare lo sforzo di pesca e selezionare il pescato sono due azioni per il recupero di questo ecosistema. In provincia di Lecce c’è chi ci sta provando, con risultati soddisfacenti. A Porto Cesareo la Cooperativa Pescatori dello Ionio, in collaborazione con Lega Pesca Puglia, ha attuato per il quarto anno consecutivo un fermo pesca volontario di 30 giorni. Non solo: è stata introdotta anche una sperimentazione sulle maglie delle reti con il cosiddetto progetto Sampei. I pescatori volontariamente hanno deciso di adottare reti dalle maglie più larghe, accettando di pescare di meno per risparmiare i pesci piccoli. Giuseppe Fanizza, presidente della cooperativa, spiega il motivo: “Abbiamo riscontrato che le maglie di 20 millimetri garantiscono una maggiore quantità di pescato ma si tratta, soprattutto, di specie sottotaglia che non è commerciabile. Al contrario delle maglie più larghe, dove capita meno pesce ma di maggiore pezzatura e quindi con più valore sul mercato”. Si premia la qualità più che la quantità. Si evitano gli sprechi e il mare ha il tempo di ripopolarsi.

L’esperimento ha dimostrato che il 34% dei pesci catturati sottotaglia con reti a maglia stretta appartiene a specie con un elevato valore commerciale . Dandogli il tempo di crescere, li si potrà pescare in futuro con una pezzatura adeguata e un valore più alto sul mercato: circa 18 euro al chilo. Se ne sono accorti i pescatori di Porto Cesareo ma non l’Unione Europea, che continua ad ammettere la pesca a maglie di 20 millimetri.

Le cose però potrebbero cambiare. Al vaglio della Regione Puglia c’è il Piano di Gestione Locale “Mare del Salento”, uno strumento che l’Unione Europea mette a disposizione proprio dei piccoli pescatori che decidono di autoregolamentarsi. Tra le proposte del Piano c’è anche l’allargamento delle maglie a 24 millimetri e il fermo volontario di un mese. Per la grande pesca si propone la riduzione delle attività da 5 a 4 giorni settimanali. Misure che vanno adottate subito, secondo Angelo Petruzzella, promotore del Piano e coordinatore di Lega Pesca Puglia: “La piccola pesca sta morendo e dobbiamo fare qualcosa. In Italia, negli ultimi dieci anni, si è registrato un 40% in meno della produzione e un 38% in meno di occupazione. Il numero dei pescatori si è ridotto a 40mila addetti su tutto il territorio nazionale. E la Puglia non è da meno”.

Sebbene qualcosa stia cominciando a cambiare, il sistema pesca in Italia è tutt’altro che al sicuro. Molto spesso i periodi di fermo biologico da boccata di ossigeno per il mare diventano cappio al collo per i pescatori, che non possono permettersi di non lavorare. Un problema che colpisce anche i pescherecci, per i quali non andare in mare significa non pagare i pescatori. L’alternativa è rottamare la barca. Non c’è altra soluzione. “Senza un minimo di sostegno dello Stato non si può chiedere ai pescatori di farsi carico dei costi di salvaguardia del mare” continua Petruzzella “serve un intervento strutturato di cassa integrazione, noi per questo proponiamo l’inserimento del settore all’interno della regolamentazione del comparto agricolo, dove c’è un sistema di ammortizzatori che consente ai lavoratori di ricevere una indennità quando non possono lavorare. Invece oggi la cassa integrazione sulla pesca è regolamentata così: ogni anno lo Stato individua le risorse che vengono date ai pescatori per il periodo di fermo biologico. Ma ad esempio i pescatori che nel Salento hanno proposto di aumentare i giorni di fermo biologico non riceverebbero risorse per quelle giornate in più di fermo. E come fanno a mandare avanti le famiglie?”.

Decido di terminare il mio viaggio dove l’ho iniziato: a Castro. Se nell’area ionica del Salento la piccola pesca ancora resiste come mestiere, da Otranto a Santa Maria di Leuca quest’attività sta scomparendo definitivamente. Le cause possono andare dalla difficoltà dei pescatori di associarsi e proporre cambiamenti, come quelli adottati a Porto Cesareo, a uno sfruttamento eccessivo delle strascico provenienti dalle marinerie di Bari. Difficile trovare una causa certa. Eppure in questa porzione di mare si possono ancora trovare delle realtà tradizionali uniche: come la pesca alla lampara dei pescatori di Castro.

Siamo a fine luglio e Antonio, 66 anni, mi viene incontro zoppicando con una gamba ingessata. Un particolare che non gli impedisce di essere al timone della “Rosa dei Venti”, un peschereccio di 11 metri che traina, tramite funi, tre barche che hanno a bordo delle grandi e luminose lampade. Cosi si pratica la pesca a circuizione con l’antico metodo della lampara. A Castro ci sono le ultime tre barche che da Otranto in giù praticano questo tipo di pesca. Ed è proprio per custodire questa tradizione, e allo stesso tempo divulgarla, che la Rosa dei Venti da qualche anno fa anche pescaturismo. In pratica ospita a bordo quei turisti che vogliono passare la nottata con i pescatori e assistere alle fasi di pesca. Una proposta affascinante per visitatori del Salento e che permette ai pescatori di diversificare le entrate economiche.

Quando la stagione turistica è finita, il 12 ottobre, sono davanti alla Rosa dei Venti. Sono le 6 del pomeriggio e l’equipaggio sta sistemando reti e attrezzatura. Tra un po’ si salpa. Quasi tutti hanno superato i quarant’anni, c’è solo un ragazzo. Nell’attesa parte una piccola discussione calcistica su Fabrizio Miccoli e sulla sua adeguatezza al campionato di Lega Pro. I sostenitori del sì sono in vantaggio. A bordo ci sono giacche e coperte pesanti: la sera, in mare aperto, la temperatura scende e l’umidità sale parecchio. L’affiatamento tra l’equipaggio, composto da nove persone sul peschereccio e tre sui gozzi, è una componente fondamentale. La pesca alla lampara è fatta di tante ore di attesa e l’armonia è importante quando si passa tanto tempo all’interno di un piccolo spazio. Il tempo si ammazza in vari modi: c’è chi dorme, chi mangia un boccone, chi racconta episodi di vita. Quando chiedo ad Antonio il perché della penuria di pesce lui mi parla della Cavtat, il cargo con duecentosettanta tonnellate di piombo, tetraetile e tetramelite  affondato a largo di Otranto nel 1974. “Tu pensi che quei veleni non abbiano fatto il suo bel danno” mi dice serio.

La tecnica di pesca è ingegnosa: si esce al tramonto e ci si ancora a largo della costa. Lì si rimane in attesa alcune ore. In questo lasso di tempo il pesce viene attirato dalle potenti lampade delle tre barche che si muovono lentamente a remi. Quando il pesce è abbastanza vicino le barche cominciano a muoversi in direzione del peschereccio (la Rosa dei Venti) dal quale viene gettata la rete una volta che le prede sono vicine. In questa fase solo una lampada rimane accesa. La rete si chiude facendo un giro circolare e il pesce rimane intrappolato sotto l’unica lampara rimasta accesa. Quindi la rete funge da grande retino dal quale i pescatori, sistemati sul peschereccio, issano il pesce a bordo. La maggior parte sono sgombri, vope, e sarde.

 

Finita la cattura la Rosa dei Venti rientra in porto a mezzanotte e un quarto. Sul molo c’è un gruppo di amici e curiosi. Appena l’imbarcazione si affianca alla banchina partono le operazioni di smistamento del pesce dentro le cassette. Il ritmo è frenetico. Le sagome dell’equipaggio sul peschereccio e sulla banchina prendono le forme geometriche di una piccola catena di montaggio. Le voci si mischiano. I pescatori sembrano formichine operose mentre dividono il pesce nelle cassette per specie e dimensione. Tra un’operazione e l’altra si accendono e si consumano sigarette ad un ritmo incessante. Dopo una ora mezza di lavoro sono state accatastate 100 cassette all’interno del camion che poi le porterà al mercato. Sul peschereccio rimane solo un pescatore,Vincenzo, che riempie le ultime due cassette di sgombri sfuggiti durante le operazioni. Il pescato è di un valore di circa 1.500 euro. Una cifra che va divisa in 25 persone, proprietari delle attrezzature inclusi. Non c’è da meravigliarsi se Antonio, dopo essere andato a letto alle 2.30, alle 5 è già in piedi a bordo del suo gozzo per andare a ritirare le reti che aveva calato il giorno prima. Arrotonda cosi.

Alle due il camion con il pesce è partito e sul molo non è rimasto quasi nessuno. Saluto Antonio stringendogli la mano. Ritorno verso la macchina. I pensieri si accavallano e dalla mano appena stretta sale alle narici l’odore del pesce. Mi vengono in mente i volti dei pescatori che ho conosciuto, quelli di Borgo Pescatori, Grazio, Antonio. Ho come l’impressione di aver parlato con dei preziosissimi custodi di un mestiere millenario. Un mestiere, quello della pesca tradizionale, che funziona l’estate e che presto potrebbe ridursi ad attrazione turistica. Forse converrebbe a tutti: già oggi i “forestieri” restano affascinati e i pescatori ricevono una boccata di ossigeno. Ma quando l’estate finisce le stradine di Tricase Porto si svuotano, a Porto Badisco il banchetto di Grazio viene smantellato e sulla Rosa dei Venti i turisti non salgono più. Si presenta l’inverno. Una stagione in cui per i pescatori salentini conta solo stringere i denti e portare avanti il loro antico mestiere, o quel che ne rimane.

Testo e foto: Stefano Martella

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5 thoughts on “Storie di reti, rizzari e lampare. L’orgoglio dei pescatori del Salento contro le regole Ue

  1. Articolo saturo di inesattezze da incompetenza del settore e romanticismo gratuito. Soprattutto quando dice che la piccola pesca non fa danno ed è tutta colpa dello strascico (che andrebbe abolito): sbagliatissimo.
    L'autore ha idea di quanti kilometri di rete da posta vengono stese ogni notte sulle coste pugliesi, caratterizzate da marinerie prevalentemente di piccola pesca?!
    Lo dice il pescatore stesso "“A 10 anni mio padre mi portava a tirare le reti, prendevamo rane pescatrici di 20-30 chili. Adesso se ne prendi una ti fanno una statua. Quando i pescatori rientravano dal mare tutte le famiglie scendevano sulla banchina ad aiutare a caricare il pesce. Se ne prendevano quintali" quindi, chi ha ridotto gli stock ittici?

    Inoltre, per le regole UE andrebbe puntato il dito sui rappresentanti italiani, soprattutto delle regioni, che non hanno fatto NULLA per intervenire sulla legislazione e per utilizzare le procedure per ottenere le regole (cosa che ha fatto solo la regione Liguria, che io sappia).

    La pesca artigianale pugliese (e italiana) vive da trent'anni solo grazie ai sussidi, dopo, in molti casi, avere devastato il mare con reti a maglia fitta, pesca illegale, e nessuna logica di tutela.

    e questo per dire in breve,

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