Il mondo nuovo di Ennio Capasa visto dalla prima fila

Martedì 23 settembre, teatro Paisiello di Lecce, ore 19. Sono le coordinate che Franco Petrachi mi ha dato per il nostro appuntamento. Qui si tiene la presentazione di “Un mondo nuovo”, prima fatica letteraria di Ennio Capasa edita da Bompiani che promette di non essere l’ultima.
Non è per vezzo che Franco mi ha dato appuntamento al Paisiello, lui che di mestiere fa il “promotore culturale del territorio” – definizione partorita dalla genialità di Paolo Pagliaro in persona – e che un evento come la presentazione del primo libro di Ennio Capasa non se lo perderebbe per nessuna ragione al mondo. A ogni modo, quella che doveva essere una veloce chiacchiarata per semifutili motivi di lavoro, si è trasformata in una una delle più entusiasmanti serate della mia vita mondana, anche più bella di quella volta in cui ebbi la fortuna di assistere al concerto di Baccassino alla masseria Chicco Rizzo, tenendo il tempo di Lu semiasse non bale all’unisono con Massimo D’Alema.

Che le cose avrebbero preso una piega inaspettata lo intuisco non appena scorgo Franco seduto in platea, naturalmente in prima fila. Lo raggiungo e lo saluto cordiale, colto da un insolito stato di presobenismo, forse causato dal parfum di violette sprigionato dalla profumatissima sala.
Lui mi sorride senza per questo mettere in discussione la permanenza del toscano tra i suoi denti. Ha riservato un posto per me accanto a lui, in prima fila. “Devi scappare?”, mi chiede indicandomi il posto occupato dalla sua borsa di cuoio. In realtà dovrei, ma non riesco a dire no a tanta grazia. Mi siedo e subito ho la chiara percezione che i semifutili motivi di lavoro per i quali sono venuto sono diventati del tutto futili e che questa serata ha in serbo tutt’altro per me.

Già solo il fatto di essere seduto in prima fila in largo anticipo a un evento come questo mi destabilizza, non per timidezza o scarsa voglia di apparire, è che normalmente in questi casi me ne starei nelle retrovie, in piedi, libero di muovermi agevolmente tra la gente, veloce e silenzioso come un guerriero ninja in camicia e gillet [che dio benedica il fascino discreto del gillet], che nell’occasione mi da un’aria da bimbominchia creativo sul genere “faccio cose, vedo gente e di tanto in tanto volo dall’altra parte del mondo a fare esperienze”. Il che, devo dire, mi permette di mimetizzarmi piuttosto bene, visto che il teatro è pieno zeppo di creativi che fanno cose e vedono gente. Ma questa volta è diverso, sono seduto in prima fila in compagnia di Franco Petrachi e del suo sigaro in attesa che Ennio Capasa appaia a noi comuni mortali. Per la verità sono anche in attesa di scoprire chi occuperà il posto rimasto vuoto alla mia sinistra.

Franco lo conosco appena, ma quel poco che so basta ad accettare di essere per una sera il suo personal assistant. Pur essendo un’esperienza che probabilmente non racconterò ai miei nipoti [sempre che non abbiano modo di leggere questo articolo], seguo con abnegazione le sue indicazioni e gli scatto diverse foto mentre fa finta di leggere il libro di Capasa: da sinistra, da destra, dal basso, con flash, senza flash ma sempre cercando di mettere in evidenza il suo profilo migliore e quello del sigaro [che è parte integrante del suo volto]. Tra le altre cose gli reggo anche il tablet quando ha le mani occupate e Franco ha sempre le mani occupate, ora da un libro, ora da un foglio, ora dal cellulare, ora della sua borsa.

Da buon mentore, però, Franco mi ricompensa con un tenero selfie in assenza di sigaro, con una foto di me e lui abbracciati come vecchi amici scattata dal fotografo ufficiale della serata [e chissà se un giorno la avrò] e raccontandomi una serie di culacchi sui vip presenti in sala [tanti, tantissimi], di cui lui conosce perfettamente vita, opere e in alcuni casi anche i miracoli. E ovviamente mi racconta anche di sé.

Scopro allora che Franco Petrachi nelle sue precedenti vite è stato un pubblicitario di successo, un organizzatore di eventi di successo, un promotore di eventi di successo. Da circa sei anni lavora al suo progetto più importante, di sicuro successo. Si tratta di una pubblicazione monumentale che per lui rappresenta qualcosa di simile a un testamento esistenziale, una sorta di grande Encyclopedìe delle personalità che hanno reso il Salento famoso nel mondo. Mica per niente il titolo è The Best Salento’s factories and professionals. “Ho già realizzato 300 interviste”, mi confessa compiaciuto. E scusate se è poco.

Franco è dappertutto e dappertutto conosce ed è conosciuto. Alla presentazione del libro di Capasa oggi, alla cerimonia di inaugurazione del Premio Barocco domani, alle selezioni di miss Regione Salento dopodomani; il suo profilo facebook saprà farvi sognare. Non c’è evento di una certa levatura culturale che Franco possa pensare di perdersi, inebriato dal suo pensiero positivista e inebriando il prossimo con l’aroma del suo toscano, documentando il passaggio su questa terra di qualsiasi personalità abbia più 3mila fan su Facebook. “Un personaggio in cerca di personaggi”, lo definì anni addietro un Giovanni De Stefano d’annata quando, molto prima di farsi travolgere dal vortice della politica romana, scriveva amenità di un certo livello per 20centesimi fin da quando era in formato cartaceo.

Completamente stregato dalla personalità di Franco, che ai miei occhi è ormai una creatura mitologica metà uomo metà sigaro, dotato della forza intellettuale di Diredot e la tenacia visionaria di Don Chisciotte, nemmeno faccio caso che il posto alla mia sinistra è stato occupato da una signora bionda, elegantissima e profumatissima che in un primo momento credo di conoscere e che in effetti riconosco in un secondo momento. Si tratta di Giuliana Perrotta e di mestiere fa il prefetto di Lecce. “Buonasera”, dice, “buonasera” dico. Franco si impettisce, fa il cenno di alzarsi e le porge la mano con fare cavalleresco. Che stile, al suo cospetto mi sento un Sancho Panza qualsiasi allo sbaraglio; rimetto insieme i cocci della mia autostima e prendo appunti.

Finalmente Capasa fa il suo ingresso sul palco insieme al sindaco di Lecce Paolo Perrone, alla vicepresidente della Provincia [o di quel che ne rimane] Simona Manca e alla giornalista Paola Moscardino. Applausi a scena aperta, c’è tantissima gente, il teatro è pieno in tutti i suoi posti e i ritardatari rimangono in piedi. Io no, occupo con soddisfazione il mio posto in prima fila, neanche fossi un abbonato [ma in fondo chi non lo è?], seduto tra il prefetto e Franco Petrachi. Praticamente, in una botte de fero.

Ora, Ennio Capasa è un uomo che non ha bisogno di presentazioni, di certo non della mia e nemmeno della sua. Ma Capasa ha scritto un libro autobiografico sulla sua esperienza giapponese al servizio del guru Yohji Yamamoto tra il 1983 e il 1986, quando poco più che ventenne parte da Milano per inseguire il suo sogno, quindi è inevitabile che la serata scivoli via all’insegna di un io-presentatore che è anche un io-narrante che a tratti diventa un io-totalizzante. Il risultato è un ego talmente espanso da non riuscire più a passare dalla porta del teatro già dopo mezz’ora di presentazione. Ma Capasa è un mito e se lo può permettere, la sua è una storia di successo, una bella storia: professionista affermato a livello internazionale, pardon artista [che gli dei della moda possano infliggermi anni di tormenti zebrati e Hogan Olympia], direttore creativo, nonché fondatore insieme al fratello Carlo, di Costume National. Insomma, un semidio appartenente all’olimpo dei salentini che ce l’hanno fatta, un vero beggione al confronto del quale anche il beggione numero uno di Lecce potrebbe vacillare, nonostante la recente barba venga decisamente in soccorso quanto a carisma beggionesco. Poi scopri per loro stessa pubblica ammissione che Capasa e Perrone sono molto amici, “amici di bagno”, nel senso che l’estate fanno il bagno insieme a Otranto, dove sono anche vicini di casa e dove probabilmente nelle sere di scirocco giocano a burraco a casa di Ennio, magari quando non c’è l’amico Mick [Jagger, of course] e capisci che come al solito Lecce è pronta a soffocare qualsiasi conflitto, anche il più vanesio [come appunto una gara tra beggioni], in un rapporto di amicizia o di parentela. Va così nella provincia.

Seguo con attenzione quanto ha da dire Capasa su se stesso e mi rendo conto che mediamente ogni due/tre inconsapevoli sboronate segue almeno una nota di umiltà. Il che tutto sommato fa di lui una persona gradevole e che non scrive nemmeno così male. Certo, per le amiche della signora Maria Luisa, la mamma di Ennio, vera anfitriona della serata, siamo di fronte a un capolavoro di letteratura contemporanea, ed è ragionevole che lo pensino, visto che molte di quelle signore lo hanno visto crescere. Ma in fin dei conti il libro sta in piedi, di certo si pubblica molto di peggio e almeno Capasa qualcosa da raccontare ce l’ha. A dire il vero ce n’ha talmente tante che nel libro compaiono due intermezzi dal titolo: Ennio intervista se stesso e Ennio intervista se stesso/2, in pieno stile “si faccia una domanda e si dia una risposta”. Neanche il miglior Stanis La Rochelle avrebbe potuto fare di meglio:

DOMANDA: Ennio, perché sei partito?
RISPOSTA: Ho deciso che dovevo andare via, dovevo partire. Una forza irrazionale mi ha spinto alla ricerca di luoghi diversi, di lingue sconosciute. L’inquietudine della conoscenza mi domina. Avevo appena finito l’Accademia di Brera a Milano.
D: Perché proprio in Giappone?
R: Ci ero già stato a diciotto anni e mi era piaciuto. Un misto tra futuro e tradizione, ne sono rimasto colpito, sentivo che ci sarei tornato. […]

Seguo assorto e penso che questa cosa di parlare di sé in terza persona è un fenomeno socialmente in ascesa e che andrebbe approfondito soprattutto dal punto di vista psicologico, ma poi Franco interrompe i miei pensieri spiegandomi che anche lui sta preparando una cosa del genere per un libro su suoi primi 60 anni, in uscita a fine novembre. “Hai visto” – mi sussurra – “io lo dico e gli altri lo fanno”. Mi brillano gli occhi dall’emozione e sto per scattargli un’altra foto quando vengo distratto dalla scarpa simil pitonata del prefetto e per un po’ non riesco a guardare altro. Stiloso, questo Prefetto.

Capasa continua a rispondere alle domande di Paola Moscardino, la giornalista preparatissima che lo intervista, che fa un figurone perché riesce a dare l’impressione di averlo letto davvero il libro [magari lo ha fatto]. Io continuo a seguire la lezione di vita nascosta dietro le parole di Ennio, passando dal ganbatte e kudasai [persevera e coraggio] alla tassonomia del sorriso [sorriso occidente/sorriso giapponese], dalla figura del padre [cui è dedicato il libro] agli amorazzi silenziosi di Tokio. Ennio legge, e legge, e legge e ogni cosa che legge procura un sospiro di emozione soffocato in un “che bello” alle signore sedute alle mie spalle. Beate loro.

Decido di comprare il libro e con sommo piacere scopro che almeno 10 dei 18 euri del prezzo li vale solo la copertina, stilosissima, disegnata dal fratello Carlo. Un affare. Tutto torna: “stiloso” è la parola chiave della serata. Ennio è stiloso, la giornalista che lo intervista è stilosa, le persone presenti sono stilose, il tizio completamente vestito di bianco che riprende la presentazione con una cinepresa 8 mm è stiloso, il Prefetto accanto a me stilossissimo.

Anche se poi, a pensarci bene, i più stilosi di tutti siamo io e il mio amico Franco, seduti in prima fila, proprio nella stessa sera in cui personalità di un certo spessore come il sindaco e come il parlamentare Dario Stefàno sono rimaste in piedi e che normalmente sarebbero seduti proprio dove siamo seduti io e Franco se non fossimo seduti io e Franco. Ma siamo seduti io e Franco e nessuno di noi due ha pensato di cedere il posto. Se questo non è stile.

Ennio a un certo punto taglia corto, vuole interagire con il pubblico, vuole rispondere alle domande. Le domande che arrivano non sono domande, ma commenti entusiastici, ricordi, aneddoti in cui Ennio è il protagonista, citazioni, emotività. Avverto Franco in agitazione, “voglio fare una domanda”, mi dice, “fammi un video mentre faccio la domanda”, mi ordina. Pronto seleziono la modalità video dell’iPhone, comincio a registrare, Franco si alza per ricevere il microfono di sala ma con lui si alza tutta la platea e poi anche Ennio Capasa e Paola Moscardino e poi, per ultimo, anch’io, che rimango male più di Franco.

Chissà cosa gli avrebbe chiesto, penso, ma certe cose è meglio non saperle, meglio non sfidare la sorte. E’ già andata fin troppo bene, ero venuto al Paiesiello per starci due minuti e alla fine ci sono rimasto due ore, divertendomi.
Meglio buttarmi a capofitto nel lavoro, allora, che per uno come Franco comincia quando per altri è tutto finito. Quindi in lentissima successione riesco a scattare la foto di lui con Capasa, di lui con la mamma di Capasa, di lui con la giornalista che ha intervistato Capasa e di lui con il libro di Capasa firmato da Capasa. Franco è soddisfatto e io più di lui.

Intorno alle 21,30 il lavoro è finito. Franco si offre di darmi un passaggio, ma questa volta gli dico di no, ho bisogno di fare due passi. Dal teatro Paisiello arrivo chissà perché in via Templari mentre cerco di valutare la mia prima volta come personal assistant di Franco Petrachi e mi dico ad alta voce che in fondo non me lo sono cavata tanto male [stiamo freschi, Capasa parla in terza persona, io parlo da solo]. Mi siedo comunque rasserenato sulla panchina in pietra che sembra un dolmen mignon e inzio a leggere il libro di Ennio Capasa con la copertina figa. Ripenso alla perseveranza, al coraggio, ai suoi vent’anni e alla sua bella storia. Concludo facendomi una promessa: quella di continuare a non fare lo stilista anche quando diventerò uno scrittore famoso.

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...

2 thoughts on “Il mondo nuovo di Ennio Capasa visto dalla prima fila

  1. Francescoooooo, come secondo incontro con me…hai fatto BINGOOOOO. Solo 6 mesi fà mi hai cercato, e in un rapido incontro mentre dovevo entrare in diretta su Telerama, ci incontrammo negli studios solo per un veloce saluto e con promessa di risentirci presto per sapere di me. Ora questo miracolo si E' AVVERATO in una location come il Teatro PAISIELLO gremito della Leccebene, giornalisti e photographi in attesa del mito Salentino Ennio Capasa alla presentazione del suo primo libro "UN MONDO NUOVO"…sicuramente con PERSEVERANZA & CORAGGIO…la nostra conoscenza, contribuirà alle NEW GENERATION per UN MONDO NUOVO. Grazie Francesco, grazie Ennio…ad majora semper!!!

Rispondi a Francesco Annulla risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *