Come mollare la droga dei social e costruire reti di comunità. Intervista a Ippolita

ph. Paride De Carlo

 

Karlessi del Collettivo Ippolita l’ho incontrato il pomeriggio di venerdì al Barroccio grazie a Caterina Annese: dopo aver creato a Lecce il gruppo di Filosofia in trequarti (riferimento alla birra da 66 cl, marca Dreher, che accompagna i simposi degli universitari nel centro storico di Lecce), Caterina ha organizzato un bel Festival della Filosofia Politica che si tiene a Zei, al quale ha già partecipato Wu Ming 2 (l’abbiamo intervistato) e che sabato 27 ospiterà Giuliana Sgrena. Avevo da poco finito di leggere “La rete è libera e democratica. Falso!”, l’ultimo libro del Collettivo Ippolita, pubblicato da Laterza nella collana Idòla. La stessa sera il libro sarebbe stato presentato al Festival, diventando occasione per discutere del grande rimosso dal dibattito pubblico: siamo sicuri che mettere – gratis, con entusiasmo – nelle mani di poche grandi corporation della Silicon Valley le nostre abitudini di consumo, le mail di lavoro, le nostre opinioni politiche, le nostre chat, lo schema delle nostre relazioni sia il modo migliore di usare Internet? Il web2.0 ci ha resi cittadini migliori, più consapevoli e partecipi delle scelte che ci riguardano, o sta succedendo esattamente il contrario?

Il libro è allo stesso tempo sintesi e sviluppo dei precedenti lavori del Collettivo: “Open non è free”, “Luci e ombre di Google” e “Nell’acquario di Facebook” (si possono scaricare dal loro sito, e si può sostenere il progetto facendo una donazione), che rappresentano un piccolo patrimonio di critica radicale a un mondo che si presenta incantato, portatore di Grandi Prospettive Di Sviluppo Umano, oltre che di una migliore e più efficace dialettica democratica. Non è così. E “La rete è libera e democratica. Falso!” spiega perchè non è così, pur in una prospettiva “di parte” e dichiaratamente ideologica. È una delle cose che Karlessi ci tiene subito a precisare, quando introduco nella nostra conversazione l’argomento dei servizi complessi e avanzatissimi che Google, Whatsapp, Facebook, Twitter, LinkedIn mettono gratuitamente a disposizione di chiunque, ovunque: “Noi non pensiamo che esista la net neutrality”, dice, riferendosi allo sterminato insieme di tecnologie hard su cui si regge Internet e a ciò che si sceglie di far passare lì dentro. “Così come non esiste la privacy, che dovrebbe essere garantita dalle tecnologie o dalle leggi. Si tratta di cose ci hanno raccontato e non sono mai esistite”.

Da questo punto di vista dobbiamo prendere atto che paghiamo i social e gli altri servizi del web2.0 non con i soldi ma con le informazioni che ci riguardano e che ogni giorno regaliamo ai proprietari delle tecnologie? È per questo che Facebook “è gratis e lo sarà sempre”?

Quando non vedi il prezzo significa che la merce sei tu. In rete più che uno scambio monetario avviene un’estrazione di valore dal fatto che c’è una diversità umana che si esprime attraverso i gusti, le opinioni. E questa diversità i social network in particolare sono già riusciti a monetizzarla. Come? Profilando gli utenti e vendendo agli inserzionisti pubblicità personalizzata. Dunque è gratis perché il valore sta da un’altra parte. È gratis perché non è libero.

Chi è la ragazza nella foto? Facebook lo sa. (ph. Paride De Carlo)

Evidentemente per molti il gioco vale ancora la candela, tenendo conto delle possibilità comunicative che il web2.0 ha aperto. “Facebook ti aiuta a connetterti e rimanere in contatto con le persone della tua vita”. Google promette un accesso facile e veloce alla conoscenza. Twitter ha avuto un ruolo nell’organizzazione di movimenti politici. L’avvento del web2.0 è stato percepito dalla gente come una rivoluzione positiva. Se i social fossero in grado di realizzare quanto promettono vivremmo in mondo migliore. Cosa c’è invece che non va, secondo voi?

La questione di fondo è che tutte le tecnologie complesse incarnano l’ideologia di chi le crea. Nel caso delle tecnologie digitali di massa, da una parte è in azione l’ideologia californiana che è sostanzialmente “spostare in là la frontiera”, una riedizione di un sogno americano che è trasferita in un mondo “disincarnato” (anche se poi questo mondo si regge su macchine). Dall’altra parte c’è l’ideologia degli hacker che è – non in blocco – un’ideologia del risolvere i problemi, nella quale il mondo stesso è percepito come un problema da risolvere, un grande sudoku da qualche parte una soluzione ce l’ha. Invece le società umane non progrediscono attraverso la risoluzione di problemi ma attraverso lo sviluppo di processi. La democrazia non è un problema è un processo. La rivoluzione non è un problema, è un processo, non si può fare con un click perché c’è una tecnologia che implementa la rivoluzione. Si può fare perché qualcuno ci crede. È qualcosa che si regge su relazioni di fiducia.

Non basta un algoritmo per mettere ordine nella complessità dell’umano o usare la ricerca Google per trovare la risposta giusta ad ogni domanda…

Guarda, il modo più semplice per spiegare la ricerca Google è quello parlare di insiemi. L’insieme grande è internet che è un’astrazione fatta di tanti servizi come la posta elettronica, gli ftp, gli archivi di immagini, a cui si accede attraverso i protocolli. Il modo con cui tu accedi a quel mondo enorme cambia il tuo modo di vederlo, è come un paio di occhiali. Google è un servizio aziendale che prende tutta una serie di occhiali che sono occhiali diversi, cioè protocolli diversi, e li schiaccia tutti sulla stessa interfaccia. Per cui da Google tu puoi accedere a immagini, la tua mail, la ricerca e molte altre cose. L’interfaccia che Google presenta è una interfaccia che si chiama web. Che è una parte di internet, non è tutta internet. È quella parte che si capisce perché davanti all’indirizzo c’è scritto “http” o “https”. Tutto il resto non è web ma potrebbe essere internet. Quindi dobbiamo sempre immaginarci che quando una azienda che è una azienda a scopo di lucro che si chiama Google ci offre uno strumento questo strumento, a prescindere dagli obiettivi di questa azienda tenderà a farci vedere il mondo, quella porzione di mondo, secondo criteri che possono essere più o meno esplicitati ma sono comunque dei criteri parziali. Google non apre certo le porte né alla totalità di internet, né allo scibile umano.

È un’illusione anche il fatto che il web2.0 sia riuscito ad avvicinare le persone alla politica, offrendoci la possibilità di scambiare un tweet con il Presidente del Consiglio o permettendo a molti movimenti politici di organizzarsi più facilmente?

È vero, non è falso. Loro ci offrono esattamente quel servizio lì. Ma c’è un però che è molto articolato. Se si parla con le persone che effettivamente hanno fatto politica partendo dai social, che stiano in Egitto, in Siria o altrove, ti diranno più o meno tutti che: sì è moto figo perché all’inizio c’è un “possiamo trovarci, facciamolo”, e la cosa monta. Paolo Gerbaudo un ricercatore del King’s College di Londra usa la metafora dell’orgasmo, sostenendo che i social network funzionino “per coreografia”. Ci si dice “possiamo trovarci, possiamo trovarci, possiamo trovarci”, fino a un certo punto quando si realizza una coreografia di massa che si traduce in una piazza che si anima: la gente arriva lì e dice “cazzo siamo in tanti!”. Ma in realtà quando arrivano lì sono al punto zero. Cioè scendere in piazza è l’inizio. E poi? E poi in alcuni casi è arrivata la dittatura militare. Questo non vuol dire che sia un male trovarsi in piazza, o che sia male concretizzare il movimento creato sui social, anzi benissimo. Però bisogna tenere conto che quello che sembra il punto d’arrivo è l’ora zero.

Cosa manca alle piazze create dai social? Una spinta ideologica, un modello di società da realizzare?

C’è una cosa su cui ci troviamo in profondo dissenso con Gerbaudo ed è questa: lui dice – sintetizzo male e spero che mi possa correggere – seguendo la scuola di pensiero post marxista, di Mouffe, di Laclau. che bisognerebbe costruire una nuova egemonia a partire dalla piazza. Quello che diciamo noi è sì ma alla fine degli anni ’90, nel bene e nel male, c’erano già delle forme di partecipazione affinitaria di massa, anche se non arrivavano a chiamarsi massa. C’era il pink block, il black block, i bianchi, i neri, i gialli, gli scout, i cattolici che andavano tutti insieme a Genova attraverso una dinamica affinitaria tra istanze sociali e politiche definite che si realizzava in questo modo: “Siamo diversi tra noi, non abbiamo niente in comune, però andiamo in piazza insieme”. Il fatto è che oggi invece, interpretandosi come la moltitudine contrapposta all’impero, quello che succede è che si afferma semplicemente “noi siamo il 99%”. E quelli dell’1 per cento ti dicono: bene, portateci una richiesta. Allora a Occupay Wall Street fanno un’assemblea che dura giorni e tirano fuori: noi vogliamo la parità di genere. E quelli rispondono: ok, va bene, dopo facciamo una legge. Adesso tutti a casa, sbaraccate. Quello che voglio dire è che da una situazione in cui ciascuno porta la sua istanza, sapendo di essere soggetto all’interno di un gruppo di affinità, siamo passati a una situazione in cui per essere consapevoli di esistere come individui, bisogna andare in piazza per dire “infondo non sono da solo davanti a un computer”. Anche se poi una volta che sei in piazza scopri che fuori c’è una realtà che non riesci a vivere. E ti dicono vai a casa, torna davanti al tuo computer. In  altre parole questo genere di rivendicazione politica non può che scadere nel grillismo. Hai bisogno di un caudillo che interpreti le esigenze della massa che si esprime con la pancia.

Caudillo che interpreta le esigenze della massa che si esprime con la pancia. (ph Paride De Carlo)

Perché secondo voi non è possibile con un voto su internet prendere delle decisioni per il bene comune? Liquid feedback sembrava aver aperto delle possibilità, lo stesso Grillo ha evocato, senza mai farlo davvero, la possibilità di ricorrere al software per far decidere i cittadini su temi di interesse politico.

Una risposta è che la democrazia è l’arte del compromesso e non l’arte del consenso. Per noi il problema di queste manifestazione prepolitiche è che rimuovono la cultura politica del ‘900 quantomeno, se non anche quella dell’800. Cioè non si comprende che i gruppi non si costruiscono in base a una richiesta che tutti hanno già ben chiara, ma attraverso una lenta e faticosa costruzione comune. Se la cosa che abbiamo in comune è semplicemente lo strumento che usiamo per comunicare, se è il social network, allora beh devi sapere che il social network non è tuo, non è “nostro”. Il social network è “loro”.

Arrivate a una conclusione pessimista nel libro, andiamo verso una tecnocrazia che sfugge a ogni potere di controllo da parte degli Stati e della politica?

Non è che stiamo andando verso una deriva autoritaria. È che c’è già una dittatura tecnocratica autoritaria che non è imposta dall’alto ma è richiesta a gran voce dal basso, e questa è la novità. Prova ne sia che nel mondo è cominciata una specie di balcanizzazione a livello di strumentazioni tecniche e social network. La Russia, ad esempio, ha appena deciso di usare Arm invece che Intel come processore. Una cosa che al grande pubblico non dice niente ma sostanzialmente vuol dire tornare all’epoca della guerra fredda.

La proprietà delle tecnologie della comunicazione ridisegna la mappa della distribuzione del potere. Su questo terreno lo spazio per la rivendicazione dal basso sembra tutto da costruire.

Sì ma ci sono cose che già succedono, oggi, da questo punto di vista e secondo noi la cosa importante è insistere su queste realtà. C’è il fenomeno delle reti mesh staccate dalla rete internet che semplicemente funzionano così: noi siamo in un quartiere, abbiamo bisogno di scambiarci informazioni e di alcuni servizi. Quali sono i servizi di cui abbiamo bisogno? Voip, telefonia, connettività, scambiarci dei film, eccetera: costruiamo delle antenne che si scambiano delle informazioni tra loro. In soldoni si tratta di applicare alla rete l’idea che se c’è una comunità locale che ha una risorsa, che si chiami acqua o che si chiami connettività, è la comunità locale che la gestisce, in maniera federata con altre comunità. Questa cosa succede già in posti che hanno subito la recessione un po’ più di noi. Ad esempio in Spagna la Fonera è una cosa diffusa. Ma è come quando si fa un gruppo d’acquisto: nulla ti viene regalato, ti devi sbattere, devi muoverti e andare a prendere i prodotti, sceglierli insieme agli altri, sapendo che tra questi non ci potrà essere il caffè Lavazza. Ci sarà un altro caffè.

Quindi la soluzione è uscire dal Web2.0, rinunciando a tutte le comodità che le grandi corporations ci offrono?

È chiaro che dal punto di vista dei servizi a cui siamo abituati adesso, questo scenario richiederebbe una decrescita. Ma contrariamente a quello che dicono i fanatici della decrescita, la decrescita non potrà che essere infelice. Perché il livello di compromesso a cui siamo giunti con gli strumenti tecnologici è equivalente a una dipendenza da droga pesante, e quando ti staccano l’eroina stai a rota. Allora noi diciamo che non si può tornare indietro, sicuramente. Però si possono ampliare degli spazi di autonomia che esistono già. Quindici anni fa per molti di noi avere una rete wireless era un sogno. Ricordo che facevamo le antenne con i tubi della Pringles per avere un wireless. Facevamo streaming audio attaccandoci di straforo ai server degli altri. Adesso che si può strimmare audio-video gratis, tutti corrono su YouTube. Allora, possiamo metterla così: se ti piace l’illusione di avere un media broadcast a costo zero, vai pure sul social network di massa. Se tu vuoi fare un media che non sia broadcast ma che sia per la tua comunità, costruiscitelo.

 

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