“Te lo si conta noi com’è che andò”. Intervista a Wu Ming 2

“Te lo si conta noi, com’è che andò. Noi che s’era in Piazza Rivoluzione. Qualchedun altro te lo conterebbe – e magari te l’ha già contato – come son buon tutti”

Lo Scaramouche di WuMingfoundation

C’è una canzone che, su tutte, ti rimane dentro dopo aver letto L’armata dei sonnambuli, l’ultimo “oggetto narrativo non identificato” del collettivo bolognese Wu Ming, edito da Einaudi. Cura Robespierre mi scorta per le stradine di questa città. Mi ritrovo, d’un tratto, catapultata nella Francia rivoluzionaria del 1700. Parigi, 21 gennaio 1795, il giorno in cui Luigi XVI viene decapitato. Il regime del Terrore è lo scenario in cui si intrecciano le vicende dei protagonisti del romanzo, tra il gennaio 1793 e il gennaio 1795, teste di sovrani e teste di rivoluzionari finiscono vittime di Madama Ghigliottina. Dalla psicologia al femminismo, dal mesmerismo al teatro. E poi ancora, il sonnambulismo, la follia, la fame, la libertà e la rivoluzione. Piani narrativi molteplici e diversi punti di vista costruiscono la fitta trama del romanzo. Una rivoluzione raccontata non più, e non solo, da un punto di vista parigicentrico, ma una rivoluzione in cui le periferie assumono un ruolo dominante. Continuo a percorrere i vicoli di Parigi. Track 2: La Marsigliese inizia a risuonare e i personaggi del romanzo sfilano davanti ai miei occhi: incontro il medico Orphée D’Amblanc, spedito per conto della Repubblica francese in Alvernia, una regione a sud della Francia, per indagare su alcuni casi, misteriosi e affascinanti, collegati al mesmerismo e al sonnambulismo: l’uomo cinghiale, la signora bianca e l’indemoniata. Stringo la mano, finalmente, a una donna incredibile, il personaggio più complesso e intrigante descritto, dal punto di vista letterario, negli ultimi anni: è Marie Nozière, sarta proveniente dal quartiere popolare di Sant’Antonio, madre, femminista agguerrita e donna dalle sfumature controverse. Incontro gli alienati del carcere psichiatrico di Bicêtre e il misterioso Scaramouche, personaggio interpretato da Leo Modonnét, attore italiano di origini bolognesi. Il viaggio nel tempo si interrompe e al posto della scritta “Viva, Scaramouche”, mi ritrovo i muri imbrattati della città barocca. La musica continua a scortarmi fino a un inaspettato “te lo si conta noi com’è che andò”. Di femminismo, biopotere e Scaramouche ne abbiamo parlato, qualche giorno fa, con Wu Ming 2, Giovanni Cattbriga. Lo incontro in un bar del centro poco prima della presentazione del libro che avrebbe fatto a Zei quella sera stessa, un evento che si inserisce nell’ambito del Festival di Filosofia Politica organizzato da Zei e da Filosofia in ¾.

Piccoli ventesimali crescono, a suon di libri formato Wu Ming

L’Armata dei sonnambuli è un miscuglio di stili. Definirlo e inquadrarlo nell’ambito del romanzo storico sarebbe riduttivo e sbagliato. È qualcosa di più. Da cosa nasce l’esigenza di scrivere questo tipo di oggetto narrativo non identificato?

Innanzitutto, da una considerazione fatta dai lettori dei nostri romanzi. Loro hanno notato come i nostri libri si occupassero sempre di argomenti che ruotano costantemente intorno alla rivoluzone. Questa osservazione ci ha portato a pensare che, sì, quello rivoluzionario è un tema che ci sta particolarmente a cuore. E di tutti i periodi storici di cui ci siamo occupati, mancava la madre delle rivoluzioni, quella francese che, in qualche modo, è riuscita a porre alcune delle questioni più importanti, sulle quali tutti i rivoluzionari dell’800 e del ‘900 hanno continuato a interrogarsi, seppur in maniera diversa e rinnovata. Da lì, è partita una ricognizione: ci siamo chiesti cosa raccontare della rivoluzione francese e come raccontarlo. E a quel punto, abbiamo individuato nel periodo compreso da un lato del terrore rivoluzionario e dall’altro del termidoro e del terrore bianco, forse il momento che ci è stato trasmesso e raccontato con più stereotipi, il periodo sul quale si avevano meno le idee chiare e sul quale era stata contrabbandata anche una quantità spropositata di immagini e documenti. E abbiamo deciso di fare, anche stavolta, quello a cui siamo abituati: falsificare la narrazione dominante, la vulgata, quella presa e data per buona. Così, abbiamo cominciato a vedere se potevamo costruire delle prospettive e dei punti di vista che permettessero di raccontare quel periodo in maniera differente. Ci siamo detti che essendo un periodo analizzato, sia dal punto di vista storiografico che narrativo, valeva le pena farlo solo con parole e trame nuove fra le mani. Perché siamo convinti che la letteratura abbia questo compito nei confronti della verità: trovare nuovi modi per enunciarla. Quando ci siamo resi conto che era fattibile, abbiamo pensato che, sì, avevamo il tema del nuovo romanzo.

Il personaggio che mi ha colpito di più è Marie Nozière, la sarta rivoluzionaria e femminista che per le strade di Parigi urlava “Zucchero e Libertà”. Il ruolo delle donne e il femminismo sono sviluppati nel romanzo in maniera quasi perfetta. Secondo te, c’è ancora spazio per una Marie Nozière qui ed ora? E che ruolo rivestirebbe oggi una donna come lei?

Questa è una domanda bella, ma difficile. Noi cerchiamo sempre di non esprimerci sull’attualizzazione dei romanzi, perché in qualche modo tentiamo di mantenere aperte le allegorie che mettiamo sulla pagina, in maniera tale che possano attivare un’allegoria metastorica. Questo libro ha suscitato molti di questi tentativi. Quel personaggio è stato uno degli elementi che ci ha convinto che avevamo una storia e una controstoria interessante da raccontare sulla rivoluzione francese. Non mancano gli studi storici sul ruolo delle donne e sulla questione femminile, ma sono prevalentemente saggi molto settoriali, qualcosa che non è trapelato nella vulgata se non in alcuni momenti molto precisi. Noi Marie abbiamo cercato di costruirla tenendo insieme questi due elementi, da un lato è una donna di un quartiere popolare di Parigi che come tale ha della preoccupazioni di natura materiale (cosa mangiare, come sopravvivere) dall’altra parte entra in contatto con istanze femminili differenti, con un gruppo di donne borghesi, che si pone altre questioni, del diritto di portare le armi, ad esempio. Marie mette in contatto questi due aspetti della questione femminile dentro al rivoluzione francese, da una parte cibo, beni di prima necessità e dall’altra diritti. Se dovessimo traslarlo ad oggi il personaggio di Marie Nozière, sarebbe una figura di cerniera che riesce a tenere insieme diverse istanze che si possono creare all’interno della questione di genere, della questione femminile, dei vari femminismi, superando le divisioni che spesso si creano tra donne stesse.

Il Club Patriotiques de Femmes in un’immagine dell’epoca

“Fino a pochissimi anni prima, gli alienati di Bicêtre, in catene, arrancavano incrostati di sporcizia nella penombra umida tra i muri, senza mai ricevere sulla pelle i baci e gli schiaffi del vento. Nel loro mondo, i raggi del sole erano pochi e irresoluti spifferi di barlume, grevi di polvere e insetti, inadatti a tagliare l’aria delle celle. Le cose stavano cambiando. Jean-Baptiste Pussin stava facendo la sua rivoluzione nella rivoluzione. Applicava idee inusitate, a loro modo coraggiose: trattare gli insensati come esseri umani, mirare a una loro «guarigione». Ne L’armata dei sonnambuli avete raccontato anche uno spaccato come quello della follia delle prigioni psichiatriche e lo avete fatto con uno stile wimunghiano, delicato e mai banale. Molti autori e molti cantautori scelgono di raccontare le minoranze, da De Andrè a autori locali, perché “solo lì ritrovano la verità”. Anche da parte vostra c’è stata un’esigenza narrativa simile?

Sì, la nostra esigenza è variegata. Da un lato, dentro al romanzo i folli interessano a un personaggio che rappresenta il cattivo, il cavaliere d’Yvers, che studia i folli sostenendo che quel tipo di studio è necessario per chi vuole esercitare il potere, sostanzialmente sostenendo che il potere, in maniera più profonda, lo capisci quando lo eserciti su una minoranza, sui reietti, su persone che sono ai margini, una sorta di biopotere, insomma. Dall’altro c’è l’aspetto teatrale, sempre questo personaggio studia i folli, perché pensa che la rivoluzione sia una grande parodia e che i folli mettendo in scena questa parodia della Rivoluzione all’interno delle mura di Bicêtre, come in una sorta di parodia della parodia, e quindi in una negazione della negazione, finiscono per mostrarne la verità. Questi due temi sono quelli principali. Volevamo occuparci della rivoluzione nella rivoluzione ed una è proprio quella di Pussin, il medico degli alienati di Bicêtre che, sulla base delle indicazioni ricevute da un sorvegliante del carcere, aveva cominciato a capire che si ottenevano risultati migliori liberando i pazienti dalle catene e sperimentando metodi non più coercitivi o violenti. Erano questi i temi che volevamo analizzare e in particolare quello dello specchio deforme che a volte mette in evidenza alcuni dettagli meglio di uno specchio completamente veritiero, questo ci interessava e infatti ci ha portato a fare particolare attenzione a questa rappresentazione folle della rivoluzione all’interno del cortile del carcere di Bicêtre.

D’Amblanc è un personaggio affascinante, così come affascinante è il contesto che lo caratterizza. Quello che mi ha colpito nella lettura del romanzo è lo spostamento del punto di vista rivoluzionario: non più il consueto Parigicentrismo al quale eravamo abituati, ma una rivoluzione e una controrivoluzione che ha come scenografia una periferia, la regione dell’Alvernia. Qui il medico incontra casi di sonnambulismo, ipnosi e fenomeni strani avvolti da mistero, e viene immediato il parallelismo con gli etnologi, fra tutti Ernesto De Martino, che nei primi del ‘900 hanno esplorato e studiato fenomeni simili nel sud e nel salento. Ma più che di un’armata di sonnambuli, il Salento di oggi parla di piccoli fermenti rivoluzionari: uno tra tutti è il movimento NO TAP, che voi ben conoscete, perché inserito nel vostro “programma d’azione” GODIImenti, un programma per dire no alle “Grandi Opere Dannose Imposte e Inutili”. Cosa vi ha portato a fare questa scelta narrativa? E cosa pensi di questa piccola periferia in movimento?

Allora, intanto, spostarci da Parigi per raccontare la rivoluzione francese era già un racconto alternativo. Ogni tanto c’è qualcosa sulla Vandea, su Lione, su Bordeaux, per il resto tutto quanto quello che ci ricordiamo veine da Parigi. Quindi, per ribaltare la vulgata e la narrazione dominante abbiamo deciso che fosse necessario, per un’esigenza narrativa, andare fuori. In generale, penso che la periferia e il confine dell’impero siano luoghi particolarmente interessanti da osservare: è lì che avvengono frizioni anticipatrici, che spesso al centro non ci sono. Penso che siano interessanti i movimenti che hai citato, non è un caso se molte delle questioni che si pongono di democrazia, di partecipazione e di salvaguardia del paesaggio in quanto raccoglitore di significati, nascano alla periferia, o che uno dei movimengti politici più interessanti degli ultimi anni si sia sviluppato in Val Susa. Questi movimenti generano prodotti affascinanti anche al di là del risultato concreto, quello che accade in Val Susa e anche qui nel Salento, e che è interessante da osservare è il come, non il cosa: è un esperimento rivoluzionario. Si decide come stare insieme, come fare le cose. Al di là del risultato, è l’aver sperimentato quell’alternativa che anticipa l’alternativa stessa che è la vera rivoluzione.

Scrivere a otto mani non deve essere semplice, col tempo sicuramente sarete arrivati a una soluzione e a una prassi stilistica e narrativa. Se avessi potuto fare il Robespierre della situazione e avessi avuto la possibilità di aggiungere, togliere, cambiare anche solo una piccola sfumatura del romanzo, cosa avresti cambiato?

Anche questa è una bella domanda. Non saprei, anche quando scrivi da solo ci sono dei passaggi in cui pensi di aver trovato la chiave e ti innamori di quelle frasi. Lavorare insieme ti aiuta a sacrificare questi prodotti, quelli che Stephen King chiama “i tuoi figli migliori” e a ucciderli. Che è la cosa più difficile per uno scrittore, non rimanere vittima dei propri prodotti e delle proprie idee. Ci sono dei passaggi, degli elementi differenti rispetto a quelli definitivi che io avevo scritto e che sono stati eliminati. Aggiungerli adesso non avrebbe senso, ma non c’è niente di cui ho nostalgia.

Che ruolo ha lo scrittore e la letteratura in generale nella società oggi e che ruolo aveva, invece, quindici anni fa, all’epoca del vostro primo romanzo Q.

Non so quanto sia cambiato, aumentano sempre di più gli strumenti con i quali ci si può esprimere. Però, chi sceglie di raccontare fa una scelta politica, una scelta di impegno. In fondo, raccontare il mondo, rappresentarlo, è lo strumento più importante che si ha fra le mani per capire come intervenire, come cambiarlo e prefigurare un mondo alternativo. Credo che uno scrittore non possa proprio scegliere di non impegnarsi, è come quando pretendi di essere neutrale durante un’oppressione, se tu non ti schieri sei con l’oppressore. L’onesta narrativa di un narratore sta nell’essere trasparenti, nel dire io sono qui, e forse sì, ti racconto una verità parziale, partigiana, che però viene da un preciso punto di vista e dice qualcosa di interessante a tutti.

Editoria e copyleft, Wu Ming dice “un libro scaricato= più copie vendute”e lo confermano i dati della vostra operazione Glasnost (che monitora i dati di downlod e di copie vendute su tutti i vostri libri, nell’arco del tempo). Lo ha capito una major editoriale come Einaudi, lo avete capito voi, ma ancora la pratica sembra pura follia alle piccole case editrici e a piccoli autori. Se doveste convincerli e spiegare loro i benefici ricavati dal copyleft?

Chiaramente è un’operazione complicata. Ma noi, nonostante il copyleft riusciamo a campare del nostro lavoro e a vendere moltissime copie in libreria. Negli ultimi tempi, certo, abbiamo visto restringersi la forbice tra le copie vendute e i download: mentre quattro anni fa il numero di download era molto meno diffuso per gli strumenti che sono a disposizione e il numero di libri venduti maggiore, oggi lo stacco si assottiglia. Ma di converso, la community è cresciuta e sono aumentate le donazioni spontanee online. Va detto che nel caso de L’armata dei sonnambuli una copia venduta in libreria è pari a un guadagno lordo di 2 euro da dividere in quattro, tu capisci che se per una copia downloadata mi danno cinque euro è uguale a più copie vendute. Questo meccanismo mi fa riflettere, soprattutto per la possibilità che avrebbero piccoli autori emergenti, c’è la possibilità di farsi conoscere in rete e sta aumentando la disponibilità di contraccambiare questo dono, come sostegno al tuo progetto. Zero Calcare è un altro esempio di successo che ha fatto del copyleft un processo vincente.

Giornalismo digitale: tra le altre cose di cui vi occupate c’è anche un blog, Giap, che prima era una newsletter e dal 2010 è diventato un vero e proprio blog. La trasparenza verso i lettori sembra essere una costante per voi, cercate di raccontare ciò che i giornali mainstream non fanno. Qual è, secondo te, la situazione del giornalismo digitale in Italia e di cosa avrebbe bisogno?

Noi Giap non lo percepiamo come un blog di giornalismo, ma un luogo di discussione, la trasparenza consiste nella necessità di raccontare. Negli ultimi tempi, è vero, abbiamo ospitato articoli, post scritti dai giapster, dai frequentatori del sito. Da questo punto di vista il blog tedia anche su un sito di giornalismo digitale puro, penso alla contro-inchiesta che ha fatto Andrea Miavaldi su tutta la questione dei marò. Miavaldi è un giornalista che lavora da free lance, che prima con difficoltà riusciva a pubblicare qualche articolo sul Manifesto. In quel periodo, ricordo, voleva scrivere la sua inchiesta che aveva avuto modo di scrivere vivendo in India, ma non trovava spazio su nessuna testata. L’ha trovato su Giap, dopodiché il Manifesto ha dato sempre più spazio alla sua firma e molti giornali sono stati costretti a fare riferimento a quell’articolo apparso sul blog di questi quattro squinternati. Di che cosa ha bisogno il giornalismo digitale? Voglia di raccontare le cose in maniera differente, ha bisogno di un punto di vista alternativo, dichiarato, dal quale inquadrare le cose. Capisco che è difficile, perché a sostenere questo, molte volte, c’è solo la passione. I dati ci dicono che negli ultimi anni diminuiscono i giornalisti freelance che vengono pagati da siti o quotidiani e aumentano i dipendenti delle agenzie stampa, il che significa che gli articoli che leggiamo vengono scritti sempre più spesso da agenzie stampa, che molto spesso li prendono da agenzie di comunicazione della grande impresa che vuole fare la grande opera, oppure dalla velina della questure, insomma sono dei semplici copia/incolla. La situazione è drammatica. C’è bisogno di qualcuno in grado di smontare la narrazione che di solito passa attraverso questi canali, mettere lì i pezzi, ripulirli e rimontarli in maniera diversa. Ma bisogna farlo in maniera trasparente, aprire l’officina: non ci si può limitare a scrivere il prezzo, bisognerebbe far capire come si è ribaltato quello che di solito viene detto, perché si sceglie di montarlo in un modo ben preciso e diverso dal consueto, cercando di coinvolgere chi legge, non proponendogli un’altra verità già confezionata, ma facendogli vedere le linee di frattura. Questo è il coraggio che bisognerebbe avere, cambiare l’approccio con le notizie.

Wu Ming è anche musica. E Cura Robespierre ormai è diventato per me, dopo aver letto questo libro, una sorta di tormentone. Per cui, l’ultima domanda è più una richiesta d’aiuto. Se dovessi scegliere una colonna sonora per il romanzo, che non sia firmata Wu Ming Contingent?

Forse sarei filologico, ma andrei a scegliere qualcosa dell’epoca, il Così fan tutte di Mozart che ha riferimenti al magnetismo, o alcuni canti popolari, ovviamente La Marsigliese e poi, qua e là, ci metterei qualcosa dei Gang of Four o Killing Joke, perché in alcuni momenti il romanzo è molto punk.

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