Quitaly, quello che non volete sentirvi dire sull’Italia di oggi

Tredici reportage e un racconto finale che vale da solo il prezzo del biglietto. “Quitaly” di Quit the Doner (Indiana edizioni) è un’occasione per fare pace con la scrittura giornalistica in Italia. Intanto perché ci si trova davanti a un autore che invece di passare il tempo a proporvi selfie della sua faccia  da cazzo (presumibilmente, visto che nessuno la conosce), vi propone 240 pagine piene di ricerca, pensieri, luoghi e persone reali. E poi perché se volete farvi un’idea di quello che accade al vostro paese avete bisogno di leggere cose come questa, per poi decidere da soli se vi sta bene o meno:

“Il progetto liberista dello stato minimo con Grillo arriva a una nuova, più avanzata fase. Dopo aver distrutto lo stato sociale e aver privatizzato tutto il privatizzabile nel periodo che va da Reagan e la Thatcher fino a oggi, si tratta ora di distruggere la rappresentanza politica. L’ultimo baluardo di fronte allo strapotere dell’economia. Un’ottima strategia per riuscire nello scopo è questo fascismo di nuova concezione, che mischia elementi classici del totalitarismo (il leader carismatico e la sua infallibilità, il primato del partito) con elementi di modernità tecnica (l’uso di internet): ma quello che ne esce è un mix che di progressista non ha nulla. Nella ridondanza dell’infinito spazio di internet si disperde il valore della singola persona che confluisce all’interno del progetto totalitario, e il processo di deliberazione democratico viene sostituito dal plebiscito a favore di un leader assolutamente autoreferenziale. Più brevemente: la democrazia sparisce e rimane solo il suo simulacro multimediale”.

Il brano è la conclusione del famoso “Cinque buone ragioni per non votare Grillo” (riportato nel libro) e il fatto che nell’ultimo anno sia stato il pezzo più condiviso sui social network in Italia lascia ancora la porta aperta alla speranza di una miracolosa, quanto silenziosa, riscossa del buon senso. Ma attenzione: Quitaly non è un libro antigrillino. Di certo non più di quanto Grillo sia anti-quittiano.

La copertina (disegnata da Gipi)

È un sincero maxi reportage dall’Italia di questi anni. Quella dove ha fermentato il grillismo e che Quit ha attraversato in sella a un imbattibile spirito di osservazione e alla sua capacità – rarissima stando a quanto si legge in giro – di raccontare quello che vede e non quello che vorrebbe vedere. “L’Italia come non la raccontereste ai vostri figli” è il sottotitolo programmatico da cui parte il racconto di un paese nel quale agonizza una generazione di giovani che ha fatto della “velleità” la propria ragione di vita, invece di spaccare tutto come avrebbero fatto i loro genitori (o i loro nonni) anche solo per un quarto dei buoni motivi che i trentenni di oggi hanno a disposizione.

Quit scrive esattamente quello che non vorreste sentirvi dire. E, da che mondo è mondo, questo è un motivo più che sufficiente per fidarsi di un giornalista. Il genere di cose, come l’esilarante “Guida di Vice al Salento” pubblicata l’estate scorsa, che farebbero incazzare un uomo mite come Antonio Gabellone, o come il folgorante racconto del beach party sulla riviera gallipolina  (“L’esercito con gli occhiali a specchio”) che spiattella con chiarezza quello che nel Salento nessuno è pronto ad ammettere: “la Baia Verde somiglia alla caricatura low cost di Ibiza”, “una macchina ben oliata che in cambio di denaro, adesione e dosi formato famiglia di entusiasmo preconfezionato, promette di fornire un certo piacere, pulito, mediamente sicuro e decisamente condivisibile su Facebook”. Alla faccia delle velleità (ancora), a questo giro in formato peninsulare, del Salento d’amare.

(la leggenda vuole che l’anti-salentino abbia in realtà origini salentine, ma questo non è un motivo sufficiente per paragonarlo a Hitler)

Saltando da un reportage all’altro su e giù per lo stivale, Quit attraversa l’intero paese. Dalla manifestazione del Pdl a Piazza del Popolo nel marzo del 2013 (“Il declino dell’impero del botox”) al  Joe Strummer festival al Parco Nord, ovvero l’ennesimo raduno musicale impegnato all’insegna di Kefiah e beveroni nel quale affoga ciò che resta dei movimenti che a inizio millennio avevano portato, anche in Italia (!), una parvenza di fermento. Così, tra ettolitri di birre calde e il solito, inascoltabile, combat folk:

“I gruppi che si esibiscono sono gli stessi dell’epoca del Social forum, ma siccome abbiamo perso e ci hanno massacrato di botte talmente tanto che adesso nei giorni di pioggia c’è chi riesce a vedere in Civati una speranza, quasi nessuno qui esibisce slogan o contenuti politici. Il vero collante sociale della situazione, il sole dell’avvenire, sono i bottiglioni, la più grande invenzione che la Spagna abbia dato al mondo dopo le donne con i baffi”.

Lo sguardo disincantato di Quit sulla politica è uno dei pezzi fortii del libro e raggiunge l’acme con il viaggio tra ciò che resta della sinistra nella roccaforte della roccaforte: “Il 25 aprile del Pratello”, a Bologna, durante “R’esiste”. Ma non si risparmia la disamina di quello che può essere considerato uno principali filoni della politica contemporanea (per quanto i vostri neuroni si rifiutino di ammetterlo): il complottismo. L’incursione al raduno nazionale contro le scie chimiche (“Se ti dicono che stai sbagliando, vuol dire che hai ragione”) ha il grande merito di non liquidare con una chiamata alla neuro questo il gruppo di attivisti ma di mostrare come anche nella zucca di persone intimorite dalla condensa possano celarsi delusioni politiche più profonde di quanto si sospetti.

Quit, insomma, fa il giornalista come in Italia non è più di moda e cioè dedicando meno tempo a Twitter e più a studiare, viaggiare, vedere le cose con i suoi occhi, studiare, scrivere e riscrivere. Lo fa nascosto dietro uno pseudonimo, per non smarrirsi dietro di sé e restare concentrato sulla realtà. Fa il giornalista fino all’ultimo capitolo, quando, a sorpresa, cambiaverso (messaggio subliminale a pagamento), e mostra la sua vena di narratore. Il racconto “Apocalypse Venezia”, in cui una associazione di attivisti radicali gli commissiona l’omicidio del suo migliore amico, designer di umili origini trasformatosi in un capo divora-stagisti, è l’occasione per gettare ancora una volta lo sguardo sulla generazione dei nati dopo il 1980 e sui suoi miti indotti:

Uno come Steve Jobs in un’epoca con dei seri anticorpi culturali sarebbe stato un ciarlatano; nella nostra è diventato un profeta, ha venduto una menzogna, la speranza che tutti, nessuno escluso, possano stare là dove per definizione c’è posto per pochissimi, e che tutti per arrivarci debbano girare il più in fretta possibile sulla loro ruotina. Ha sovvertito la geometria dello spazio e la sua rappresentazione. “Stay hungry, stay foolish” significa sostanzialmente “Continua a non capirci un cazzo e a inseguire la carota.”

Tutto questo anche perché:

Lo sbattimento è il grande rimosso assieme al rischio, alla verità che fra la scritta “Professione: designer” su Facebook e l’esserlo davvero c’è un oceano di dolore e sofferenza.

Mi fermo qui sennò rischio lo spoiler. Tanto credo sia ormai chiaro che secondo me questo libro va letto. Ma se preferite, come è ovvio, potete non seguire il mio consiglio e, tra pillola blu e pillola rossa, continuare a scegliere Andrea Scanzi.

P.s. la copertina di Quitaly l’ha disegnata Gipi. Non mi pare un dettaglio di poco conto.

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2 thoughts on “Quitaly, quello che non volete sentirvi dire sull’Italia di oggi

  1. seguo quit the doner da quasi un anno,e comprerò il libro. è il mio supereroe,un buon motivo per scrivere, comunque studiare e scavare a fondo su tutto,andando oltre la mediocrità spesso in prima pagina sulle nostre testate nazionali

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