Reportages in città: la Lecce dei ghetti di Vittorio Pagano

Ex Opis, foto di Pierangelo Za

Da un angolo di Piazzetta Bottazzi, all’incrocio tra via Miglietta e Viale XX settembre, l’ex ospedale psichiatrico sembra ancora più maestoso. Percorri i viali della Cittadella, i colori attorno quasi sbiadiscono, la città cambia colore. Seduta sul marciapiede di fronte all’edificio, non riesco a smettere di fissare quella struttura. Pare ancora di sentire le urla, le parole e le risa di uomini e donne ricoverati nel vecchio ospedale. Dalla finestra, qualche strana sagoma fa capolino. Abbasso lo sguardo e riprendo in mano il libro che stavo leggendo, Reportages in città e altre prose di Vittorio Pagano (28 settembre 1919- 19 gennaio 1979). C’è da perdersi tra quei racconti, inchieste poetiche che fotografano quelli che sono stati gli angoli bui della Lecce nell’immediato dopoguerra.

Attraversi stradine e quartieri, conosci i ghetti di una città ormai dimenticata, incontri la follia nei corridoi di quell’ospedale, i profughi negli accantonamenti del dopoguerra, le prostitute rinchiuse e isolate in un padiglione dell’ex-Vito Fazzi, la malattia nei lazzaretti, gli occhi della pazzia, lo sguardo di un affamato, la miseria dei bambini del quartiere Stalingrado. Un insolito Pagano ti conduce nei quartieri leccesi dimenticati da Dio e fa riscoprire gli aspetti sociali e storici di una città che sembra aver dimenticato e cancellato quegli anni.

È poesia che parla di realtà, una realtà poetica e scomoda, raccontata dall’autore in queste dodici inchieste dal luglio 1945 a febbraio 1947, durante la sua attività da pubblicista con il giornale Libera Voce, settimanale politico del Partito D’Azione, diretto da Federico Massa. Vittorio Pagano collaborerà, poi, con la rivista “L’Albero” di Girolamo Comi e con “Vedetta Mediterranea”, sarà redattore de “Il Critone”, rivista letteraria pubblicata per dieci anni. Ma sarà ricordato soprattutto per le sue opere di poesia, racconti e novelle ( Notte di vento e Una visita all’amico pazzo, inserite nel libro 20 novelle per dieci autori nel 1939; I privilegi del povero del 1960; Morte per mistero del 1963 e Zoogrammi del 1965) e per la sua intensa attività (quasi diecimila versi tradotti) di traduttore di poeti francesi: da Corbière a Verlaine, da Baudelaire a Mallarmé. Ma è la parentesi custodita in Reportages in città che più di tutti risulta sconosciuta e affascinante. È un Pagano giovane, prosaico, che si sofferma, con una sensibilità inaudita, sugli aspetti sociali e civili della nostra città.

Leggendo quelle pagine non riesci a fare a meno di domandarti perché un animo capace di esprimersi in versi, un poeta come Pagano, un traduttore eccelso, avesse scelto un giorno, seppur per un breve periodo, di occuparsi di inchiesta e fosse riuscito a farlo con una bravura disarmante. Così, provi a chiederlo a chi Vittorio lo ha conosciuto bene, all’architetto Nicolangelo Barletti che ha incontrato Pagano nel 1964 nei salotti letterari di casa Santoro. Lui, poco più che ventunenne, lo ricorda come un uomo dotato quasi di una duplice personalità: “passava da momenti di infinito spirito goliardico a momenti di depressione. Era un eccezionale affabulatore, un grande poeta e un eterno fanciullo. Il suo modo di essere poeta e traduttore dei poètes maudits, spiega, l’avvicinarsi ad aspetti come la follia, la morte, gli stati estremi della psiche, lo hanno condizionato, seppur inconsciamente”. Il professor Luigi Santoro, invece, ex docente dell’Università del Salento, faceva parte del “trio dei disastrati” insieme a Vittorio Pagano e a Rina Durante, con i quali condivideva serate di vino e poesia, incontri a Lucugnano e viaggi sulla Lambretta della poetessa. Lo incontro una mattina nel suo ufficio e alla mia domanda, il Professore sorride: “Le inchieste di Vittorio sono poesie mancate. Vittorio Pagano è uno dei poeti che Lecce e il Salento non meritavano. Il suo rapporto con il mondo era quello di un poeta disarmato di fronte alla complessità e alla cattiveria che lo circondavano. Era una persona attenta, cercava di dare luce nelle zone più buie della società”. Il professor Santoro si ferma e, con voce malinconica, continua “Vedi, il mio amico Vittorio diceva sempre: Che senso ha, Luigi, che il Padre Eterno, o chi per lui, abbia creato miliardi di stelle e poi sia stato in grado di creare bruttezze infinite? Che senso ha? Forse il senso di tutto, il senso dell’universo è da ricercare nelle cose più umili, negli angoli bui di questa città”.

Luigi Santoro e Vittorio Pagano

Forse sì, forse il senso di tutto questo è da ricercare proprio tra quelle storie, tra queste pagine. Fra le mani, la Smisurata Preghiera di Vittorio Pagano, un atto d’amore per le minoranze. Le lancette dell’orologio indietreggiano, l’inchiostro quasi sbiadito tratteggia i dettagli di quel mosaico e Vittorio Pagano, la nostra guida, ci porta dentro a quelli che sono stati i ghetti di questa città…

…La seconda guerra mondiale è finita. Il dopoguerra a Lecce e nel Salento inizia il 26 luglio del 1945, il giorno dopo la caduta di Mussolini con una manifestazione popolare che attraversava le strade e irrompeva nel Palazzo del Fascio. Lecce è ferita e prova lentamente a riprendersi dallo smarrimento della guerra. Profughi, poveri, pazzi e prostitute vengono confinati in edifici e strutture apposite. Girovagando per la città, si incontrano per primi, i due accantonamenti destinati ai profughi di guerra alla fine del conflitto, ubicati al De Amicis e al Palmieri. In una camera, sette, otto lettini, indumenti qua e là, ma un’ottima organizzazione medica e igienica. Nel cortile di quello che oggi è diventato un Liceo, c’è anche un orto di fortuna che serve a sfamare uomini e donne che abitano quei corridoi. Tra loro, un’orfana, Essa, “una tunisina tredicenne, senza più padre, né madre, solissima, sbarazzina, litigiosa, scapatella, volto triangolare olivigno, col nasino all’insù”. Essa è la sola che non ha una casa.

Salutiamo quella bimba e procediamo in Direzione Sud, ospedale Vito Fazzi. Qui la media dei ricoveri si aggira intorno ai duecento. Tra loro, militari, donne, anziani e bambini. In un padiglione a parte, il reparto che sfugge alla “logica eccezione”, un luogo nel luogo, destinato alle “prostitute, alle femmine ammorbate”. “Due questurini sono in continuo servizio. Prima le segregate scappavano si affacciavano ai muri di cinta, disturbavano i passanti della strada, vomitavano sconcezze e rabbiose lussurie sui soldati e gli adolescenti che le aspettavano apposta. Ora questo non accade più, ho visto anche il filo spinato alle finestre. […] parecchie ve n’erano con misere creaturine aggrappate alle mammelle. “Sono cagne, sono maiale” mi disse un custode. […] Erano in numero di otre sessanta”. Nello stesso Ospedale, in un altro ramo dell’edificio, v’era il lazzaretto: “Pochi ricoverati qui dentro. Due scabbiosi, un malarico cronico, altri malati vari. Di tifo era affetta una vecchia”, che se ne stava in una stanzetta buia con due grandissime statue che le si alzavano dietro il capo, la vecchina era diventata “protagonista di quel dramma di cartapesta, cartapesta ella stessa”.

© https://www.flickr.com/photos/morvoren/

Lasciatoci alle spalle il dramma di cartapesta al lazzaretto, ritorniamo in città, in Via della Quattro Finite. Quel quartiere lo chiamano “Stalingrado”. Ma non è il rosso il colore che predomina nell’immediato dopoguerra, ma il nero. È il nero che colora quei palazzi “più sordido e reale, non fuori ma dentro ogni singola vita”. È il nero della miseria, delle famiglie numerose e povere, degli innumerevoli bambini “nel fango, sulle soglie luride, nei giacigli abbietti, sui pavimenti sporchi”. “A Lecce esiste tutto ciò e forse ben pochi lo sanno. Le case popolari sono un mito che sorge per dialettiche accademie o per facili contrasti e ripieghi. Le hanno isolate laggiù, fuori le mura, lontane dalle case dei ricchi”.

Continuiamo a camminare, e passando per il convento degli Olivetani adibito a ricovero per i poveri inabili, e per l’Ospedale Civile Vito Fazzi, dove i piccoli malati lottano contro il bacillo di Koch, arriviamo finalmente al punto di partenza di questo viaggio, il ghetto dei ghetti, ciò che è stato per molti anni la “città dolente” nel cuore di Lecce: l’Ospedale psichiatrico. È l’allora dirigente del manicomio, il Prof. Di Giacomo, che ci guida nei corridoi di quell’edificio. Dalla biblioteca al gabinetto diagnostico, dalle cucine alla camera per l’elettroshock. Nel primo padiglione, gli schizofrenici. “Se ne stavano in giro per le varie camere, parecchi erano a letto con la febbre, altri addossati solitamente ai muri. […] Ma una cosa davvero impressionante era questa: alcuni malati alle esibizioni dei compagni, ridevano di gusto o furbescamente, come se con quel riso volevano dirci che anche loro distinguevano la pazzia e pertanto se ne sentivano fuori”. Attraverso un viale alberato arriviamo al reparto per le donne. “Gli occhi delle donne pazze: sono terribili, sono la cosa che più m’affascinò. Quella femminile mi è sembrata una pazzia completa, del corpo e dell’anima, mentre quella maschile ha sempre un suo valore figurativo che ti distrae da un contenuto profondo”. La visita continua, dal reparto delle “agitate” a quello maschile, dalla chiacchierata con il direttore al giardino dell’edificio, era un continuo schiamazzare.

© Morire di Classe, La condizione manicomiale fotografata da C. Cerati e G.B. Gardin

D’un tratto ti ritrovi di nuovo seduta su quel marciapiede, col libro tra le mani, quasi disorientata. La struttura di fronte è sempre più maestosa, il paesaggio intorno è lo stesso di prima, quel bianco e nero che cattura. Dalla finestra di quell’edificio, le voci si fanno sempre più forti e quella figura dietro il finestrone adesso è più nitida. È un uomo, e a lui… “a un uomo anziano, un contadino, che se ne stava a letto in una camera tutto per lui, la nostra guida rivolse qualche domanda. Come ti senti? Meglio. Che anno è questo? Il 1946. Sei sicuro? No: il 1947. E che mese? Gennaio. E che giorno? Non mi ricordo. E come si chiama questo luogo? Qui il pazzo sorrise: un sorriso che non dimenticherò mai, dolorosissimo. Ci guardò con gli occhi arguti ma piangenti, poi disse: Non voglio dire. E rise.”

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