Lo scarparo e i burattini. Il potere della Filanto nel nuovo libro di Mario Toma

È un piacere leggere l’ultimo libro di Mario Toma: “Dalla Fabbrica alla Crisi (il calzaturiero salentino)”. Intanto perché è scritto in modo chiaro e lucido, mettendo in fila fatti, personaggi, voci dei protagonisti e digressioni dell’autore utili a destrutturare un topos del dibattito pubblico salentino degli ultimi decenni: la cosiddetta “crisi del Tac”. E poi per il servizio che l’autore fa alla complessità della vicenda del calzaturiero salentino, della quale lui stesso è stato prima tra i protagonisti, poi testimone.

Si tratta infatti, per Toma, di dare conto dell’ascesa e del declino di un impero industriale, quello di Antonio Filograna, protagonista e anti-eroe del libro. Ma anche di come un “popolo di formiche” sia stato capace di creare “dal basso” il più grande polo industriale calzaturiero d’Europa per poi smarrirsi e sciupare in gran parte il patrimonio di abilità, mestieri, sacrifici, competenze acquisito. Un patrimonio del quale Casarano aveva saturato la sua identità, il suo orgoglio di territorio.

Tra le righe del libro di Toma si percepisce in maniera chiara la dicotomia tra l’epopea di Antonio Filograna e la vicenda suo popolo, del quale “Mesciu Ucciu” si servì per fabbricare scarpe per il mercato e voti per la politica (la quale ricambiò con finanziamenti, agevolazioni fiscali, facilitazioni urbanistiche), le due principali fonti di finanziamento della Filanto, la sua azienda. Un popolo col quale stabilì un rapporto diretto, paternalistico, nel quale non c’era spazio per le “intrusioni” del sindacato o per il Pci, che fino alla fine degli anni ’80 riuscirà a tenere fuori dalla Filanto e dalle vite dei suoi operai (pena il licenziamento immediato).

Mario Toma

Il curriculum politico di Toma chiarisce presto da quale punto di vista la vicenda sia stata vissuta. Consigliere comunale del Pci a Casarano dal 1971 al 1992, segretario della Fgc dal ’71 al ’74, segretario provinciale del Pci dal ’76 all’81 , deputato del Pci dall’83 al ’92. Ma non gli impedisce fornire oggettività al racconto che è molto ben documentato e coerente. Anche quando si tratta di fare autocritica. Chiedendosi quale doveva essere lo stato d’animo di Filograna nei primi anni ‘90, quando l’imprenditore fu costretto per la prima volta in quarant’anni a chiedere la cassa integrazione per i suoi operai, Toma scrive:

“È qualcosa che procura sofferenza persino a chi, come me, un giorno fu costretto a fare dal suo segretario di sezione – e lo fece con convinzione – un manifesto con questo titolo: “La Filanto, quella fabbrica è un penitenziario”. Sbagliammo. La Filanto non era quello. È stata tante cose nell’economia e nella cultura della città. Poteva essere altro. E su quello insistemmo con proposte negli anni successivi. Non siamo stati ascoltati. Ma questo conta poco, di fronte al dramma di un protagonista che, certamente, la sua fabbrica l’ha amata sopra ogni altra cosa”.

Il rapporto utilitaristico che Filograna intrattiene con la politica locale e nazionale rappresenta una delle più interessanti tracce sulle quali far scorrere la lettura. Fatto salvo che il suo cuore batteva a destra, l’imprenditore di Casarano fu per lungo tempo uno dei più influenti grandi elettori nel Salento per chiunque potesse, dal governo nazionale, regionale o dalle amministrazioni comunali favorire la sua impresa.

Antonio Filograna

Dall’appoggio negli anni ’50 all’Msi casaranese, al rapporto di stima e sostegno (“finanziamenti pubblici, protezione, quiete sociale”) intrattenuto con il senatore Dc Francesco Ferrari. Dal sostegno all’andreottiano Luigi Memmi e al Psi di Gennaro Acquaviva (braccio destro di Craxi eletto nel collegio di Tricase), fino agli anni ’90 quando la sua benevolenza i suoi voti li mette a disposizione di Massimo D’Alema e dei suoi referenti locali (i “dalemini”) favorendone le carriere e le elezioni in cambio di amministrazioni comunali e di parlamentari della “nuova sinistra” (per la quale traspare un certo disprezzo da parte dell’autore) attenti alle sue esigenze.

Gli anni della caduta dell’ultimo tabù, quello del rapporto di Filograna con la sinistra, considerata per tre decenni come il fumo negli occhi, sono gli anni della “caduta dell’impero”, gli anni in cui il gruppo Filanto, che ormai si accinge a delocalizzare o chiudere gli stabilimenti a Casarano e Patù, si interessa di Gallipoli e delle opportunità di diversificazione offerte dalla crescita del turismo (con gli investimenti nell’hotel Costa Brada e quello mancato a Lido San Giovanni), favorendo l’elezione del dalemiano Flavio Fasano così come fatto in precedenza a Patù per Ernesto Abaterusso. Ma non manca, nel carnet di Filograna, il sostegno ai berlusconiani pugliesi come Raffaele Fitto o Rosario Giorgio Costa. Politici piccoli e grandi che “credendo di clientelizzarlo, ne diventarono loro stessi clientele”.

Soprattutto in questo, alla fine della lettura, Antonio Filograna appare come una sorta di deus ex machina della vita economica, politica e industriale del Sud Salento per buona parte della seconda metà del secolo scorso. Eppure, a chi gli offriva candidature a Parlamento rispondeva sempre: “Ieu sacciu fare le scarpe”. A conferma del fatto che continuava a considerarsi uno “scarparo”, un uomo del popolo che si era occupato nella vita solo di quello che sapeva fare veramente. Solo con grandi ambizioni.

La copertina del libro di Toma

L’autore dedica il giusto riconoscimento al fatto che Filograna le sue ambizioni in vita le ha soddisfatte tutte. Per poi, una volta in cima, perdere la lucidità di guardare oltre il contingente, di vedere in prospettiva gli sviluppi del mercato mondiale delle calzature, e continuare a puntare sul gigantismo della sua fabbrica e sui bassi costi di produzione. Una strategia miope, come sosteneva con grande anticipo, nel 1981, il Pci casaranese (una rivendicazione che Toma fa a favore del suo partito). L’Asia e la sua disponibilità di manodopera a bassissimo costo hanno distrutto la Filanto il cui patron ha sempre considerato la delocalizzazione una sconfitta, al massimo una strategia dolorosa di sopravvivenza, ma mai una soluzione(al contrario del nipote Adelchi Sergio che ne ha fatto motivo di profitto).

Non aver accettato per tempo la proposta di consorziarsi, venuta dai suoi diretti concorrenti (in primis la De Rocco), preferendo lasciarli fallire per poi comprarsi i loro capannoni dal Tribunale fallimentare fu una mossa miope. Come miope fu la strategia di una classe dirigente, soprattutto negli anni della crisi, che in cambio dei suoi voti lo ha assecondato, invece di instaurare con lui un sano rapporto dialettico per discutere di sviluppo e di futuro. L’epilogo (triste) della vicenda è nel titolo dell’ultimo capitolo: “Fabbrica e sinistra scompaiono insieme”.

Insomma, il libro di Toma descrive molto più che la vicenda della Filanto o del suo patron. È la prima ricostruzione di quel passaggio, di quella “rivoluzione passiva” (Toma cita Gramsci) che portò i contadini del Sud Salento dai campi di tabacco o dagli uliveti degli agrari nei capannoni delle fabbriche. Un passaggio che le “formiche” di Casarano non furono in condizione di scegliere, né di guidare ma di cui restano comunque le vere protagoniste. Un’epoca di relativo benessere della quale oggi, con la scoperta dei rifiuti delle fabbriche del calzaturiero sotterrati nelle campagne di Patù e di altri comuni del Sud Salento, cominciano a emergere anche gli aspetti oscuri, nascosti, inconfessabili.

Il libro di Mario Toma “Dalla Fabbrica alla Crisi. (il calzaturiero salentino)” è edito dal suo stesso autore. Lo si può acquistare a Casarano alla Libreria Dante Alighieri in Via Matino 10 e a Lecce all’edicola Rafael, in Piazza Napoli, di fronte alla Chiesa di San Sabino.

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *