Pina Picierno nella terra del pissi pissi

Sentir parlare Pina Picierno dal vivo è come guardarla in tv. Con la differenza che quando la vedi a Ballarò almeno stai comodo sul divano e invece per ascoltarla dal vivo a Lecce devi guadagnarti una poltroncina nella minuscola sala dell’hotel fuori mano dove la locale stazione renziana l’ha condotta a incontrare il Pd salentino. La capolista che ha soffiato “in una notte” il posto a Michele Emiliano arriva trafelata stringendo mani random (“Piacere Pina”) e tiene impegnato l’uditorio per una ventina di minuti. Giusto il necessario per srotolare il frasario renziano che da qualche tempo, per l’appunto, fa parte del vissuto televisivo di questo paese.

“Da un lato ci siamo noi e dall’altro quelli che lottano per non cambiare le cose, i gattopardi vecchi e nuovi!”
“Loro scommettono sul fallimento del paese e noi invece il paese lo stiamo cambiando!”
“Quello che abbiamo fatto noi in due mesi manco tutti i governi degli ultimi vent’anni messi insieme hanno fatto, a partire dagli 80 euro!” (sic)
“Dopo aver cambiato verso all’Italia ora l’obiettivo è cambiare verso all’Europa!”

Nella esposizione c’è anche spazio per Grillo che le dedica un post (il quarto): “Ma il mio numero di telefono non glielo do”. Poi, fuori dalla battuta, contro i grillini: “In Parlamento sono come il circo Barnum”.

Il pubblico della piccola sala si scalda poco. Come ad ogni iniziativa del Pd da queste parti l’età media è piuttosto alta. I più, almeno nelle ultime file, sono perplessi dalla performance. E se a ciò si aggiunge che la capolista non parla del programma politico da realizzare in Europa – quello del Pse non viene mai citato, né si sente parlare di Martin Schultz –, ma si ferma sull’attualità televisiva del dibattito politico, il bilancio del pomeriggio è meno utile di un’ora davanti a Ballarò. Almeno per chi si aspettava di trarne qualche approfondimento.

Prima di entrare nella segreteria di Renzi, la Picierno è stata margheritina, poi nella segreteria di Veltroni, poi franceschiniana, poi nella segreteria di Epifani e a 32 anni è al suo secondo mandato da parlamentare. Ma non è certo colpa sua – né di Renzi – se tutto ciò suona stonato rispetto alla “grande novità” che è stata incaricata di veicolare nella circoscrizione più difficile per il Pd, quella del Sud. A furia di piazzare giovani donne come segnale di discontinuità succede che le stesse giovani donne si facciano ricordare più come giovani donne organiche a ogni gruppo dirigente piuttosto che come personalità politiche innovative. Ma questo è un altro discorso.

Per ciò che attiene alla Puglia, la candidatura come capolista della Picierno e la conseguente bocciatura di Michele Emiliano hanno detto che Renzi non si fida ancora del suo partito in questa regione. Troppo radicato il gruppo dirigente dalemiano da Leuca al Gargano, ancora troppo numerosi i dirigenti locali legati alla sinistra Pd. Ancora troppo deboli, per quanto in rimonta, i suoi fedelissimi nel reticolo dei circoli.

A ciò si aggiunge che per le prossime elezioni europee nel Pd pugliese si prevede un risultato negativo. Dalle politiche del 2013, quando già il Pd è stato il terzo partito pugliese (18,5) dietro Pdl (28,9) e M5s (25,5), la classe dirigente regionale è rimasta sostanzialmente la stessa e non sono emersi volti nuovi. I congressi locali si sono svolti sotto lo scacco dei colonnelli locali, con il loro carico di truppe cammellate (gli stessi che poi hanno dato l’ok per l’acclamazione all’unanimità di Emiliano segretario regionale). Ciò ha spinto molti militanti verso il disimpegno, ed esacerbato i conflitti interni, ormai giocati tutti in funzione delle candidature alle prossime elezioni regionali. I renziani “della prima ora” (per il momento) sono stati sovrastati in molti casi dalla conversione di dirigenti ex dalemiani e bersaniani come Michele Emiliano, intenti a giocare partite personali più che per il rinnovamento del partito.

Per questo Pina Picierno nel Salento viene scortata da Paolo Foresio, l’unico da queste parti che gode della fiducia di Renzi e di Luca Lotti, nella semi-indifferenza dei dirigenti provinciali che, nella saletta dell’hotel 8+, restano in fondo all’uditorio, distaccati. Qui non è un mistero che la segreteria provinciale, fedele fino all’ossequio verso Massimo D’Alema, punta tutto sul nome del dalemiano campano Massimo Paolucci e, in seconda battuta, quello del giovane Minerva. Difficile, al di là dei proclami, che il gruppo dirigente si faccia in quattro per la pugliese Elena Gentile, che al congresso nazionale appoggiava Pippo Civati, mentre per la giovane eppur navigata Picierno lavoreranno, oltre ai renziani, anche gli ex Margherita (Loredana Capone in primis) in viaggio verso il definitivo affrancamento da una lunga soggezione all’area dalemiana.

Nel complesso si tratta di un partito debole, lacerato, che non riesce ad andare oltre le vicende e i calcoli dei propri colonnelli, impegnati a posizionarsi e stringere alleanze in vista delle prossime regionali. Vicende che, comprensibilmente, interessano solo i diretti interessati e impediscono di fatto una “riconnessione” (per citare lo slogan di Piconese), di questo partito al territorio e ai grandi temi della società salentina.

Per questo è tutta da verificare la malcelata speranza di raccogliere i frutti, in termini di voti, della mediatizzazione estrema del messaggio politico di Renzi per ovviare al lavoro dei tanti – militanti o semplici simpatizzanti – che hanno abbandonato il campo. Un “effetto Berlusconi” più che un “effetto Renzi”. Di certo per la segreteria di Piconese il risultato delle europee e delle amministrative (in cui si è puntato molto sul modello delle larghe intese come progetto politico più che come necessità) sarà il primo difficile scoglio da superare. Alle europee del 2009 – un era geologica fa – il Pd in provincia di Lecce raggiunse il 21,7 per cento. Alle ultime politiche il 19,6 per cento. Ecco, l’asticella potrebbe essere fissata lì.

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