Gli allarmi e i (troppi) segreti sulla Xylella, il male degli ulivi del Salento

Lo chiamavano il “male oscuro” dell’olivo. Televisioni e stampa definivano cosi il disseccamento degli ulivi salentini quando ancora non era chiara la natura del problema. E ancora oggi non è semplice riavvolgere il filo della matassa di questa vicenda, capire cosa davvero sia quel “male” che colpisce i monumenti del paesaggio salentino. Più nodi impediscono che il filo si riavvolga. A settembre del 2013, quando ci si accorse del fenomeno, furono avanzate varie ipotesi sulle cause del disseccamento di questi alberi, apparentemente in buona salute, che ingrigivano rapidamente, come se qualcosa gli avesse risucchiato la vita dalle radici: si parlo del possibile inquinamento della falda, delle conseguenze dell’abbandono in cui versano molti uliveti. Una cosa era sicura, al di là dell’origine della patologia: la situazione era “drammatica”.

“I sintomi della malattia non sono riscontrabili in letteratura. Quando sarà fatta luce sulla patologia le istituzioni locali dovranno chiedere lo stato di calamità”. Ludovico Maglie, presidente dell’Ordine degli agronomi di Lecce.

L’intero comparto olivicolo fu considerato a rischio e la tensione salì rapidamente, insieme a immagini di catastrofe alimentate dai titoli della stampa locale. Bisognava trovare il “killer” degli ulivi al più presto. Le ricerche furono affidate ad una task force regionale con a capo l’Ufficio Fitosanitario della Puglia guidato da Antonio Guario, con la collaborazione di Donato Boscia dell’Istituto di virologia vegetale del Cnr di Bari, Giovanni Martelli, fitopatologo e professore emerito dell’Università di Bari, e l’Istituto Agronomico Mediterraneo (Iam) di Valenzano.

Dopo un mese di studi arrivò la diagnosi: la malattia venne denominata dai tecnici “Complesso del disseccamento rapido dell’olivo”. Queste parole ci aiutano a capire una prima cosa. Gli ulivi seccano per una concausa (un “complesso”) di elementi tra i quali vi è un fungo, il Phaeoacremonium, un lepidottero, la Zeuzera pyrina, e un batterio parassita, la Xylella fastidiosa. Quest’ultimo è il problema più grave. Si tratta di un batterio che non si era mai presentato in Europa e soprattutto non aveva mai attaccato l’olivo ma che in California e in Brasile era stato capace di distruggere migliaia di ettari di vite e agrumi. La specie ritrovata nel Salento ha dovuto subire una mutazione genetica per riuscire a intaccare l’ulivo. Su questa pianta agisce ostruendo i vasi xilematici (che possiamo paragonare alle vene sanguigne degli alberi) e bloccando il passaggio della linfa che alimenta la pianta. Da qui il disseccamento.

Dai tecnici della task force fu subito definito un batterio imbattibile: “Questa è una situazione completamente nuova per noi. Non sappiamo nulla di questo batterio ma una cosa è certa, contro questo patogeno non esistono rimedi. La pianta una volta colpita non può essere curata” affermò Guario in una nota informativa dell’ufficio fitosanitario che preannunciava anche ulteriori indagini per conoscere il ceppo del batterio e individuare l’insetto vettore che lo trasmette da albero ad albero. Le parole di Guario si basano su un aspetto importante di questa vicenda: Xylella è un patogeno da quarantena inserito nell’elenco A1 dell’Eppo (Organizzazione Intergovernativa responsabile della cooperazione europea per la salute delle piante). In pratica, dopo i disastri compiuti negli Stati Uniti e in Brasile, Xylella è iscritta nella lista nera della Comunità Europea e per contrastarla sono previste misure drastiche tra cui l’eradicazione degli alberi infetti.

Il pericolo più grande diventò quindi il contagio, la possibilità che il batterio potesse propagarsi dalla sua zona d’insediamento, l’area ionica del Salento, verso il versante adriatico o in direzione delle provincie di Brindisi e Taranto. Il Salento era ormai potenzialmente una minaccia per gli ulivi d’Italia e d’Europa. Il Ministero dell’Agricoltura convocò il Comitato fitosanitario nazionale da cui partirono le prime richieste di risorse economiche alla Comunità Europea.

“Bisogna invocare una risposta forte di Bruxelles perché questo è un problema che ormai riguarda l’intera comunità. L’Europa deve capire che se non si argina il problema nel Salento la malattia potrebbe diffondersi in maniera devastante. Siamo in emergenza e servono interventi straordinari”. Benedetto De Serio, direttore di Coldiretti Lecce.

Uscirono i prime stime dei danni: “Il batterio ha già ucciso 6mila ulivi su un area di 8mila ettari” affermò Fabrizio Nardoni, Assessore all’Agricoltura della Regione Puglia. A metà novembre furono sbloccate le prime risorse: la Regione stanziò un fondo straordinario di 2 milioni di euro per la bonifica dei canali, in seguito il Governo annunciò di aver stanziato 5 milioni di euro nella legge di stabilità 2014 per far fronte all’emergenza fitosanitaria.

A questo punto bisogna fermarsi per fare un primo punto della situazione guardando all’oggi. Al di là dei toni drammatici utilizzati in quelle fasi, al momento non c’è nessuna certezza che Xylella sia la principale causa del disseccamento dell’olivo. Essendo la prima volta che questo batterio si rapporta con questa coltura non conosciamo il suo grado di patogenicità. Per l’olivo potrebbe essere un cancro fulminante o un raffreddore. Non lo sappiamo perché la task force regionale non ha ancora compiuto i test di patogenicità, chiamati Postulati di Koch. Lo conferma la relazione dell’Eppo scritta dai tecnici europei dopo aver visitato gli uliveti salentini nel febbraio scorso. Sul documento si legge testualmente che

“l’identificazione definitiva del batterio attende ancora il suo isolamento in coltura pura per eseguire test di patogenicità. Inoltre, ulteriori indagini sono in corso per identificare il ceppo batterico, per valutare la sua patogenicità e identificare il presunto insetto vettore locale”.

La mancanza di prove scientifiche sulla patogenicità di Xylella sull’olivo veniva evidenziata anche da un membro della task force. Il 30 ottobre Giovanni Martelli scrisse un articolo sul sito dell’Accademia dei Georgofili in cui si lamentava del crescente allarmismo dei giornali perché “basato su congetture totalmente prive del conforto di verifica alla fonte”. Il professore scrisse anche che

“le indicazioni molecolari acquisite a Bari forniscano buoni motivi per ritenere che il ceppo salentino di X. fastidiosa appartenga ad una sottospecie che non infetta né vite né gli agrumi, e che esperienze statunitensi indicano come dotato di scarsa patogenicità per l’olivo […] non vi sono al momento elementi che facciano ritenere X. fastidiosa come l’agente primario del disseccamento rapido dell’olivo”.

Dopo questo articolo montarono le proteste. Fu ritenuto esagerato il regime di quarantena per gli olivi in mancanza di prove certe e in molti parlarono di “terrorismo” mediatico. Dopo una settimana il professore scrisse una nota a margine del precedente articolo in cui si legge che

“la Xylella fastidiosa è comunque un microrganismo da quarantena la cui presenza, indipendentemente dal grado di patogenicità per l’una o l’altra coltura, rende automatica ed inevitabile l’adozione di misure urgenti di contenimento e/o eradicazione, come sancito dalla direttiva Comunitaria 2000/29”.

Insomma Xylella su quegli alberi è stata trovata e poco importa se sia pericolosa o meno. L’Europa detta delle prescrizioni precise e gli alberi colpiti devono essere confinati o abbattuti. Si tratta, come diceva Nardoni, di 6mila ulivi?

Il 20 novembre Il Nuovo Quotidiano di Puglia riportò il numero dei risultati delle prime analisi effettuate sugli uliveti in cui è stata riscontrata Xylella: risultarono infetti 300 ulivi in tutto. Se è stato certificato che gli alberi colpiti dal batterio sono 300 perché Nardoni parla di 6mila alberi “uccisi”?

I numeri non sono una cosa di poco conto, soprattutto perché è in base alla cifra degli alberi “ammalati” che si chiedono i soldi alla Comunità Europea. Tanti soldi.“Per evitare che il batterio si propaghi in tutta la Puglia e fuori regione sono necessari 30 milioni di euro, che potrebbero diventare 50 nella peggiore delle ipotesi” dice sempre Nardoni, mentre Cia (Confederazione Italiana Agricoltori), Confagricoltura e Copagri chiedono all’Ue di intervenire sino al 75% delle coperture finanziarie.

Insomma, se in un primo momento i giornali hanno usato toni forse eccessivamente allarmistici, di certo le dichiarazioni di politici e associazioni di categoria non hanno gettato acqua sul fuoco.

Per avere i risultati dei test di patogenicità potrebbero volerci anni, ma nel frattempo non si può restare con le mani in mano. La Xylella è pur sempre un batterio da quarantena. Quindi bisogna prendere tutte le precauzioni necessarie per contenerlo. Tra queste precauzioni non c’è solo la “soluzione finale”, l’eradicazione degli alberi infetti, ma varie misure di contenimento prescritte dall’Ufficio fitosanitario e poi riprese in un apposita delibera regionale.

La parte ionica del Salento è stata così divisa in quattro aree: la “zona rossa” comprende i territori di Alezio, Alliste, Gallipoli, Racale e Taviano ed è quella dove la presenza del batterio è certa. Qui è prevista l’eradicazione degli alberi sospettati di essere contagiati. Poi c’è la zona “gialla” detta anche “focolaio”, dove Xylella è presente ma in maniera meno massiccia. Qui sono previste le azioni di confinamento. Tra queste vi è il divieto di movimentare il materiale vegetativo della pianta, l’obbligo di potare subito i rami secchi e le parti “imbrunite”, bruciare in loco i rami potati, disseccare il legno sul posto prima di spostarlo (il batterio è presente solo nel legno “vivo”), intervenire con erbicidi ed insetticidi. Riguardo quest’ultimi Nardoni ha ipotizzato anche una loro diffusione tramite l’utilizzo di speciali aerei. La terza zona è quella cosiddetta “tampone”, limitrofa all’area focolaio e insediamento, dove non è stato riscontrato il batterio. Infine c’è la zona “sicurezza”, adiacente a quella tampone, ad ulteriore garanzia del contenimento. Tra le misure attuate per evitare la diffusione è rientrato anche il blocco totale dell’attività vivaistica della provincia di Lecce: nessuna pianta poteva essere venduta fuori dal perimetro provinciale. I 150 vivai presenti sul territorio sono finiti presto in ginocchio, ragion per cui il blocco è stato in un secondo momento limitato solo alle 149 piante ritenute potenzialmente “ospiti” del batterio.

Per vedere di persona gli effetti della Xylella siamo andati nella zona focolaio con Ivano Gioffreda e Tina Minerva, dell’associazione Spazi Popolari. Sono due persone che si occupano di agricoltura organica, sono del posto e conoscono bene la zona in cui è cominciata l’emergenza. Per raggiungerli a Sannicola, passiamo nel cuore della zona rossa. Dalle lettura dei giornali e dalle dichiarazioni dei politici ci aspettavamo di vedere file di alberi secchi e morenti. Non è cosi. Il verde è il colore che domina nelle campagne del gallipolino. Lungo il tragitto ci sono appezzamenti con alberi che manifestano disseccamento ma si continua a non percepire l’emergenza. La situazione cambia quando Ivano e Tina ci accompagnano in contrada “Li Sauli”, agro di Gallipoli, la zona considerata l’epicentro della malattia. Siamo in piena mattinata, ma lo scenario è lo stesso spettrale. Nel campo che attraversiamo l’erba spontanea supera le ginocchia, gli alberi sono scheletri di legno.

Poco più avanti, però, a pochi metri dagli scheletri, c’è un bellissimo uliveto verde e rigoglioso. Qui la terra è curata e non ci sono erbe infestanti. Com’è possibile che nel bel mezzo della zona rossa, a pochi metri l’uno dall’altro, tra le condizioni (almeno apparenti) di salute dei due oliveti ci sia un contrasto così stridente? Perché Xylella ha risparmiato quegli alberi? “Ce lo chiediamo anche noi” mi dice Tina “ancora più avanti c’è un uliveto trattato biologicamente da 25 anni che non ha mai dato segni di disseccamento. Abbiamo chiesto ai tecnici regionali di studiare questi alberi asintomatici. Forse in determinate circostanze Xylella convive tranquillamente con l’albero”.

Ivano e Tina sono molto critici sul modo in cui l’equipe regionale sta gestendo la situazione. Hanno presentato un esposto alla Procura della Repubblica di Lecce che ha come oggetto alcune circostanze che loro ritengono sospette. “Sappiamo che nel 2010 lo Iam di Valenzano (uno degli istituti che fa parte della task force ndr) ha tenuto un workshop sull’applicazione del regime di quarantena in presenza di Xylella. Per l’occasione i relatori Almeida e Purcell, gli stessi esperti che vennero a novembre a visitare gli alberi malati, portarono a fini scientifici dalla California delle colonie del batterio per impiantarle su alcune piante per scopi sperimentali. Sulla relazione conclusiva si scrisse che quelle piante sarebbero state distrutte alla fine della sperimentazione in presenza della autorità italiane. Ma noi vogliamo comunque vederci chiaro e sapere se per svolgere il suddetto corso disponessero dell’autorizzazione ministeriale per introdurre organismi da quarantena” afferma Tina.

Mi parlano anche di uno studio svolto sugli ulivi salentini parallelamente alle ricerche della task force regionale da quattro ricercatori dell’Università di Firenze e Foggia. “Questo studio, svolto analizzando il materiale prelevato sugli alberi della zona infetta, evidenzia la presenza di tre tipi di funghi patogeni differenti da quelli indicati nella delibera regionale. Funghi che ostruiscono i vasi dell’olivo, accentuano lo stress idrico e provocano gli essiccamenti. Poi le stesse sintomatologie del malanno sono state riscontrate anche in provincia di Foggia e Bari, dove però non è stata riscontrata Xylella, anzi probabilmente neanche indagata. A febbraio provammo a consegnare tutto ai tecnici europei che vennero sul posto ma non ci fu modo di farlo”. Ivano mi dice, carte alla mano, che questa ricerca è stata pubblicata sulla rivista internazionale Phytopathologia Mediterranea. “Per gli studi della task force invece aspettiamo ancora la pubblicazione ” chiosa Ivano.

Sì, perché i risultati delle ricerche condotte da parte della task force regionale non sono mai stati resi pubblici. Cosa che sta irritando la comunità scientifica salentina. Luigi De Bellis, direttore del Dipartimento di Scienze e Tecnologie Biologiche ed Ambientali dell’Università del Salento non lo manda a dire:

“L’aspetto che mi lascia perplesso è la non pubblicazione dei dati e il mancato coinvolgimento della comunità scientifica. Manca il minimo della trasparenza. In sostanza dialogano solo due istituti baresi con l’assessorato regionale. Quando si fa una ricerca si pubblicano le analisi e i protocolli con i quali hai ottenuto quei risultati in modo tale che altri scienziati possano ripetere lo studio. Se nessuno al mondo ripete gli stessi risultati vuol dire che si tratta di una bufala. Poi il confronto con gli altri scienziati è importante perché in questo modo più cervelli hanno a disposizione il materiale. Solo cosi si raggiungerà in tempi rapidi la profonda conoscenza del batterio e la risoluzione del problema. Qui sembra sia stato tutto secretato, non si capisce per quale motivo. Sembra che abbiano qualcosa da nascondere. Prima hanno detto che il problema era un insetto, poi un fungo, poi la xylella. Anche qui prima si è parlato di un ceppo poi di un altro. Ma cosi cambiano anche gli insetti da controllare. Questa confusione è grave. Inoltre i test di patogenicità(Postulati di Koch ndr), che ancora non sono stati fatti, sono fondamentali perché ti fanno capire quanto xylella sia effettivamente dannosa per l’olivo. Ti fanno capire con certezza se sia proprio xylella la principale responsabile della malattia”.

Intanto, come su ogni emergenza, anche nelle campagne del gallipolino colpite dalla Xylella si intravvedono piccoli segnali di possibili speculazioni. Già lo scorso anno alcuni intermediari dell’olio hanno acquistato notevoli quantità di olive a prezzi irrisori per ottenere olio extravergine, marciando sulla paura degli olivicoltori di non riuscire a vendere i frutti provenienti dagli alberi colpiti da Xylella. Ma accadono fatti ancora più gravi. Ivano e Tina ci tengono a farci vedere un altro appezzamento di terreno sempre all’interno della zona focolaio. Ci portano davanti ad una distesa di tronchi di ulivo mozzati. “Qui a febbraio, in due giorni, è sparito un uliveto di 70 alberi, molti dei quali erano secolari. Presentavano dei cenni di disseccamento e il proprietario ha deciso di prendere l’iniziativa, abbattendoli. Fino a qualche giorno fa sopra uno dei tronchi tagliati avevano apposto un cartello con la scritta “vendesi”” dicono.

Il campo dove sono stati abbattuti gli ulivi

L’altra cosa preoccupante è che la legna tagliata proveniente dagli alberi contagiati non è stata lasciata in loco a disseccare, come prevede la normativa, ma trasportata subito lontano dal luogo dove è avvenuto il taglio. Destinazione ignota. Si teme possa essere finita sul mercato come legna da ardere nei camini. Sul posto sono rimasti solo cumuli di piccoli rami. Per questo è stata sporta denuncia ai Carabinieri ma la domanda che i due ragazzi continuano a porsi è “dov’era l’ufficio fitosanitario, l’organo preposto al controllo, quando è accaduto lo scempio?”. Per ora restano sconosciute le motivazioni che hanno spinto il proprietario dell’uliveto ha compiere questo gesto. Si tratta però di un piccolo campanello di allarme per una situazione che potrebbe presto sfuggire di mano.

Dopo i tagli fuori legge sono arrivati i tagli autorizzati. Il ritrovamento di un nuovo focolaio tra Surbo e Trepuzzi ha aumentato il timore che il batterio possa superare il confine leccese. Altri focolai sono stati ritrovati nell’agro di Sternatia, Copertino e Galatina. Questa volta il rimedio è uno solo: abbattere gli alberi infetti, 104 in tutto. L’eradicazione è stata affidata agli uomini dell’Arif (Agenzia regionale per le attività irrigue e forestali) che, armati di motosega e accompagnati da mezzi meccanici, si sono

Ulivo abbattuto a Trepuzzi

presentati di prima mattina negli uliveti. Le polemiche non sono mancate. Per molti agricoltori la vista di quegli alberi abbattuti, ereditati dai nonni, è stata una pugnalata al cuore. Altri hanno lamentato il fatto di essere stati avvisati solo due giorni prima dell’eradicazione e di non aver visto le analisi che certificassero la presenza di Xylella. Quasi tutti non si capacitano del perché siano stati eradicati alberi verdissimi, come dimostrano le foto scattate da Marcella Invidia, del Forum Ambiente e Salute.

Abbiamo provato a contattare qualche contadino coinvolto dai tagli ma, passato lo sfogo del primo giorno, si sono chiusi nel silenzio. Adesso chiedono solo di essere risarciti per il danno subito. Ma i tagli di Trepuzzi potrebbero anche prendere una via giudiziaria. Il Forum Ambiente e Salute ha presentato un esposto alla Procura della Repubblica per il mancato rispetto delle direttive fitosanitarie previste dall’Ue e dalla Regione. “Dopo l’eradicazone la legna è stata caricata su dei camion e trasportata fuori dalla zona rossa, verso chissà dove. Allora le cose sono due: o quella legna non era infetta, e quindi gli alberi non dovevano essere abbattuti, o è stata violata la normativa” afferma Giovanni Seclì.

Intanto il 30 aprile la task force ha consegnato a Bruxelles tutte le analisi svolte finora e la perimetrazione dei nuovi focolai. Il Codile (Consorzio difesa delle produzioni intensive della Provincia di Lecce) è impegnato a mappare tutto il territorio. Dopo l’abbattimento dei 104 alberi adesso c’è la possibilità concreta che possano essere ritrovati altri ulivi contagiati e che sia necessario eradicarli.

Aggiornamento 9/5 ore 12. Abbiamo rivolto ad Antonio Guario, dirigente dell’ufficio fitosanitario regionale, le domande emerse da questo approfondimento. Clicca qui per leggere l’intervista.

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