“La Malapianta” di Rina Durante torna in libreria? Speriamo di sì

“Mi strinse più forte il collo e mi spinse la faccia alla terra. La vedevo adesso la terra, distintamente, non quella massa oscura e confusa che appare sempre a distanza, ma in tutti gli elementi che la compongono: il giallo del tufo, le carcasse grigie dei vermi, miriadi di invisibili radici sottili e tremule come bave di ragno, e il marrone di quella pasta densa e terribile che chiamiamo terra. Infine sentivo il suo odore caldo e rassicurante, antico e lacerante come una ferita, il suo odore, come un lungo mormorio, triste e desolato”. (La Malapianta, Rina Durante) 

Un vecchio album di foto in bianco e nero, ricoperto di polvere, con le pagine ingiallite e il profumo di carta consumata. Lo sfogli, lentamente, e ti perdi tra le parole e i paesaggi magici, i profumi intensi di questa terra. Fissi i lineamenti e i modi di fare degli uomini che incontri, riesci a vedere il viso di Teta, lo sguardo fiero di Rosa, ritrovi Antonio, Giulia, Don Armando, Gino e Maria. Ti perdi tra le stradine di Melendugno, le campagne di Cannole e la bellezza quasi invadente di Lecce. E poi ancora muretti a secco, ulivi secolari e un Salento, povero e affamato, all’alba della seconda guerra mondiale. Un collage di ricordi e cartoline, storie appartenute a questa terra che ti ritrovi in mano in una mattina di primavera. È questa la sensazione che ti resta dentro dopo aver riletto, tutto d’un fiato, La Malapianta di Rina Durante, romanzo pubblicato nel 1964 da Rizzoli, omaggiato dal premio Salento nel 1965.
La Malapianta è stata un’opera figlia di un destino beffardo, comune a molti autori locali. Lo sapeva anche la scrittrice di appartenere a un territorio strano, un luogo fatto di “muli, strozzini della parole scritta, pigri intellettuali”, che dormono nel silenzio immeritato delle opere dei grandi autori, suoi amici, assenti nelle antologie. E anche la sua opera, quella Malapianta tanto osannata qualche decennio fa, è stato un libro custodito solo dai più fortunati come un cimelio letterario, e sconosciuto alle nuove generazioni, mai più ristampato. Almeno sino a oggi. Cinquant’anni ci sono voluti, infatti, affinché l’opera, forse la più importante di Rina Durante, trovasse finalmente nuova luce. La notizia, non ancora confermata ufficialmente dalla casa editrice che si sta occupando della ristampa, è una di quelle che fa sorridere: il romanzo potrebbe tornare sugli scaffali delle librerie già dal prossimo maggio.

L’obiettivo della ristampa dell’opera, curata da Zane editrice, è inserito in un progetto più ampio, di durata annuale, intitolato: Rina Durante, il mestiere di narrare. Un percorso già avviato lo scorso anno, ricco di convegni, eventi e installazioni, finanziato dal Cuis (Consorzio Universitario Interprovinciale Salentino) e dal comune di Melendugno, organizzato e coordinato dall’Università del Salento. Un progetto che ha l’obiettivo di omaggiare la figura e l’opera dell’autrice salentina, ripercorrendo le tappe principali della sua vita, scandite dalla scrittura e dall’impegno politico e culturale. Rina Durante, infatti, è stata molte cose: poetessa e giornalista, scrittrice per il teatro e per il cinema, donna che ha fatto della parola scritta la ragione di tutta la sua vita. Tra le opere più importanti: “Viaggio in Terra d’Otranto“ (1972), “Da Verga a Balestrini-Antologia della condizione meridionale” (1975), “Tutto il teatro a Malandrino” (1977), “Il sacco di Otranto” (1977), “Gli amorosi sensi” (1996), “Ballata salentina” per il teatro (1980), “Il Tramontana” (1966) e “La sposa di San Paolo” per il cinema (1989). Una donna dal grande impegno politico e culturale, che amava circondarsi e confrontarsi con altre personalità di spicco della letteratura locale: Vittorio Bodini, Oreste Macrì, Vittore Fiore, Maria Corti e Vittorio Pagano, il suo amico Vittorio, con il quale curò la rivista Il Critone, e condivideva quei salotti letterari organizzati a casa dell’avvocato Tommaso Santoro. E poi la riscoperta del teatro popolare e il legame profondo con la sua terra, che l’ha portata a valorizzare e salvaguardare la tradizione folkloristica e musicale, fondando così il “Canzoniere Grecanico Salentino”, primo gruppo di ricerca popolare formatosi in Puglia (1975).

Ma è stata proprio La Malapianta a lanciare Rina Durante sulla scena nazionale, un romanzo che ritrae il suo sud, un sud povero e ricco di contraddizioni, attraverso le vicende della famiglia Ardito di Melendugno, di origine contadina, vittima della fame e della grande guerra. Un romanzo che presenta degli elementi di novità rispetto al neorealismo, come spiega il professore Lucio Giannone, docente di Letteratura Italiana Contemporanea all’Università del Salento e curatore della ristampa:

“De La Malapianta, spiega, esistono due stesure. La prima stesura, forse più legata alla corrente neorealista, fu poi rivista dalla stessa autrice che racconta di aver provveduto a limare una rappresentazione troppo realistica del sud, come le era stato suggerito da Elio Vittorini, lasciando spazio a una condizione più esistenzialista, più intima. Probabilmente, Rina Durante verrà influenzata nella seconda stesura da opere letterarie come La noia di Moravia e Il male oscuro di Berto e dai capolavori cinematografici di quegli anni firmati da Antonioni e Bergman, lasciando spazio a tematiche di tipo esistenziale come il disagio, l’incomunicabilità, l’alienazione, e la sofferenza che caratterizzano i personaggi dell’opera. E garantendo un elemento fortemente innovativo rispetto ai romanzi di quell’epoca: per la prima volta, infatti, queste caratteristiche e questi sentimenti vengono trasferiti dalla classe borghese alla classe contadina”.

I personaggi si spogliano e si mettono a nudo, pare quasi di conoscerli, ipnotizzano. E allora non riesci a smettere di sfogliare quel vecchio libro. Fra le mani, fotogrammi dal passato: sul retro di ogni immagine, i luoghi e le date sembrano quasi riaffiorare, una calligrafia timida ne coglie i particolari: “Melendugno, 1940, Lecce, 1944, Cannole, 1943”. Rina Durante ti guida in questo viaggio e ti porta a ritrovare un Salento lontano. Così, le immagini scorrono, una dopo l’altra, raccontano i cambiamenti, ti parlano di colori e profumi che ormai anche tu, come Giulia, fai fatica a riconoscere.

“Finalmente la piazza deserta fu invasa dallo sferragliare della corriera. Fu un lungo viaggio, reso interminabile dalle numerose soste nei paesi. Giulia guardò sfilare le campagne sempre colle stesse gobbe affioranti, biancastre, nella luce illividita dell’alba, e cogli stessi ulivi in preda al delirio, e i muretti di confine snodarsi come grigi serpenti fra i campi bruciati dal vento. I suoi occhi ricordavano le cose viste da bambina durante quel viaggio in carrozza, ma, forse per via della velocità, non le sembravano più le stesse. Finì che non si raccapezzò più e giunse a Lecce disorientata”.

Alla fine del romanzo, però, resta un po’ d’amaro in bocca. Un Salento lontano, eppure così immobile, un Salento con le contraddizioni di sempre, quella malapianta così difficile da estirpare. È una lunga sequenza scandita dal ritmo del tempo e le cose non sono più le stesse, nemmeno dietro quel finestrino di una corriera di provincia.

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