Il brusco risveglio del Salento da cartolina

Presidente: “ Sulla Puglia cosa sa?”
Carmine Schiavone: “Anche sulla Puglia parlavamo; c’erano discariche nelle quali si scaricavano sostanze che venivano da fuori, in base a discorsi che facevamo negli anni fino al 1990-1991”
Presidente: “ In quali aree della Puglia, a sua conoscenza?”
Carmine Schiavone: “A mia conoscenza personale nel Salento ma sentivo parlare anche delle province di Bari e Foggia”

Carmine Schiavone, pentito eccellente del clan camorrista dei Casalesi, parlava della provincia di Lecce come zona inserita nel business dello smaltimento illegale di rifiuti tossici che arricchì la criminalità organizzata campana dagli anni ’80 in poi. Lo diceva nel 1997 durante una deposizione rilasciata davanti alla commissione parlamentare sul traffico di rifiuti. Una dichiarazione rimasta segreta sino al 31 ottobre 2013, quando, su richiesta del Movimento 5 Stelle, il Presidente della Camera Laura Boldrini ha deciso di desecretare il contenuto del verbale. Il vaso di Pandora era scoperchiato e nel Salento scattava l’allarme. Dove sono queste discariche abusive di cui parlava Schiavone? Dove sono stati interrati i veleni?

Paura e confusione erano i sentimenti dominanti nei giorni successivi alla diffusione delle dichiarazioni di Schiavone. Sui social network nascevano i primi gruppi per chiedere la localizzazione e la bonifica dei siti inquinati. Le dichiarazioni dei politici locali si moltiplicavano. Chiarezza era la parola d’ordine. Ma a buttare acqua sul fuoco interveniva il Procuratore Capo Cataldo Motta, che considerava “senza fondamento, generiche e prive di riscontro” le dichiarazioni di Schiavone sui rifiuti nel Salento. “Non corriamo dietro ai fantasmi” chiosava il Procuratore, e nessuna indagine partì dopo le parole del superpentito. Eppure il fantasma di vecchie dichiarazioni, alle quali in passato l’opinione pubblica non prestò particolare attenzione, tornava d’attualità. Parole di Silvano Galati, boss della Scu sino al 2005 e poi diventato collaboratore di giustizia, che in una vecchia deposizione Galati indicava una zona tra Casarano, Supersano e Cutrofiano come “cimitero di rifiuti”. Un’area vastissima già finita sotto la lente d’ingrandimento della Procura ma che non è mai stata sequestrata ne bonificata.

Alessano (Paride de Carlo)

Il metodo utilizzato per questo smaltimento illecito era semplice, come spiegato dallo stesso Cataldo Motta nel 2008 davanti alla commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti. Negli anni 90, con l’aiuto di un escavatore, Galati e due suoi complici avrebbero interrato nelle campagne scarpe, pelli e altri scarti provenienti dall’industria conciaria e calzaturiera. Un settore, questo, che rappresentava il fiore all’occhiello dell’economia salentina di quegli anni. La produzione marciava a ritmi incessanti, di pari passo agli scarti che comportava. Alcune aziende, per risparmiare i costi di uno smaltimento legale, avrebbero stretto un patto d’acciaio con la criminalità organizzata locale, di cui Galati era uomo di spicco. Durante le indagini gli inquirenti scoprirono che queste ditte erano addirittura sprovviste dei registri che avrebbero dovuto certificare lo smaltimento. Semplicemente la voce rifiuti non esisteva all’interno dell’economia aziendale.

Cosi il ciclo dei rifiuti delle ditte passava nelle mani degli uomini di Galati che avrebbero provveduto ad interrare gli scarti nelle campagne. La “Serra di Coelimanna”, contrada “Li belli”, tra Supersano e Casarano, sono alcune delle aree in cui il pentito ha raccontato agli inquirenti di aver smaltito illegalmente questi rifiuti. E proprio in questi luoghi la Procura effettuò dei rilievi sul suolo che avrebbero presentato dei livelli fuori norma di Cromo e Berillio, due pericolosi metalli pesanti. Anche sulla spinta di incalzanti indagini giornalistiche la Procura decise di aprire un fascicolo contro ignoti per smaltimento illecito di rifiuti e di dare il via ad una serie di controlli aerei, tramite l’utilizzo di speciali elicotteri, sulle 18 aree ritenute a rischio. Si tratterebbe di una zona ampia 10 chilometri, tra i comuni di Casarano, Cutrofiano, Collepasso e Supersano. Saranno utilizzate le stesse competenze e strumentazioni usate per la Terra dei Fuochi.

Ma i prelievi della Procura non sono gli unici a destare allarme. Nei giorni in cui la vicenda dei rifiuti tossici prendeva corpo 20centesimi riportava l’esistenza di Monit H2O, un monitoraggio della falda acquifera di Casarano e Ugento svoltosi tra il 2007 e il 2010, finanziato dalla Comunità Europea in compartecipazione con la Provincia di Lecce. Il progetto riportava dettagliatamente una cartina dei due paesi con i pozzi interessati dalle analisi. I risultati che uscirono fuori dai campionamenti erano preoccupanti. Nello specifico a Casarano un pozzo presentava livelli fuori norma di zinco, nichel, boro, ferro, cromo e benzo(a)pirene. A Ugento la situazione era ancora peggiore. 6 pozzi analizzati evidenziavano una elevata presenza di nichel, boro, benzo(a)pirene e del temibile cromo esavalente. In un pozzo era stato trovato del tricloroetilene, una sostanza cancerogena in grado di provocare alterazioni genetiche. Dopo la pubblicazione del nostro articolo furono disattivati i portali di accesso alle analisi di entrambi i paesi e sulla vicenda è sceso il silenzio. Ancora oggi, dopo alcuni anni dalle prime rilevazioni, l’Arpa non si è pronunciata sulla validità e quindi pericolosità delle analisi di Monit H2O.

Campagna tra Tricase e Alessano (Paride de Carlo)

Come scritto il legame tra Sacra Corona Unita e imprenditoria senza scrupoli ha giocato un ruolo importante in questa storia. Ma c’è dell’altro. Ad esempio ci sono quelle cave trasformate in discariche che, tra gli anni 80 e 90, furono riempite di rifiuti solidi urbani e veleni di ogni tipo. E’ questo il secondo filone della vicenda rifiuti tossici in provincia di Lecce, che sposta il suo epicentro nel sud-est salentino. Tutto nasce da una puntata della trasmissione televisiva L’Indiano andata in onda il 21 novembre scorso, in cui la giornalista Tiziana Colluto intervistava un operaio che lavorò in una delle tre cave trasformate in discarica di contrada “Le Matine”, nella zona compresa tra Alessano, Corsano, Tiggiano e Tricase. Si tratta di un pezzo di Salento mozzafiato, tra distese di ulivi e muretti a secco, cosi bello da aver conquistato l’attrice premio oscar Helen Mirren, che nei pressi della contrada ha acquistato una abitazione dove risiede nei periodi di relax.

Nell’intervista de L’Indiano l’uomo affermava che nella cava di Alessano veniva gettato di tutto: la mattina, dalle 11.00 alle 12.00, si conferivano i rifiuti solidi urbani, per i quali la discarica era autorizzata. Durante la notte, quando calava il buio, venivano gettati rifiuti speciali, come amianto o quelli provenienti dalle aziende calzaturiere e ospedaliere. Negli anni 80 la cava in questione riceveva i rifiuti di 12 paesi del Sud Salento ed era sprovvista di qualsiasi mezzo di impermeabilizzazione del percolato. Non era stato previsto neanche un telo per proteggere il suolo dall’assorbimento dei veleni. Ma in quel periodo era la prassi. Non esistendo un sistema di raccolta differenziata e dovendo a fare i conti con grossi quantitativi di rifiuti le amministrazioni utilizzavano le cave private. Molto spesso erano gli stessi proprietari, fiutando il business, a proporre ai comuni l’utilizzo del proprio terreno per il conferimento dei rifiuti. Era tutto lecito. Lo prevedeva l’articolo 12 del decreto del Presidente della Repubblica 915/82, che permetteva alle amministrazioni di emettere delle ordinanze contingibili e urgenti e quindi di saltare la normativa nazionale, permettendo di trovare dei siti straordinari per lo smaltimento. Straordinari e completamente privi di ogni forma di sicurezza ambientale. Nel Salento di cave cosi, mai bonificate, ce ne sono tantissime.

Sulle cave de “Le Matine” il quadro è ancora più preoccupante perché si trovano sul tracciato della 275, la nuova strada a quattro corsie che dovrebbe collegare Maglie a Leuca e che potrebbe seppellire per sempre i veleni interrati. Dopo queste rivelazioni il primo a muoversi fu il sindaco di Tiggiano, Ippazio Morciano, che assicurò controlli sulla falda acquifera della zona. Nel frattempo anche la Corte dei Conti, che stava svolgendo dei controlli di natura contabile sul tracciato della strada, segnalò il sito alla Procura di Lecce. Cinque mesi dopo, su ordine del pm Elsa Valeria Mignone, arrivarono le ruspe guidate dalla Guardia di Finanza ed erano sottoposti a sequestro i 6mila e 400 metri quadrati dell’area. Discarica abusiva ed omessa bonifica sono le ipotesi di reato. Le parole dell’ex operario trovarono cosi riscontro. I mezzi meccanici tirarono fuori di tutto dalla pancia della cava: da batterie esauste a pelli trattate dal settore calzaturiero. Ma la preoccupazione più grande sarebbe arrivata il giorno dopo, il 5 aprile, quando il Comune di Tiggiano rese note i risultati delle analisi sulla falda acquifera in contrada “Le Matine”, precedentemente commissionate ad un laboratorio privato. Diossina fu la sostanza presente in tutti campionamenti, in un caso superiore anche di quattro volte il limite consentito. Dopo un vertice in Provincia l’allarme rientrò in quanto emerse che in fase d’esame furono utilizzati dei parametri diversi, e che quindi gli sforamenti dei valori registrati in due pozzi erano in realtà da considerarsi in regola.

Ma i rilevamenti in contrada “Le Matine” hanno funzionato un po’ come la pioggia di inizio autunno. Le segnalazioni di discariche non bonificate sono cominciate a sbucare come funghi. Lunedì 14 aprile gli scavi ordinati dalla Procura riprendono in un area di Tricase, in quella che, anche qui, sarebbe dovuta essere una cava adibita a discarica di rifiuti solidi urbani e che invece era diventata un pozzo senza fondo di ogni tipo di scarto industriale. Mentre i mezzi meccanici estraevano dalla terra di Tricase montagne di pellame trattato chimicamente, a pochi chilometri, tra Patù e Castrignano, le ruspe guidate dal Noe scavano in un giardino di una villa privata in seguito ad una altra segnalazione. La scena è sempre la stessa: cumuli di rifiuti contenenti gomma, plastica, colla e pellame emergono da sotto terra. Le immagini di questo video parlano da sole:

In questa oscura vicenda una cosa sembra certa: la camorra e Schiavone non c’entrano niente. Qui i veleni sono stati interrati da rappresentanti locali della criminalità organizzata. Come locali sono le aziende che con questi malavitosi hanno stretto dei patti per lo smaltimento illegale di rifiuti. Locali sono le amministrazioni che sono rimaste inerti. E locali sono anche gli occhi che hanno visto e le bocche che hanno preferito rimanere chiuse. A tutto si aggiunge quella che sembra una inquietante coincidenza: molte delle discariche avvelenate da rifiuti industriali e ospedalieri si trovano sul tracciato di quella che sarà la nuova strada statale 275. Le parole di Schiavone sono state utili per scoperchiare il vaso di Pandora, e per capire che il mostro è da cercare in casa nostra.

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