“Così muoiono i figli della Lupa”. Lecce fa i conti con la povertà

Foto Paride de Carlo

“La vita della città appare frizzante e piacevole. Sembra di trovarsi in una ricca città di provincia in cui tutti vestono benissimo, hanno auto scintillanti, ogni minorenne la propria Vespa e, la domenica mattina, tutti a comprare pasterelle, torte gelati. In realtà, questo benessere è apparente. A Lecce prosperano le finanziarie che, a interessi altissimi, prestano denaro, non già per riconversioni industriali o per avviamenti artigianali, ma per la festa della prima comunione, l’abito delle nozze o la motocicletta per la stagione estiva”.

Pier Vittorio Tondelli, Un weekend postmoderno, 1991

“Che cosa le serve?” chiede una volontaria. “Tutto” risponde una donna tenendo per mano un bambino. Seduta su una sedia di legno un’anziana impreca contro la solitudine mentre guarda l’orologio. In un angolo un giovane padre tiene sulle spalle il figlio. Nella sala d’attesa del centro Caritas della parrocchia di San Pio X di Lecce è un brulicare di persone: sono venute a ritirare il pacco di viveri che l’associazione ecclesiastica distribuisce alle persone bisognose della città. Mi trovo qui per incontrare Fulvia, una operatrice sociale che mi riceve in una stanza bianca, illuminata dal neon. “Quest’anno abbiamo assistito 180 famiglie. Un numero in netto aumento rispetto agli anni scorsi” afferma sfogliando le numerose schede che tiene sulla scrivania. Ogni scheda un “caso”. A Lecce, secondo l’ultimo rapporto Caritas, circa un quarto dei cittadini vive in forte disagio economico. Molte famiglie ritirano il pacco ogni settimana. Per i più poveri le cinque mense della Caritas servono 400 pasti al giorno.

Un tempo alla Caritas andavano i barboni, gli immigrati, le persone “ai margini”. Oggi c’è un parte di quello che era il ceto medio. Persone che si ritenevano al sicuro e che invece la crisi ha scaraventato in una condizione di bisogno. Un licenziamento, la chiusura del negozio di famiglia a cui segue spesso l’incrinarsi dei rapporti umani e affettivi, spesso il divorzio. E la vita cambia. Così è stato per molti leccesi per i quali non è facile accettarsi come bisognosi. “Fuori dall’orario di consegna dei viveri – racconta Fulvia – per non farsi vedere, viene un impiegato di banca. Parla solo con il parroco. Nel suo ambiente non può mostrare di essere in difficoltà economica. Spesso, poi, persone appartenenti a parrocchie che si trovano in quartieri benestanti vengono qui a ritirare il pacco di viveri”. Si sceglie di andare alla Caritas di San Pio e non a quella vicino casa perché un conto è essere povero tra gli sconosciuti, un altro è farsi riconoscere come tale dalle persone con cui condividi il condominio.

Ma non sempre chi si rivolge alla Caritas ha bisogno di “tutto”. La differenza tra i “poveri” e i “nuovi poveri” gli operatori Caritas la descrivono anche così. I secondi alla domanda: “Che cosa le serve?” mostrano solo una bolletta da pagare o scelgono alcuni tra i generi alimentari che l’istituto mette a disposizione, rifiutando ad esempio la pasta o il riso, preferendo biscotti e scatolette. Può accadere, ed è accaduto, che qualcuno si rivolga alla Caritas per cibo e bollette e poi si faccia vedere in giro con un nuovo paio di Hogan.

In fila per la “Mensa dei Poveri” in viale Ugo Foscolo. Foto Paride de Carlo

Insomma, anche dalle parti della (quanto mai presunta) “Lecce bene” la crisi economica si fa sentire. Ma è più difficile da raccontare attraverso storie narrate in prima persona. Me ne rendo conto quando mi reco alla parrocchia “Sant’Antonio a Fulgenzio” per incontrare Don Salvatore. La sua parrocchia si trova nel quartiere Mazzini, fino a pochi anni fa il cuore economico della città. Con Don Salvatore avevo un accordo di massima per incontrare un professionista, un tempo benestante e oggi scivolato in condizioni di difficoltà. Ma alla fine l’incontro non è avvenuto. Nonostante la garanzia dell’anonimato l’uomo si è rifiutato di raccontare la sua storia. “Non farmi parlare di quello che sto passando altrimenti mi viene voglia di suicidarmi”, queste sono le parole che la persona che dovevo incontrare ha detto a don Salvatore.

“Quando vengono in chiesa per la messa domenicale indossano vestiti firmati, ma quando poi entri nelle loro case la povertà la vedi” dice il parroco. Non solo. I “nuovi poveri” non si recano ai centri ascolto della Caritas come fanno gli altri. Privatamente si rivolgono al parroco, e solo a lui. Gli chiedono aiuto ma allo stesso tempo sono ossessionati dalla riservatezza, dal tenersi lontano dagli occhi e dal giudizio di una città in cui l’indigenza è ancora uno stigma. E forse sarà proprio per questo suo carattere poco avvezzo a trattare col bisogno che la città di Lecce non ha una struttura comunale dedicata all’assistenza materiale delle persone che non ce la fanno. C’è solo la strada o la Caritas.

La mattina dopo vado alla Casa della Carità, una struttura della Caritas inaugurata a dicembre del 2012 in un immobile ceduto alla Curia dal famoso travestito leccese Antonio Lanzalonga, “La Mara”. In questo edificio le persone in difficoltà possono dormire, mangiare, farsi una doccia, ricevere consulenza medica e legale. Qui incontro don Attilio Mesagne, che dirige la Caritas leccese. Il sacerdote è un uomo dinamico, in poco tempo mi fa vedere tutte le stanze della struttura e mi parla della quotidianità di questa “trincea” scavata nel centro storico della città. Alla casa della Carità vengono stranieri e leccesi, operai ora disoccupati ma anche ex professionisti.

Osvaldo è uno di loro. Ha 62 anni, indossa una camicia un po’ consumata sul colletto e una elegante giacca spigata. Parla con voce perentoria, gesticola molto e usa un linguaggio forbito: “La dignità non me la toglierà mai nessuno. Ho insegnato in mezza Europa. A Monaco, Zurigo, Vienna” mi dice mentre gira lentamente un sigaro tra le dita. Era un professore di Lingua e letteratura tedesca e guadagnava 1.700 euro al mese. Per trent’anni ha insegnato in un istituto privato di Pesaro, poi dieci mesi fa la scuola è stata rilevata da un’altra società e lui si è trovato improvvisamente solo e senza lavoro. Quando chiamo all’Istituto dove lavorava, il segretario, che si ricorda di lui, mi conferma la sua storia. La moglie di Osvaldo è morta qualche anno prima, i suoi figli sono lontani per lavoro. A loro non vuole chiedere nulla e nulla vuol far sapere. Con i risparmi ha deciso di ritornare a Lecce, la sua città natale. Qui ha preso una stanza in affitto. Senza poter contare su nessun ammortizzatore sociale adesso si trova in un limbo: troppo vecchio per trovare lavoro in una nuova scuola, troppo giovane per l’età pensionabile. Per mangiare viene alla Casa della Carità perché “i soldi o li spendi per mangiare o per pagarti le bollette” mi dice.

In ogni parola di Osvaldo si sente tutta l’autorità che può avere un anziano docente, le sue parole fanno riflettere: “Non voglio essere definito povero, è una parola che non accetto. Io mi sento un trascurato. Perché dopo decenni di lavoro non possono abbandonarti così, in un momento di difficoltà. Sono tornato nella mia città per chiedere un po’ di aiuto. Ho chiesto cinque volte di essere ricevuto dal Sindaco, ho seguito tutte le procedure, ma non sono mai stato ascoltato. La politica non ha compreso la gravità della situazione in cui versano centinaia di leccesi, persone per bene che conservano la loro dignità ma non hanno un posto dove lavarsi, o sono costrette a vivere sotto i portici come i cani. Provo vergogna per questa situazione. I figli della Lupa stanno morendo, sono sull’orlo del suicidio. Lecce deve imparare a fare i conti con la povertà”.

Carlo Mazzotta, diacono e coordinatore della Casa della Carità, espone i numeri di questa emergenza: “La nostra struttura è adibita per il pernottamento di 23 persone ma la richiesta è troppa, sforiamo giornalmente fino a trenta. In un anno ci sono stati 9.152 pernottamenti e 20.144 pasti serviti a mensa. Abbiamo aperto da poco ma già non ce la facciamo più, c’è bisogno di un’altra struttura di accoglienza.”

Il ruolo della Caritas a Lecce è diventato di fatto quello di una istituzione parallela, di punto di riferimento – l’unico – per italiani e stranieri in difficoltà. Ed è anche l’unica fonte credibile per chi voglia toccare con mano la povertà in questa città, per riuscire a raccontarla attraverso le storie di chi la frequenta. Grazie a Fulvia, conosco Anna e Carlo, 51 anni lei, 53 lui.

Foto Paride de Carlo

Carlo ha lavorato per 15 anni come carpentiere qualificato in una ditta edile locale e guadagnava 1.600 euro al mese. Poi nel 2011 è arrivato il licenziamento per “riduzione del personale” a causa della grave crisi immobiliare che Lecce sta vivendo da qualche anno (nel secondo trimestre del 2012 i dati dell’Agenzia del Territorio evidenziavano un calo delle compravendite immobiliari del 44,1%). Per un anno ha goduto del sussidio di disoccupazione, poi per qualche mese ha trovato lavoro in Germania. Ciò gli ha permesso di portare a casa del denaro ma gli ha anche impedito di rientrare nelle liste che prevedono l’indennità di mobilità. Tornato dalla Germania, da un anno e mezzo non ha alcun reddito, si arrangia con qualche lavoro in nero e non gode di nessun ammortizzatore sociale. L’unico reddito di una famiglia che comprende anche due bambini di 9 e 11 anni è quello di Anna, che prende 500 euro al mese lavorando come badante per una persona anziana.

Vado a casa loro un sabato pomeriggio, quando i due bambini sono al catechismo. “Non voglio che sentano parlare di questa storia”, dice Anna al telefono. Sul tavolo del soggiorno c’è un faldone con tutte le bollette e i debiti che hanno da pagare. Solo di condominio c’è un arretrato di quasi 700 euro. “La maggior parte dei soldi che guadagno servono per l’affitto della casa. Dopo il licenziamento di mio marito la nostra vita è cambiata per sempre. Tutti i nostri progetti sono svaniti. Mangiamo grazie ai soldi che ci passano i parenti o con il cibo della Caritas. Ma quanto possiamo continuare in queste condizioni?” dice Anna. Nella stanza si respira una tensione altissima. Carlo è un uomo esasperato, che a malapena riesce a trattenere la rabbia. Con gli occhi sgranati afferma “Io ho perso la dignità. Che razza di padre è uno che non riesce a procurare il cibo per i propri figli? Ho cercato lavoro ovunque e mi sono rivolto a tutti, alla fine sono andato anche al Comune. Ci devono aiutare, almeno per l’affitto della casa. Perché io non so quanto potrò andare avanti, non voglio continuare a campare sulle spalle di mia sorella. Un giorno o l’altro finisco sui giornali”. Anna ha gli occhi lucidi, scuote la testa, turbata dalle parole che il marito pronuncia davanti ad una persona estranea.“Di solito non diciamo certe cose” mi dice con un filo di voce “ma siamo un po’ stanchi”.

Case popolari in Viale della Repubblica. Foto Paride de Carlo

Secondo l’ultimo rapporto della Caritas Lecce nel capoluogo una famiglia su quattro vive in uno stato di povertà. E la povertà nei nuclei familiari con minori è aumentata ancora di più. La nascita di un figlio è un fatto che può portare rapidamente dalla felicità all’impoverimento materiale. In queste condizioni il mutuo o le spese per l’istruzione diventano fardelli insostenibili. Il secondo reddito per una famiglia non è più un fondo di risparmio per permettersi un viaggio o una cena al ristorante, ma rappresenta la linea di confine tra la povertà e una dignitosa vita familiare. Ma c’è chi la linea di confine l’ha superata da tempo.

Antonio ha quasi 70 anni e vive in una casa popolare. Quando mi accoglie alla porta ha un viso stanco, la mano gli trema mentre tira su una sigaretta per portarla alla bocca. Il mobilio dell’abitazione è umile, nell’ingresso c’è un tavolino con un altarino e una foto in bianco e nero raffigurante una donna. La luce filtra da una finestra semichiusa. Il fumo di tabacco avvolge l’ambiente. Nelle credenze della cucina ci sono solo alimenti con il marchio Caritas. Ci sediamo e mi racconta di quando sono cominciati i problemi economici: “Ho sempre lavorato come cameriere fino a quando non mi è stata diagnosticata una malattia invalidante. Mi sentivo debolissimo e un giorno sono stato ricoverato. Per questi problemi di salute sono stato costretto a licenziarmi. Qualche tempo dopo mia moglie mi ha lasciato e lì sono cominciati i problemi seri. La perdita del mio stipendio, compensata solo in parte dalla pensione di invalidità, si univa alla perdita affettiva e a quella economica del secondo reddito di mia moglie. Allo stesso tempo dovevo mantenere due figli. Sono sprofondato nella solitudine”. Mentre parla Antonio si commuove spesso, non è facile restare indifferenti. Adesso prende una pensione di anzianità di 400 euro. Con questi soldi deve mantenere un figlio disoccupato di quasi trent’anni che non riesce a trovare lavoro. “Per qualche mese è stata con me anche mia figlia e mio nipote. Aveva avuto degli screzi con il compagno ed era tornata a casa. Economicamente eravamo al collasso”.

La condizione di Antonio è simile a quella in cui versano tanti pensionati: lungi dall’aver raggiunto la serenità della vecchiaia, si trovano a dover mantenere con le loro pensioni i figli travolti da una disoccupazione dilagante. Sono ammortizzatori sociali viventi. Quando ce la fanno. In casa di Antonio sono intrecciate le sventure di due generazioni. Padre e figlio. Vecchio e giovane. Il primo preoccupato per il futuro del suo ragazzo, il secondo che un futuro ha difficoltà anche solo ad immaginarselo.

Basta dare una occhiata ai numeri. Per i giovani dai 25 ai 34 anni in Provincia di Lecce il tasso di disoccupazione si attesta al 31,6%, una cifra superiore del 3,6% rispetto al dato regionale e del 13,9% rispetto a quello nazionale. Alla fine della conversazione saluto Antonio e mi dirigo verso l’uscita. Lui mi trattiene per un braccio, mi guarda fisso negli occhi e mi dice: “Trovami un posto di lavoro per mio figlio”. Fino ad allora nessuno mi aveva mai supplicato ed è orribile la sensazione di impotenza che si prova. Sulla via per il ritorno passeggio tra i palazzi del centro storico. Incrocio una comitiva di turisti giapponesi che armati di ombrellino guardano compiaciuti la bellezza di Santa Croce. Prendo la stradina che porta a Piazza Sant’Oronzo. C’è un bel silenzio, su cui picchettano i tacchi di una ragazza vestita con un tubino nero. Un uomo passeggia in compagnia del suo golden retriever. Supero la Feltrinelli e arrivo in piazza, illuminata dal sole ormai alto. Quant’è bella Lecce. Una bellezza che confonde e nasconde. Come hanno imparato quei “figli della Lupa che stanno morendo”.

* Osvaldo, Anna, Carlo e Antonio sono nomi di fantasia.

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One thought on ““Così muoiono i figli della Lupa”. Lecce fa i conti con la povertà

  1. Questo articolo ha vinto il Premio Giornalistico Maurizio Rampino 2014 nella categoria "miglior reportage (foto e testo)".

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