Lo scon-Fitto va in letargo al Parlamento Europeo

È vero, come scrive Francesco Gioffredi sul suo blog, che Forza Italia è una creatura a due teste nella quale l’appeal degli uomini che lavorano al complesso marketing politico berlusconiano (che dà frutti soprattutto nelle gradi aree urbane) convive con l’anima “pesante” del partito dei notabili di marca democristiana e socialista (che opera e dà risultati soprattutto nelle province, in particolare al Sud). Quello che mi appare un po’ sovradimensionato, non da Gioffredi ma dalla stampa italiana in generale, è il conflitto che si sarebbe scatenato tra queste due anime di Forza Italia per spartirsi le spoglie (e il potere) di Berlusconi. Per alcuni motivi.

Intanto Berlusconi è sì in declino ma è tutt’altro che prossimo alla fine (politica). È tramontata ogni sua speranza “espansiva”, per così dire. Ma la sua leadership è ancora necessaria soprattutto alla luce dei prossimi avvenimenti che lo coinvolgeranno personalmente. Il confino ai domiciliari o le sue opere ai servizi sociali saranno trasformate – lo possiamo immaginare – in potenti messaggi di propaganda nei confronti del suo elettorato storico. Grazie al solito controllo di buona parte dei media televisivi e delle riviste popolari Berlusconi saprà costruire una storia in grado di consolidare ulteriormente il suo consenso personale, che è collocato in categorie sociali* raggiungibili con la tv nelle grandi città, con il politico “di prossimità” nei paesini e nelle province italiane.

La potenza della carta “Silvio” (inteso come prodotto di marketing politico e relativi canali di diffusione dello stesso) rappresenta il vero “quid” di Forza Italia oltre che quel “mastice” che tiene insieme le due anime in un rapporto di complementarietà. Per questo la leadership di Berlusconi, soprattutto alla luce dei prossimi avvenimenti, è ancora una leadership necessaria. Senza il suo corpo, la sua storia, le sue avventure e sventure, le due anime di Forza Italia sarebbero, ciascuna a suo modo, svuotate di senso.

Il simbolo di Forza Italia per le Europee 2014, alle quali Berlusconi non sarà candidato

Questo non vuol dire che Silvio Berlusconi sarà eterno. Ma accredita di molto la possibilità della discesa in campo di una figlia – o di un figlio. La continuazione della “saga” – da individuale a familiare – di cui si sono nutriti milioni e milioni di italiani per tanti anni, da una parte o dall’altra della barricata, è una opportunità ghiottissima non solo per riuscire a conservare il potere accumulato finora ma addirittura per passare dalla declinante fase attuale a una nuova fase espansiva. Qualcosa di simile sta succedendo in Francia con i Le Pen, che hanno molto meno potere mediatico dei Berlusconi. Perché non potrebbe accadere anche qui? Attenzione:  è una occasione non solo per i Berlusconi intesi come famiglia ma per l’intera Forza Italia come partito.

In tutto ciò Raffaele Fitto? Parliamo del capofila, o presunto tale, dell’anima “pesante” del partito, quella abituata a conquistare voti nelle periferie, in provincia, nei paesini della Puglia, ad esprimere sindaci e amministratori comunali e regionali, a tessere rapporti di dipendenza/prossimità con piccole e medie imprese nei territori, a volte di natura clientelare. Se con il suo marcato accento salentino non scalfito dalla lunga permanenza romana, Fitto diventasse il leader di Forza Italia e si affermasse un “modello-Fitto” (o Scajola o Vedini) il partito ne uscirebbe ridimensionato nella sua capacità di narrazione nei confronti del suo elettorato storico.

Si avrebbe un grande partito di portatori di voti spogliati di ogni capacità di persuasione nei confronti di un elettorato più ampio del proprio orticello. Si avrebbero feudatari in perenne lotta a colpi di preferenze (i fittiani chiamano ciò “meritocrazia”) e perennemente in bilico tra politica, clientelismo e indagini giudiziarie. Invece su un livello nazionale la politica, nel caso di Forza Italia quel tutt’uno tra le due anime che è necessario per costruire un messaggio chiaro e diffonderlo capillarmente, è fondamentale. E anche su un livello regionale: due sconfitte di Fitto (2005 e 2010) alle regionali in Puglia dicono questo.

Con la candidatura alle elezioni europee Fitto ha ottenuto nient’altro che la possibilità di continuare a giocare un ruolo di primo piano in Forza Italia, ma lontano da Roma. Nella capitale Fitto ha capito che il suo modello di partito non ha speranza e che lui non sarà mai il leader nazionale di Forza Italia perché di fronte a lui non c’è Toti ma Berlusconi, e la sua famiglia, in persona.

A Bruxelles diventerà il capodelegazione di Forza Italia, avrà la possibilità di stringere rapporti più stretti con i suoi colleghi del Ppe e osservare l’evolversi dello scenario politico nazionale da una posizione di sicurezza, continuando, attraverso i suoi uomini, a curare il suo feudo in Puglia. La guerra senza quartiere contro gli alfaniani pugliesi di questi giorni dice che Fitto è ancora un leader profondamente locale. E la candidatura di Paolo Perrone alle prossime regionali, nei suoi piani, dovrà essere la ciliegina sulla torta grazie alla quale assicurarsi un futuro. Qualunque cosa accada.

* Alle elezioni politiche del 2013 il Pdl ha preso il 21,6 per cento dei voti totali. Tra le casalinghe il consenso è stato del 32,6 per cento, tra i disoccupati del 26,5. Alte (in relazione al tracollo subito dai partiti “tradizionali” Pd-Pdl) anche le percentuali di consenso espresse per il Pdl da anziani oltre i 65 anni, 26,6 per cento e 30,40enni 23,8. (Dati riportati in “Un salto nel voto” di Ilvo Diamanti, forniti da Osservatorio elettorale La Polis – Università di Urbino).

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