Renata Fonte ha ancora tanto da insegnare

Ti si riempie il cuore: ci sono i bambini delle scuole elementari sul palco di Piazza Salandra a Nardò. Stanno recitando i testi preparati in classe sulla loro concittadina Renata Fonte, assassinata il 31 marzo 1984 dalla mafia su mandato di “quell’ignobile fauna di pseudo industriali, possidenti, imprenditori edili e benestanti” rimasta ad oggi senza nome. I bambini Ripetono “legalità”, “difesa della bellezza”, “cultura”, “lotta alla mafia”, “lottare contro chi pensa solo ai propri interessi”. Uno di loro dice, leggendo una sua lettera a Don Pino Puglisi (le vittime innocenti di mafia sono il loro grande pantheon), “forse non avrò il tuo coraggio ma da grande voglio essere un cittadino onesto e consapevole”. Guardandoli da sotto al palco si sente sulla pelle la potenza che acquistano parole e concetti come questi quando escono dalla bocca di bambini di sette, otto anni.

E poi, dietro l’impostazione della voce, la precisione nello scandire le parole, si intuisce il lavoro fatto dalle maestre per preparare questo appuntamento. Se vedi un bimbo che dal palco urla contro il malaffare, con tutti i suoi compagni dietro a reggere un cartellone con Porto Selvaggio disegnato con i pennarelli, comprendi perché quando si vogliono colpire i valori della solidarietà, della cultura o disgregare una comunità, si colpiscono gli insegnanti, si svilisce il loro ruolo. Li si rende precari e insoddisfatti. Renata Fonte era una di loro, una maestra. E questo pomeriggio si vede quanto ciò sia stato importante in relazione alla sua tragica vicenda. Era una che ogni giorno sentiva il dovere di insegnare ai bambini a stare al mondo. E ancora oggi ciò che resta immortale, più di tutto, è la sua capacità di insegnare. È un flusso ininterrotto, qualcosa che dà speranza.

Ma i bambini sembrano un po’ urlare nel deserto. Davanti a loro hanno i genitori, qualche gruppo venuto da fuori città. Quello che accade, a livello di partecipazione, è molto lontano dal poter essere definito un momento di riscossa civile di una bellissima cittadina sfregiata da un barbaro omicidio di mafia. La presenza dei cittadini di Nardò è tutto sommato modesta. Tanto che Don Luigi Ciotti (Libera e le scuole hanno organizzato le celebrazioni per il ricordo di Renata Fonte, con il Comune e l’Agesci) dal palco chiede a Dio di “dargli una pedata”, a Nardò. Per svegliarla dal suo destino di città che ha bisogno periodicamente di eroi civili, di gente che si ribelli all’ineluttabile, all’indifferenza, alla furbizia perpetrata sul bisogno e sull’ignoranza.

Il trentennale dalla morte di Renata Fonte è passato così, un po’ in sordina. Nonostante la sua figura sia stata importante per l’affermazione di valori che nel Salento oggi sono sulla bocca di tutti: la difesa del paesaggio, della natura del Salento, delle sue coste. Sono valori condivisi dai partiti politici, dai sindaci, dai presidenti di Regione e Provincia, dai responsabili di sindacati e associazioni, da qualunque tizio si trovi a rispondere a una intervista sul futuro del Salento. Eppure ad onorare chi li ha difesi a costo della vita ieri erano in pochi.

Dopo la manifestazione dei ragazzi le celebrazioni in ricordo di Renata Fonte sono continuate con la messa in cattedrale. Poi nel piccolo teatro cittadino, alla presenza di Giancarlo Caselli, cofondatore di Libera, c’è stato un breve dibattito. Lì Viviana, una delle figlie di Renata Fonte, per onorare la memoria della madre nel migliore dei modi, ha letto una lettera scritta da ragazzi di un liceo classico di Perugia che hanno dedicato di recente una giornata di riflessione a Renata Fonte. Nella lettera c’è scritto:

“[…] Ancora non capiamo che chiudendoci nella bambagia, nell’intorpidimento, non troviamo la nostra essenza ma il più basso dei luoghi. E col sorriso stampato sul volto siamo convinti di essere immortali, onnipotenti, ubiqui, di conoscere noi stessi, senza comprendere che la verità è fuori. Siamo talmente presi e convinti di ciò, da ignorare che il lato oscuro della luna è quello dove c’è più luce. Come possiamo gioire della nostra esistenza senza guardare in grande e realizzare di essere parte dell’infinito? Quando finalmente capiremo di essere belli perché ognuno di noi rappresenta una piccola parte di una bellezza più grande? Quando guardiamo fuori dal finestrino del pullman in realtà guardiamo noi stessi. O meglio: è come se tutta la natura si specchiasse. È lecito dunque indignarsi quando la natura viene oltraggiata e sfruttata poiché è come se venissimo sfruttati noi stessi. Lei, cara maestra, intuisce sicuramente che mi riferisco alla natura che lei ha così strenuamente difeso. Alla terra che senza il suo grido ora sarebbe incrostata del cemento sporco della mafia. Al mare, le cui onde sarebbero state percosse dai remi della violenza. Lei ha impedito che la voce della bellezza venisse messa a tacere. La voce del mare cristallino di Porto Selvaggio, la voce delle rocce e degli scogli accarezzati dalla spuma dello Ionio, la voce dell’imponente torre che troneggia silenziosa dalla vicina scogliera. Lei ha reso tutto questo un’oasi protetta e l’ha strappata alla speculazione edilizia che la mafia aveva programmato. Purtroppo alla mafia non piace che le proprie discussioni vengano messe in discussione, soprattutto da una donna. Donna di cui il Salento dovrebbe essere orgoglioso, donna che non doveva essere superiore per la sua nobile causa, che non credeva di esserlo. Ma convinta di agire per qualcosa che dovrebbe essere ineludibile come la giustizia. La mafia non ammetterà mai che esiste la bellezza e che essa quando è riferita alla società si chiama legalità. Perché oggi con la legalità si fanno pochi soldi. E pochi soldi portano poco onore. Lei, maestra Renata, sapeva bene a cosa andava incontro opponendosi a questo meccanismo. Ma, ritenendo di essere nel giusto non ha interrotto spaventata la sua lotta. Anzi, ha permesso che la verità superasse la morte. È proprio per questo che io ora posso scriverle in rappresentanza di tutti gli scolari che lei ha formato con lezioni di onestà e di coraggio , perché nel fruscìo delle foglie dell’oasi di Porto Selvaggio, nello sciabordio del mare sulle grotte, nei tonfi sordi dei passi dei turisti, c’è la sua voce, la voce di Renata Fonte. Questa voce non verrà dimenticata perché noi giovani possiamo renderla immortale e collocare un ulteriore tassello alla lotta antimafia. Sempre ricordando che sono proprio le cose che spesso ignoriamo, o che ci sembrano di poco conto, che contribuiscono a rendere il tutto più reale e a rinforzarci dando l’esempio e la motivazione a cercare la bellezza, la verità, la giustizia. Ora la lascio al suo riposo, ma sappia che noi, come lei, stiamo combattendo e combatteremo quel maledetto cancro che invadendo il mondo corrode ognuno di noi. Sul suo esempio noi non lasceremo che la mafia uccida la bellezza. Perché noi tutti, insieme a lei, maestra, siamo la bellezza”.

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