“Le carotte ci suntu ‘ncora”. Essere ciechi a Lecce

 “Niente, è come se stessi in mezzo a una nebbia, è come se fossi caduto in un mare di latte, Ma la cecità non è così, disse l’altro, la cecità dicono sia nera, Invece io vedo tutto bianco” 

                                                                                                                                   (Cecità, Josè Saramago)

“Sono intrappolato in una macchina, completamente ricoperta di terra e polvere, come se fossi nel bel mezzo di una tempesta di sabbia africana. È questa la mia cecità, è questo quello che vedo. Solo terra”. Il signor Luigi Pranzo si ferma, mi guarda negli occhi, riflette e prova a spiegarmi quello che vede, tutti i giorni, ormai da 20 anni. È diventato cieco all’età di 55, dopo dodici interventi non andati a buon fine, da normovedente a ipovedente, fino alla cecità completa. Oggi di anni ne ha 75, Luigi. Cammino con lui per le stradine di Lecce, dal centro storico alla periferia, per capire quali sono le barriere architettoniche e culturali che un non vedente deve affrontare tutti i giorni in questa città, le sue battaglie e i silenzi delle amministrazioni comunali.

Ore 11.00, Luigi mi dà appuntamento in Via Pappacoda, all’altezza dei Magazzini del Coco. Lo raggiungo e inizia a spiegarmi che quella è l’unica zona che percorre in maniera autonoma “ho ancora un ricordo, labile, del mio quartiere”, spiega. Mentre camminiamo si sfoga e racconta le contraddizioni che in tutti questi anni la città di Lecce si è portata dentro, a partire dalla commissione sanitaria che esamina un non vedente. “È assurdo, dice, che chi visiti il paziente non sia sempre un oculista, ma un medico con altra specializzazione”.

Via Sozy Carafa. Panettoni pericolosi e non tinteggiati

Ma le difficoltà maggiori sono nelle barriere architettoniche e mentali di questa città. Marciapiedi dissestati, ostacoli su spazi pedonali, panettoni non segnalati, come in Via Sozy Carafa, ad esempio. “Questi panettoni dovrebbero essere perlomeno tinteggiati di un altro colore, spiega, per consentire a un ipovedente di distinguerli dal manto stradale, ma l’amministrazione comunale se ne fotte”. E lo dice con rabbia. Mi racconta un po’ la sua vita, prima di diventare cieco Luigi aveva una compagnia teatrale, organizzavano piccoli spettacoli di cabaret, sketch comici della durata di venti minuti, provava insieme ad altri amici in uno spazio del centro sociale di Via Bari e confessa che in cuor suo vorrebbe rimettere insieme un gruppo di attori, gli manca un po’ quel mondo. E la stoffa del comico Luigi la sfodera di tanto in tanto durante la mattinata, ogni passo è un saluto ironico, una battuta sarcastica, un sorriso, e basta una parola per riconoscere l’amico o famigliare che incontra per strada.

Le buche che ricoprono l’intero marciapiede di Via Pozzuolo

La passeggiata continua, proseguiamo per Via Casavola e imbocchiamo Via Pozzuolo. Il marciapiede dove ci troviamo, quello che costeggia la villetta, sembra un campo minato. Luigi si ferma e spiega “vedi, qui ci sono delle transenne, per impedire il passaggio, perché il marciapiede è dissestato e pieno di buche”.

Guardo attentamente, ma di transenne nessuna traccia, glielo spiego, lui sorride, alza le mani al cielo e quasi divertito si lascia andare a un’esclamazione: “Sia ca lu sapia ieu, ehi! Ihhhhh, sorte nuescia…le carotte però nienzi nienzi ci sontu ncora, no?”. Le carotte ci suntu ncora, sì e sui marcipiedi della città non sono l’unico ostacolo per un non vedente, spazzatura che impedisce il passaggio (Via Pozzuolo), rami degli alberi troppo bassi, malgrado l’ordinanza emessa dal Sindaco che invita a tagliarli (Via Vanini), marciapiedi troppo stretti bloccati da automobili o motorini, escrementi come coriandoli ad abbellire il manto stradale, che Luigi, racconta divertito, porta a casa ogni giorno, “come testimonianza a mia moglie, per dimostrare lo scarso senso civico dei leccesi che vivono in questa piccola capitale della cultura”. E poi ancora, tavolini abusivi, pali qua e là e fioriere e altre suppellettili abbandonate sulla strada.

Escrementi come arredo urbano, preziosa testimonianza per la moglie del signor Luigi

Continuiamo a camminare, in alcuni punti il suo bastone non basta e così capita di inciampare. Dobbiamo attraversare, il Professore Lucio D’Arpe, suo amico e Presidente dell’associazione Difesa Diritti Onlus, ci aspetta per accompagnarci in centro. Arriviamo di fronte casa di Luigi, mi indica con il bastone la sua abitazione, mi dice, “vedi, io abito lì, ogni volta che esco, conto otto passi, poi batto con il bastone su quel palo, scendo dal marciapiede e resto in attesa del silenzio. Sì, il silenzio, aspetto quello per attraversare, faccio una preghiera e spero in un po’ di fortuna, quarche giurnu me stennane, però”. Luigi ride e ironizza sulla totale assenza di segnali acustici per gli attraversamenti pedonali, già perché quei pochi installati in città non funzionano. È un problema anche individuare gli attraversamenti, perché non sono segnalati, basterebbero dei mattoni di un materiale diverso per risolvere il problema (come previsto dall’art.6 della decreto legislativo 503/1996). Una volta individuato l’attraversamento diventa un pericolo passare dall’altra parte della strada. Inoltre, i segnali acustici funzionanti a Lecce sono a chiamata, del tutto inutili per un non vedente, è difficile capire dove è posizionato il pulsante e premerlo, ci dovrebbe essere un suono riconoscibile e continuo.

Paline intelligenti non accessibili. Viale XXV Luglio, Lecce

Aspettiamo il professore Lucio D’Arpe vicino alla fermata degli autobus. Nell’attesa Luigi mi racconta che il dramma e la mancanza più grande, forse, è proprio quella dell’assenza di sintesi vocale sui mezzi pubblici e in prossimità di una fermata. Autobus muti e paline intelligenti che si rifiutano di parlare. “Allora stai lì, aspetti. Quando senti il rumore dell’autobus, ti avvicini e sei a costretto a chiedere all’autista: “Scusi, che numero è?” finché non arriva quello giusto, sperando che non capiti l’autista medio leccese che è il più delle volte scocciato nel fornirti informazioni. “È mortificante per noi, è umiliante, dal comune non ci sono risposte. E quando sali è la stessa storia, linguaggio braille assente sui pulsantini, sintesi vocale non presente e allora si ricomincia “qual è la fermata? Dove devo scendere?”. Qualche volta, lo ammetto, mi sono perso, non mi vergogno, sono sceso alla fermata sbagliata pur di non chiedere, cercavo il mio barbiere ma non era lì e allora ho atteso il primo passante per chiedere dove mi trovassi. Lecce ti rende schiavo, poco autonomo”, spiega, perché non ci sono risorse, dicono dal Comune, e poca importa se il decreto legislativo 503/96 invita a mettere a norma e rendere accessibili spazi pubblici e mezzi di trasporto, attraversamenti pedonali e marciapiedi, di soldi da destinare all’accessibilità proprio non ce ne sono.

Il professore arriva, ci fa un cenno e saliamo in macchina. Durante il tragitto per andare in centro parliamo di cultura accessibile. Chissà se fino al 2019, viene da chiedersi, Lecce si sarà attrezzata e messa al pari di molte altre città in Italia, chissà se a Polistopia, il modello urbano e sociale incentrato sull’inclusione e l’accessibilità, presentato in occasione di Lecce 2019, un non vedente sarà libero di sedersi in un cinema, indossare un paio di cuffie e ascoltare l’audio commento che fornisce dettagli aggiuntivi rispetto ai dialoghi di un film, dove vengono descritti, ad esempio, stati d’animo, azioni, modalità di ripresa, paesaggi. Chissà se a Polistopia un non vedente sarà libero di sedersi in un ristorante ed essere servito dopo aver scelto il suo piatto da un menu scritto in Braille, libero di vedere una mostra, toccare colori e forme di un’opera e innamorarsi di un quadro. Forse le risorse verranno fuori, forse il sindaco e l’amministrazione comunale di Polistopia vestiranno i panni di Zio Paperone e saggi amministratori e saranno in grado di spalancare le porte della cultura a tutti, ma proprio tutti, anche ai 700 non vedenti presenti in Provincia, 250 circa dei quali solo su Lecce, iscritti all’Unione. Chissà.

Arriviamo su Viale XXV Luglio, all’altezza della Prefettura. Luigi vuole mostrarmi l’unico percorso tattile, costruito dai Lions Club Host (n.b., non risorse comunali) che esiste a Lecce.

I sei codici del linguaggio Loges
Ostacoli vari su percorso tattile. Arredamento urbano su Viale XXV Luglio

Un percorso interrotto, breve e ricoperto da ostacoli, un percorso che parte dalla Prefettura e percorre tutto Viale XXV luglio, passa per Viale Otranto fino ad arrivare alla stazione. Ha lo scopo, teorico, di favorire un non vedente, adottando i sei codici previsti dal linguaggio Loges (Linea di Orientamento, Guida e Sicurezza). È un sistema costituito da superfici dotate di rilievi studiati appositamente per essere percepiti sotto i piedi e il bastone, ma anche visivamente contrastate, da installare sul piano di calpestio, per consentire a non vedenti ed ipovedenti “l’orientamento e la riconoscibilità dei luoghi e delle fonti di pericolo”, come prescritto dalla normativa vigente (D.P.R. 503/1996, D.M. 236/1989, ecc.). Il linguaggio Loges a Lecce, però, non è di facile lettura, nemmeno per i non vedenti, oltre agli immancabili ostacoli posti qua e là, c’è un’assoluta mancanza di logica che lo contraddistingue. All’incrocio tra via Trinchese e Via XXV luglio, ad esempio, i codici si interrompono bruscamente per poi riprendere, conducendoti dritto dritto su un albero.

L’albero posto sul percorso tattile. Incrocio Via Trinchese, Viale XXV Luglio

La passeggiata e la chiacchierata continuano, spaziando su vari argomenti: dalle poste e dagli uffici pubblici non segnalati e non dotati di sintesi vocale, dove i tormentoni “qual è il numero, qual è la fila?” diventano la prassi per Luigi e gli altri non vedenti di Lecce, fino al paradosso di difensori civici che hanno uffici al Primo piano di edifici, ovviamente non accessibili.

Potrebbe continuare a parlare all’infinito Luigi, ma è arrivata l’ora di salutarlo. Mentre torno a casa, ripenso ai suoi racconti, alle sue parole e penso che un giorno a Polistopia sarà tutto più semplice. E forse si arriverà a capire la ragione di tutto questo, a capire che, in fondo, “siamo tutti ciechi, ciechi che vedono, ciechi che, pur vedendo, non vedono”. Il semaforo è verde, chiudo gli occhi e ascolto il silenzio, nessun segnale acustico in sottofondo. Li riapro e attraverso.

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