Sanremo, chi funziona e chi no dopo tre settimane. E fermate Fabio Fazio!


Il sipario sulla 64esima edizione del Festival di Sanremo si è chiuso da tre settimane e, con il beneplacito di tutti, è calato il buio più totale. Restano le rovine di una città saccheggiata dei suoi tesori più preziosi e pugnalata nella sua intima tradizione e popolare bellezza, echieggiano con debolezza gli strascichi musicali della disfatta. Un crollo su più fronti che ha visto capitolare il re distruttore, in fuga con un bottino di oltre un milione e duecentomila euro per gli ultimi due anni di disastrosa regnanza. Un “Rivendico la qualità” è lo slogan di chi non accetta lo sfacelo, mentre la minaccia di un meditato ritorno è racchiusa in un laconico “Ci penso”.

Fabio Fazio sembra intento a non cedere corona e trono, proprio come i famosi politici che prendono posto sulle loro lucrose e alte poltrone. Complice è il direttore di Rai Uno, Giancarlo Leone, inaspettatamente soddisfatto e propenso a riconfermare il conduttore genovese – per il terzo anno consecutivo – al comando della nave sanremese, nonostante la carcassa del relitto naufragato sia a tutt’oggi oggetto di analisi, critiche, proposte e retroscena. Leone guarda avanti e cerca di attirare l’interesse dei giovani lanciando su Twitter una campagna virtuale di raccolta di idee sotto l’hasthag #Sanremo2015, ma la polemica sulla gestione del Festival da poco concluso non si placa. Gli ascolti hanno subito, rispetto alla scorsa edizione, una flessione di 3,3 milioni di spettatori e di 7,9 punti percentuali di share. Un vero e proprio flop che ha messo in discussione il saldo in attivo, prontamente dichiarato dall’azienda pubblica. In relazione allo squilibrio costi-ricavi di Sanremo, la Corte dei Conti ha già denunciato per il triennio 2010-2012 un rosso pari a 20,1 milioni. Bruciano i conti in rosso di una televisione di Stato che fatica a tagliare le spese di produzione del suo evento di punta, e brucia la “Babilonia” della canzone italiana. La stessa che canta Diodato, giovane e talentuoso cantautore, il cui slancio di autentica bellezza è stato cementificato e seppellito da una valanga di bruttezza mista a noia.

La città eterna della musica italiana si è trasformata da tempio a discarica. I fiori di Sanremo sono stati fatti sparire, gli orchiestrali inscatolati in scure cavità, la competizione tra star della canzone sostituita da una passerella di figuranti travestiti da Big, l’internazionale eleganza di svolazzanti farfalline rimpiazzata da una stampella di colorita oralità su cui far sorreggere il buonismo sinistroide e il gusto discutibile di un conduttore né simpatico né coinvolgente, di sicuro più adatto alla chiacchierata preserale tra amici. La rivoluzione è stata proprio quella di trasferire il salotto radical chic del suo “Che tempo che fa” sul glorioso palco del teatro Ariston. Ma il risultato più che chic è stato kitch e a tratti shock. L’angolo nostalgia ha rispolverato i lustrini dell’iconica Raffaella Carrà e delle gemelle Kessler, rubati ad un varietà lontanissimo, dove non c’era spazio alla carenza di idee e al cattivo gusto. Alla sempre più bella Laetitia Casta è spettato il privilegio di omaggiare un passato televisivo più recente, ballando e cantando sulle note di “Ma ‘ndo vai se la banana non ce l’hai?”. Ad andare in scena perfino il pietismo mascherato da commemorazione per l’indimenticabile Franca Valeri, un talento che non può essere imbrigliato né dal morbo di Parkinson né dall’età avanzata. Gli showcase di cantanti extrasanremesi, iniettati in dosi massicce, hanno reso ulteriormente indigesto il menu delle serate. Ampio spazio è stato concesso a chi ha da sempre snobbato il palco di Sanremo per paura di mettersi in gioco. Se un liftato Claudio Baglioni è apparso fermo al suo datato greatest hits, Ligabue ha distrutto con nonchalance “Crêuza de mä” di De Andrè, confermando il sospetto che oltre la linea rossa del suo repertorio di canzonette radiofoniche non può andare. È Gino Paoli, accompagnato da Danilo Rea al pianoforte, a regalare l’unico momento evergreen davvero godibile con un sublime omaggio ai suoi amici e colleghi genovesi: da Lauzi (“Ritornerai”) a De Andrè (“Bocca di rosa”), da Tenco (“Vedrai vedrai”) a Bindi (“Il nostro concerto”). Ciliegina sulla torta la sua “Il cielo in una stanza”. Promossa anche la ventata di ritmo e musica napoletana portata da Renzo Arbore, che ha risvegliato la platea dal torpore di uno spettacolo lento, monotono, diluito e ulteriormente frammentato dagli incalzanti blocchi pubblicitari.

A fare da collante non è stata tanto la tematica inerente la bellezza – i cui monologhi sono risultati fiacchi e fuori contesto – quanto il turpiloquio forzato di una Luciana Littizzetto incapace di riempire la scena se non con le solite allusioni sessuali. Tra dejavù baudeschi e flash mob, eccessi faziosi e tempi morti, la riproposizione dell’accoppiata Fazio-Littizzetto è parsa alla frutta. Nemmeno la messa in scena del matrimonio tra i due con l’aggiunta dell’amante di lei, impersonificato dal direttore d’orchestra Beppe Vessicchio, è bastata a ravvivare un feeling da sit comedy ormai logoro. E non sarà stata di certo la bacchetta del maestro Vessicchio o la magia del mago Silvan a far scomparire, assieme alla simpatia della comica torinese, perfino la gara, il cuore pulsante della storica kermesse canora. Nessuna palpabile emozione e competizione tra i cantanti, d’altronde già fortunati per essere stati scelti come contorno. Ma l’illusionismo di Fazio e del maestro Mauro Pagani si è addirittura spinto oltre. La locandina della cinque giorni sanremese ha infatti raffigurato una fantomatica cantante donna per celare il maschilismo di una commissione artistica che ha sottovalutato l’importanza delle donne nella canzone. Selezionate solo 4 su 14 Big e 2 su 8 Giovani. Come se non bastasse nessuna rappresentante del gentil sesso tra gli ospiti musicali stranieri. Ad esibirsi di sera in sera il Cat Stevens di “Father and son”, il Damien Rice di “The blower’s daughter”, l’italo-scozzese Paolo Nutini alla prese con “Caruso”, l’angelico Rufus Wainwright, annunciato come il demone blasfemo, e lo straordinario Stromae, scambiato da tanti per un triste ubriaco francese. L’ottima scelta di star ancora poco popalari da noi non giustifica però l’assenza totale delle donne, le vere protagoniste della musica contemporanea. Nessun invito ad Alicia Keys, fresca di duetto con la nostra Giorgia, nè tantomeno a Beyoncé, in testa alle classifiche di tutto il mondo con il nuovo omonimo album, o a Lorde, giovanissima rivelazione neozelandese del pop. E un velo pietoso si può stendere sull’esclusione delle irrottamabili e futuristiche dee della canzone nostrana – Oxa, Mietta, Alice e Nada in primis – che tante pagine di successo e qualità musicale hanno regalato alla canzone italiana e allo stesso Festival. Questo perché i riflettori dovevano essere puntati sul cantautorato in gemellaggio con il Premio Tenco. Come se le cantautrici femminili in Italia non esistessero e come se la figura delle grandi interpreti non abbiano mai inciso sulla valorizzazione di autori e cantautori. Una rappresentazione grottesca e inaccettabile della realtà musicale, mistificata da un gusto circoscritto.

La commissione artistica ha incassato però la vittoria “Controvento” di un’interprete donna, Arisa, e un sonoro fallimento delle scelte musicali. Nessun tormentone, nessuna melodia esportabile all’estero, nessun capolavoro destinato a durare nel tempo. Le donne hanno oscurato i prediletti maschi anche sul mercato discografico. Gli unici album che, a distanza di tre settimane, stanno andando bene nella classifica di vendita sono quelli di Arisa (“Se vedo te”) e di Noemi (“Made in London”). Alla prima va riconosciuto il buon gusto nell’affidarsi ad un’invidiabile rosa di giovani talenti (da Cristina Donà a Marco Guazzone, da Dente a Dimartino), alla seconda la voglia di evolversi e di imporsi anche come cantautrice. L’esatto contrario è ciò che invece ha bloccato il volo di Giusy Ferreri, che torna sulle scene dopo tre anni di silenzio. Ancora più scarso il consenso che pubblico e critica hanno riservato agli unici due vip storici in gara: un Ron notevolmente al di sotto delle sue possibilità e una sempre più eterea e sofisticata Antonella Ruggiero, che ha però funto da potenziatore di noia. Francesco Renga e Cristiano De Andrè, che nonostante la loro trentennale attività musicale hanno ancora poche frecce messe a segno, sono riusciti quantomeno a dividersi i favori delle due opposte fazioni. Il pubblico si è schierato tutto dalla parte di Renga, ma forse più per la fisicità che per le sue due canzoni e il suo bel canto. La critica invece dalla parte di De Andrè, premiandolo per “Invisibili”. L’intensa fotocopia di “Only a dream in Rio” di James Taylor non ha però convinto i televotanti, che si sono lasciati conquistare dal pathos e dall’immediatezza melodica della sua seconda canzone proposta (“Il cielo è vuoto”). Sul red carpet della città dei fiori hanno sfilato anche Francesco Sarcina, ex frontman de Le Vibrazioni al suo innocuo debutto da solista, Frankie Hi-nrg, insostenibile rapper proveniente dagli anni ’90, Giuliano Palma, che senza l’amica vintage Nina Zilli annoia non poco, e la strana coppia formata dal sempre presente Raphael Gualazzi e dall’uomo mascherato The Bloody Beetroots, alle prese con un’interessante mescolamento tra dance e blues. Se l’anno scorso i sanremesi fuori gara, come Al Bano a Toto Cutugno, hanno rimpolpato gli ascolti, quest’anno la loro quasi totale assenza ha decretato il tracollo. E con un cast povero di Big, il meccanismo della doppia canzone per cantante, di per sé buono, ha agevolato la frana. Il segreto della longevità del Festival è proprio l’aver costruito carriere musicali. Sanremo è un libro aperto e il fil rouge del racconto festivaliero è l’interesse che suscitano i suoi ritrovati protagonisti. Il nuovo va incastrato tra il vecchio e il contemporaneo: è questa la ricetta vincente che per anni ha determinato il boom di un evento musicale e televisivo senza eguali.

Perché dunque trasformare il Festival di Sanremo nel Festival di San Romolo? Forse Fazio e Pagani volevo sfoderare le loro abilità di talent scout? Ebbene, anche anche in questo caso hanno fallito nell’intento, dal momento che nessuno dei tanti giovani ha lasciato il segno. E questo nonostante alcune nuove proposte fossero davvero considerevoli. Basti pensare al già citato Diodato, ma anche al navigato The Niro, con il suo brit pop dal piglio introspettivo, a Filippo Graziani, dal talento ereditato da cotanto padre, e al ripetente e prorompente Renzo Rubino. Quest’ultimo, promosso Big senza alcun successo discografico alle spalle, ha pienamente meritato il terzo posto con “Ora” e il premio “Miglior arrangiamento” per “Per sempre e poi basta”. Resta comunque il fatto che è un paradosso creare delle categorie distinte quando il limite di demarcazione è sostanzialmente arbitrario. Cos’ha ad esempio in più la band torinese dei Perturbazione rispetto ad un The Niro? Nulla. Altrettanto ingiusto, oltre che contropruducente, è stato sbattere le esibizioni dei Giovani dopo la mezzanotte, davanti ad un pubblico televisivo come non mai ridottissimo e addormentato. Ancor più contraddittorio è stato invece escludere Antonio Maggio, rivelazione dello scorso Sanremo, dalla competizione dei Big. Le sue due canzoni di qualità e d’impatto, bocciate a sorpresa, usciranno fuori a breve e la rivincita sarà netta.

Bisogna prendere atto che il potere di sfornare nuovi campioni di vendita non è più prerogativa di Sanremo, ma dei tanto vituperati talent-show. E c’è anche chi riesce ad avere quel successo che la vetrina sanremese non riesce più a garantire, senza per forza passare da Amici o da X-Factor. Si tratta dell’onda anomala che arriva dal circuito indipendente e che sta scombussolando da inizio anno la top ten degli album più venduti in Italia, comunicata settimanalmente dalla Fimi. Ad irrompere nei piani alti delle vendite nomi inaspettati, diametralmente opposti ai prodotti usuali pubblicizzati da major e talent, come Le Luci della Centrale Elettrica (attualmente al 2° posto prima di Arisa, al 4°, e di Noemi, al 12°), Brunori Sas (5° posto conquistato), Dente (6°), Zen Circus (9°) e Nobraino (18°). Questa nuova attenzione delle major verso qualcosa di diverso rieduca l’ascoltatore medio e affonda un ulteriore colpo a Fazio e Pagani, che invece devono accontentarsi dei modesti risultati di Renzo Rubino (17°), Zibba (24°), Riccardo Sinigallia (28°), Perturbazione (40°) e The Niro (71°). Per poter far emergere nuovi artisti bisogna prima riportare a galla Sanremo, recuperando sia la sua efficacia promozionale, attraverso un totale rinnovo della formula, sia la sua connotazione nazional-popolare. Il Festival deve saper accontentare tutti i gusti e tutte le fasce d’età, non solo Fazio e Pagani. I rivoluzionari autoannunciati sono stati coloro che hanno privilegiato le cantanti della porta accanto come Annalisa e Chiara, i cantanti della passerella pomeridiana del concertone del Primo Maggio e quelli sponsorizzati da noti e potenti discografici come Caterina Caselli. Bisogna essere attenti ad ostentare autorevolezza. La credibilità viene meno se si ha la spocchia di essere davvero competenti e poi si esaltano Kekko e i suoi Modà, se ci si dichiara anti-talent e poi si sceglie due primedonne targate X-Factor come Noemi e Giusy al posto di due cantautrici come Marina Rei e Paola Turci, se si è snob con gli “Amici” di Maria e poi si seleziona un Rocco Hunt al posto di una Naif Herin, vero e proprio gioiello tra le cantautrici di nuova generazione. Il giovanissimo rapper salernitano si è rivelato un’arma a doppio taglio poiché ha scippato la vittoria nella categoria Giovani al più meritevole Diodato, e poiché non può essere esibito come la risposta colta ad un Tony Maiello o ad un Alessandro Casillo, vincitori nell’era Mazzi. Ci si lamentava delle scelte trash di Gianmarco Mazzi e Lucio Presta, che nei Festival precedenti lasciavano a casa talenti immensi, come un’ancora sconosciuta Pilar, per premiare gli “Amici” della sua amica Maria De Filippi e per osannare i piccioni di Povia, la minigonna di Lady Tata e l’Italietta di Pupo e del principe Filiberto. La ditta Fazio- Pagani ha fatto sì sparire cotanto trash dalla gara, ma ha minato sia le basi della popolarità sia quelle delle qualità, sulle quali invece si sono sorretti i Festival diretti da Pippo Baudo, Adriano Aragozzini e Gianni Ravera. Chi potrebbe ora riportare il Festival agli antichi splendori? Uno showman come Fiorello sarebbe perfetto, ma la paura di eventuali critiche lo allontana dalla missione. Remota è invece la possibilità che Fazio ceda il posto a Carlo Conti. Il conduttore toscano è in panchina da anni, nonostante abbia regalato a Rai Uno tanti successi e nonostante abbia dimostrato ampiamente di essere un autentico amante delle grandi voci femminili e dei grandi cantautori. Altro nome che farebbe molto meglio di Fazio è quello di Elio. Con il “DopoFestival” del 2008 e con “Il Musichione” di oggi ha inanellato colpi di genio che ci hanno regalato momenti musicali e televisivi da manuale. L’inventiva e la simpatia di Elio e le Storie Tese sono le cartucce che sono fatalmente mancate a Fazio per la riuscita di un buon Festival. Vincente sarebbe giocare anche un asso femminile come Laura Pausini, la cui dorata carriera è partita proprio dal porto di Sanremo. Nelle inediti vesti di presentatrice darebbe alla manifestazione, oltre ad un notevole risalto internazionale, un tocco di freschezza e novità. Come direttrice artistica sarebbe inoltre un’assoluta garanzia di qualità. Per ripartire col piede giusto occorre un’adeguata autocritica. Fazio ascolta il tuo pupillo Rubino: “Datti un voto”. E di conseguenza fai un passo indietro. Se non vuoi proprio rinunciare al tuo quinto Sanremo, indietreggia almeno come direttore artistico. Non è un caso che gli unici tuoi Festival ad essere stati amati sia dalla critica che dal pubblico siano stati quelli del 1999 e del 2000. Quelli in cui si alternavano sul palco Carmen Consoli e Marina Rei, Samuele Bersani e Subsonica, Alice e Nada. Quelli in cui una commissione eterogenea, presieduta dal Premio Oscar Luis Bacalov, regalava alla storia le performance di Anna Oxa in “Senza pietà” e di Mietta in “Fare l’amore”. Quelli sì che erano Festival. Se ancora oggi riechieggiano gli antichi fasti, vuol dire che non sempre ciò che è nuovo è contemporaneo e che ciò che è vecchio è desueto.

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2 thoughts on “Sanremo, chi funziona e chi no dopo tre settimane. E fermate Fabio Fazio!

  1. se lo levvassero di mezzo il festival di sanremo sarebbe meglio visto che nn ce' PIU' LA QUALITA' !!! ORMAI E' DIVENTATO UN FENOMENO DA BARRACCONE!!! basta non ce' piu' niente ormai nemmeno i cantanti sn bravi , per non parlare delle canzoni ….

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