La falda avvelenata e la benzina del Patron. Storia del deposito ex Apisem di Lecce

Il Salento è povero di fiumi ma ricco di falde acquifere sotterranee. Per questo in molte villette sono presenti dei pozzi dai quali le persone attingono l’acqua buona per usi domestici come annaffiare gli orti. È il caso della famiglia Indrizzi. Il padre di Vincenzo aveva costruito un pozzo nel suo giardino in Via Vecchia Surbo negli anni ’90. Da quel pozzo lo stesso Vincenzo attingeva l’acqua per innaffiare il suo piccolo agrumeto. Almeno fino al giorno in cui dal tubo di gomma cominciò a uscire un liquido marrone che puzzava di benzina.

Comincia da qui, nei primi anni ‘2000, la storia di uno dei più gravi scempi ambientali consumatisi a Lecce. Uno scempio che a tutt’oggi non è stato fermato, né da chi l’ha provocato, né dagli enti locali competenti. E cioè l’avvelenamento da idrocarburi della falda acquifera sotterranea che scorre tra Via Taranto e via Vecchia Surbo, fino a raggiungere, in direzione Nord-Ovest i suoli di Studium 2000 e quelli del Parco di Belloluogo.

L’ingresso del Parco di Belloluogo (Paride De Carlo)

Secondo la sentenza del processo a carico dell’imprenditore Giovanni Semeraro, oggi condannato in primo grado per avvelenamento colposo di acque destinate ad usi alimentari, la benzina che contamina l’acqua del pozzo di Vincenzo proviene dal deposito ex Apisem, di proprietà di Semeraro. La pena nei confronti dell’ex patron del Lecce, due anni e sei mesi di reclusione, è stata sospesa a patto che Semeraro provveda entro novanta giorni all’integrale bonifica dei suoli e delle falde della zona avvelenata.

Il giudice ha poi trasmesso la sentenza sul caso Apisem alla Procura della Repubblica perché valuti anche il comportamento del sindaco di Lecce, del Dirigente del settore Ambiente del Comune, del Dirigente del servizio gestione rifiuti e bonifica della Regione Puglia e di un altro funzionario della Regione Puglia, responsabile del procedimento che avrebbe dovuto portare con estrema urgenza alla messa in sicurezza della salute dei cittadini leccesi.

L’ex deposito dell’Apisem si trova tra via Taranto e via Vecchia Surbo su un terreno di 5800 metri quadri appartenente alla R&G Semeraro. Qui le aziende della famiglia Semeraro, per ultima la Apisem, hanno stoccato fin dalla metà degli anni ’60 benzine e carburanti destinati a rifornire le stazioni di servizio del Salento. Una attività molto redditizia durata fino al marzo del 1998. In quella data il patron Semeraro ha comunicato alla Prefettura di Lecce la cessazione dell’attività del deposito e al Comune di Lecce l’avvio dei lavori per la rimozione di tutte le strutture aziendali.

Fine della storia? Sì, almeno fino a quando il signor Indrizzi non contatta il gruppo Semeraro. Sono passati anni dalla chiusura dell’azienda ma il nesso tra il liquido che sgorga dal tubo e il deposito di carburanti che si trova al di là del muro del giardino appare naturale. Il nesso non deve essere sembrato illogico neanche a Semeraro, che infatti incarica una ditta che per due anni lavora sul pozzo di Indrizzi installando un macchinario per separare l’acqua dagli idrocarburi. Poi decide di fare un’offerta per l’acquisto della casa: 250 metri quadri, dei quali la maggior parte a rustico, su un terreno di poco più di 500 metri quadri, con un pozzo da cui continua ad uscire acqua inutilizzabile e puzzolente. Per tutto questo Semeraro offre 493mila euro. Quasi mezzo milione che Vicenzo Indrizzi accetta e si trasferisce altrove.

Un buon affare per il cittadino, ma un primo passo falso per Semeraro. Perché se da un lato disinnesca un possibile conflitto con il vicino, dall’altro quell’atto, in un certo senso, è la conferma di una condotta che il giudice, per molti altri motivi, considererà elusiva rispetto ad una realtà, l’inquinamento di acque destinate all’uso alimentare, che avrebbe richiesto ben altri e ben più urgenti interventi. Secondo la legge, Semeraro, una volta appreso del pericolo di inquinamento della falda – e il pozzo di Indrizzi era più che un campanello d’allarme – avrebbe dovuto mettere in opera “entro ventiquattro ore le misure necessarie di prevenzione” e darne “immediata comunicazione[…] alla Regione, alla Provincia ed al Comune territorialmente competenti”. Invece non lo fa. E passano anni prima che il deposito dell’ex Apisem torni a disturbare i pensieri dell’imprenditore.

Accanto all’ex abitazione di Indirizzi vive infatti la famiglia Fiorentino, anch’essa proprietaria di due pozzi. Nel 2005 Sergio Fiorentino, tormentato da una continua e sempre più intensa puzza di benzina, incarica due periti per capire a cosa fosse dovuta. I risultati dicono che l’aria è inquinata da idrocarburi, in particolare da benzene. Nei luoghi dove i Fiorentino vivono c’è una concentrazione di toluene e xilene in quantità superiori a quelle massime consentite perfino all’interno delle industrie petrolchimiche. E nei loro pozzi viene riscontrata la presenza di ingenti quantitativi di idrocarburi.

Coi Fiorentino Semeraro sceglie una linea diversa. E cioè quella di non rispondere alle sollecitazioni. Per questo motivo i coniugi si rivolgono al Tribunale Civile di Lecce per chiedere un accertamento tecnico. I tecnici del Tribunale confermano quanto si temeva: la proprietà di Fiorentino e la proprietà di Semeraro sono interessate da un “forte inquinamento” di idrocarburi sia a livello di suolo che a livello di acque. Ed è in questa occasione che i tecnici ipotizzano per la prima volta in maniera ufficiale che la fonte di inquinamento possa essere il “parco serbatoi che in passato esisteva in proprietà Semeraro”. E qui la Procura della Repubblica apre l’inchiesta che è alla base del processo appena concluso.

A questo punto della storia sono passati due anni dalle prime lamentele dei Fiorentino. Quattro anni da quando Indrizzi si è accorto di usare benzina per innaffiare il piccolo agrumeto. E ben nove anni da quel documento con il quale Giovanni Semeraro informava il Comune di Lecce dei lavori di rimozione di tutte le strutture dell’ex Apisem. Nove anni durante i quali l’avvelenamento delle acque sotterranee ha lentamente continuato a propagarsi indisturbato.

Il liquido prelevato dal pozzo Fiorentino

Nel 2008 il Pm incaricato dell’inchiesta dispone la perizia dei suoli e delle acque mediante l’incidente probatorio. Ciò che i periti si trovavano davanti è impressionante, tanto che nella loro relazione scrivono testualmente: “L’entità del fenomeno è cosi drammatica che il sito può essere considerato contaminato a prescindere da qualsivoglia analisi di rischio sito specifica”. Insomma si vede a occhio nudo e si respira a polmoni aperti. Per ciò che riguarda il terreno la situazione più grave si trova in un campionamento, segnato come T4 e prelevato alla profondità di 6-8 metri, nel quale la concentrazione di idrocarburi supera di 170 volte il massimo tollerabile in aree destinate a  verde pubblico, privato e residenziale, come quella in questione. Il benzene, sostanza cancerogena, sfora di 540 volte. Per ciò che riguarda le acque sotterranee, i periti accertano una quantità di benzene che nella falda superficiale, all’altezza del giardino dei Fiorentino, è 19mila volte superiore al limite massimo per le acque potabili. Anche la falda profonda è drammaticamente compromessa: nel pozzo del giardino dell’ex abitazione di Indrizzi, i periti tirano su da una profondità di oltre 110 metri, un liquido composto per il 25% da acqua e il 75% da idrocarburi.

Ormai dovrebbe essere chiaro. Non c’è tempo da perdere, l’avvelenamento c’è e vanno presi provvedimenti. Ma ancora in questa fase Semeraro si limita ad adottare una misura che il giudice definisce “inadeguata e insufficiente”. Su un suolo contaminato dell’estensione, ormai accertata, di circa 5mila metri quadrati fa installare su un solo pozzetto nella sua proprietà una pompa da 1,5 cavalli che serve a prelevare “la fase idrocarburica surnatante”, per poi raccoglierla in un serbatoio.

Parco di Belloluogo (Paride De Carlo)

Cosa significa? Più leggere dell’acqua, le sostanza che compongono gli idrocarburi “galleggiano” in un certo senso sulla superficie della falda. Con quella pompa la ditta incaricata da Semeraro agisce, in un solo punto, su quella porzione di falda, senza adottare misure adatte a bloccare il propagarsi della “macchia” di idrocarburi. Come curare un cancro con una aspirina. “La quantità di acqua mista a surnatante che veniva pescata attraverso una pompa di quella portata in un unico punto della proprietà Semeraro era in ogni caso assolutamente irrisoria – scrive il giudice – peraltro, la falda superficiale continuava a scorrere e in tal modo continuava propagare la contaminazione verso valle”. E cioè verso i terreni confinanti.

Ma a rallentare ancor di più la messa in sicurezza urgente, arriva il sequestro dello stabilimento, di fronte al quale Semeraro si ferma del tutto. Nel condannarlo il giudice ha scritto che la misura del sequestro non impediva certo di mettere in cantiere iniziative urgenti per la messa in sicurezza dei suoli, l’avvio della caratterizzazione e la predisposizione di un progetto di bonifica (che sono i doveri del responsabile dell’inquinamento). Invece, all’atto del sequestro, all’ex Apisem tutto si ferma per circa un anno, fino al 2009. Per poi riprendere, ma sempre con operazioni di rimozione del “surnatante” (ne raccoglieranno 10mila litri), questa volta in diversi punti, ma senza ancora far nulla per evitare il propagarsi dell’inquinamento.

Attenzione. A questo punto le istituzioni pubbliche (Comune, Provincia e Regione) sono già a conoscenza del pericolo che si corre nella zona di Via Taranto. Perché la falda inquinata non si ferma e continua a scorrere pericolosamente. Ma nulla di concreto si muove. La perizia tecnica con la quale è stato accertato l’inquinamento è infatti stata trasmessa dal Presidente del Tribunale al sindaco di Lecce nel gennaio del 2008, quindi già prima del sequestro.

A dare una scossa alla vicenda nel 2010 è una telefonata del signor Fiorentino ai Carabinieri del NOE. Ancora una volta Fiorentino denuncia odori di idrocarburi che provengono questa volta dal cantiere di “Studium 2000”, adiacente alla proprietà di Fiorentino e di Semeraro. Durante il sopralluogo, in uno scavo profondo tre metri e largo 80, i carabinieri vedono e fotografano una pozzanghera di benzina delle dimensioni di sei metri quadrati. Uno spettacolo più che insolito, tanto che in un primo momento si pensa ad uno sversamento accidentale del carburante da un escavatore del cantiere. Ma ben presto le analisi dell’Arpa dimostrano che quella pozzanghera è sgorgata dal terreno, ed è frutto di una più estesa contaminazione.

Quindi dopo casa Indrizzi, casa Fiorentino, ora l’attenzione degli organi competenti si sposta, seguendo il decorso delle acque inquinate, ancora una volta in direzione Nord-Ovest. Nel 2011 il Pm dispone perizie sui suoli dell’Università e sui terreni circostanti. I tecnici si accorgono presto che le infiltrazioni di idrocarburi sono sempre più intense. Per un periodo il cantiere dell’Università viene sequestrato. Ma le preoccupazioni dell’ex rettore Laforgia sembrano essere altre rispetto al possibile inquinamento dei terreni. (leggi)

I tecnici decidono anche di scavare nella proprietà di Semeraro. E qui trovano qualcosa che sulla carta non risultava esserci: da sotto terra spuntano enormi vasche in calcestruzzo risalenti alla prima fase dell’attività del deposito (fine anni ’60 – ’70) dove a quel tempo veniva stoccato il carburante. Manufatti danneggiati dall’usura, dal tempo e attraversati dalle piogge. È questa, secondo i tecnici, la sorgente dello sversamento degli idrocarburi, che “percolano” nel terreno. E, particolare fondamentale, manufatti che avrebbero dovuto essere rimossi fin dal ’98, da quando cioè Semeraro aveva comunicato la dismissione di tutti gli impianti dell’Apisem.

Intorno a quelle vasche succede questo: I residui di idrocarburi ancora presenti percolano e vengono assorbiti dal terreno, che li trattiene fino a quando le piogge, a loro vota assorbite dalla terra, non li risospinge più in profondità, fino a farli sgocciolare nella falda acquifera. La falda, poi, “scorre” lentamente, portando con sé quei liquidi che piano piano si propagano attraversando i terreni dell’Università, quelli ex Indrizzi, quelli dei Fiorentino, fino al Parco di Belloluogo. Vi mostriamo la cartina con i luoghi e la direzione della contaminazione, determinata dal “flusso” delle acque di falda.

 

Arrivati a questo punto della storia sono passati tredici anni da quando l’Apisem ha chiuso e Semeraro ha comunicato i lavori di smobilitazione del deposito carburanti. Otto anni da quando Indrizzi innaffiava le piante con la benzina. Sei da quando Fiorentino comincia a lamentarsi. E tre anni dall’apertura dell’inchiesta e dalla lettera con la quale il presidente del Tribunale civile di Lecce aveva informato il Sindaco. La domanda è una: perché ancora non sono stati presi i necessari provvedimenti di messa in sicurezza dei suoli?

Parco di Belloluogo (Paride De Carlo)

La catena delle responsabilità è chiara: il responsabile dell’inquinamento, appena appreso dell’esistenza del pericolo, avrebbe dovuto muoversi entro 24 ore per mettere in opera le misure di emergenza. Poi informare Comune, Provincia, Regione e Prefetto e svolgere una indagine preliminare sull’entità dell’inquinamento e comunicarne i risultati al Comune e alla Provincia. Entro trenta giorni avrebbe dovuto presentare alle stesse amministrazioni e alla Regione il piano di caratterizzazione del sito e i risultati della cosiddetta “analisi del rischio” (che certifica la gravità dell’inquinamento), insieme a un preciso progetto di bonifica dei suoli e delle acque, da far approvare in conferenza dei servizi dalla Regione Puglia. L’ok della conferenza dei servizi rende inutile qualsiasi altra autorizzazione.

Ma, e in questo caso è fondamentale, in caso di inadempienza, ritardo o inefficienza del responsabile dell’inquinamento, l’onere della bonifica spetta al Comune. Prima la salute pubblica, insomma, poi eventualmente ci si rifà sui responsabili.

Invece ancora oggi non è stata attuata a dovere la messa in sicurezza di emergenza che sarebbe dovuta avvenire entro le 24 ore. Non esiste nessun progetto di bonifica. Non c’è ancora la caratterizzazione dei suoli dell’Università né di quelli del Parco di Belloluogo più vicini all’ex Apisem. Intanto, la falda continua a contaminarsi e l’avvelenamento si sta espandendo nel cuore della città.

Una vasca con le infiltrazioni di idrocarburi

Secondo il giudice, Semeraro non ha peccato di semplice negligenza ma “ha colpevolmente impedito la stessa formazione del progetto di bonifica”. Come? Accumulando anni di ritardo nel comunicare la situazione alle autorità, cosa che ha fatto solo dopo la denuncia di Fiorentino. E poi, scrive il giudice, operando una messa in sicurezza a passo di lumaca, impantanandosi in maniera sospetta, in una inutile burocrazia: “Sono state inviate inutili richieste di autorizzazione per l’esecuzione dei pozzi di monitoraggio che erano già stati autorizzati dalla Conferenza dei servizi, che aveva approvato il piano della caratterizzazione, inviandole peraltro anche ad enti e uffici non competenti”. Non includendo nel piano di caratterizzazione i terreni né dell’Università né quelli del Parco di Belloluogo, né la falda profonda. Paradossalmente, la prima ad aver invece dato segni di inquinamento attraverso il pozzo di Indrizzi.

Per questo il giudice scrive, a proposito del comportamento di Semeraro:

“Tale complessiva condotta non appare certo casuale, ma al contrario risulta essere stata preordinata e voluta dall’imputato, quale frutto di una consapevole e programmata attività di sostanziale elusione degli obblighi di legge, intrapresa già nel 2005 con l’acquisto dell’area e del pozzo contaminato di proprietà Indrizzi, al fine di eludere gli obblighi di comunicazione, messa in sicurezza e bonifica”.

Ma questo comportamento sarebbe stato possibile possibile anche  grazie alle presunte omissioni di chi avrebbe dovuto vigilare ed eventualmente sostituirsi a Semeraro. Si legge nella sentenza:

“La condotta dell’imputato elusiva degli obblighi di messa in sicurezza, caratterizzazione e bonifica è stata attuata dallo stesso, evidentemente, anche con la complicità delle Pubbliche amministrazioni interessate, che tutte, nessuna esclusa, hanno omesso di esercitare attivamente i poteri di impulso, vigilanza e controllo, nonché i poteri sostitutivi previsti dalla legge”.

I reati che secondo il giudice potrebbero essersi manifestati a carico degli amministratori pubblici sono l’omissione di atti di ufficio e il concorso nel reato di avvelenamento colposo di acque, in forma omissiva. In sostanza non essere intervenuti tempestivamente per impedirlo, equivarrebbe ad aver concorso ad avvelenare la falda. Il sindaco di Lecce e il dirigente dell’Ufficio Ambiente avrebbero da tempo dovuto sostituire Semeraro nelle operazioni di messa in sicurezza e bonifica dei suoli, visto che il responsabile tergiversava. Il sindaco, in quanto responsabile della salute e incolumità pubblica, avrebbe poi dovuto proibire in maniera più pronta l’uso delle acque dei pozzi inquinati. Il Dirigente del Settore Ambiente del Comune, Buonocuore, ha poi consentito alla R&G Semeraro, durante le tardive operazioni di messa in sicurezza, la possibilità di smaltire nella fogna bianca acque fortemente contaminate da una sostanza tossica (l’MTBE), che invece andava smaltita come rifiuto speciale. Anche il Dirigente del servizio gestione rifiuti e bonifica della Regione Puglia e il Responsabile del procedimento della Regione avrebbero potuto a loro volta esercitare un autonomo potere di intervento “stante la perdurante inadempienza del Semeraro rispetto agli obblighi relativi alle procedure della caratterizzazione, messa in sicurezza e bonifica […] e il mancato esercizio dei poteri sostitutivi da parte del Sindaco”.

Studium 2000 (Paride De Carlo)

E’ dunque drammatico il quadro che emerge dalle motivazioni della sentenza. Ma l’aspetto che fa riflettere, ancora oggi, riguarda il fatto che quel veleno è ancora lì, sotto i nostri piedi, e continua ad espandersi dentro la città, nonostante le notizie di stampa e le denunce venute negli anni dal movimento politico “Lecce Bene Comune”. Tutti sanno: Comune, Provincia e Regione. Ma ancora oggi, e nonostante siano state accertate in primo grado le responsabilità dell’inquinamento, non c’è nessun piano di bonifica. Né possiamo sapere con certezza se il Parco di Belloluogo sia inquinato o se i suoli dove sorge Studium 2000 siano troppo pericolosi per essere frequentati.

Insomma le domande sono sempre le stesse. Perché non sono ancora stati presi i necessari provvedimenti di messa in sicurezza e bonifica? Perché nessuno è in grado di affermare con certezza che tutti i suoli del Parco di Belloluogo sono adatti ad essere frequentati dai bambini? Perché nessuno è in grado di affermare con certezza se il suolo su cui sorge Studium 2000 è adatto a ospitare una struttura universitaria costata milioni? Perché dopo quasi 10 anni i signori Fiorentino, e da qualche tempo anche i loro vicini, non possono avere la certezza di vivere in un ambiente pulito e salutare?

Stefano Martella
Alberto Mello

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6 thoughts on “La falda avvelenata e la benzina del Patron. Storia del deposito ex Apisem di Lecce

  1. Sindaco ma che cosa stiamo aspettando per la bonifica??? Vogliamo aspettare ancora un pò, che la benzina arrivi fino a San Cataldo??? Poi vogliamo proporre Lecce come capitale della cultura, ma se non abbiamo un minimo di cultura ambientale!!! Tanto la benzina sta sotto terra no? Che ci frega? I turisti non la vedono e Lecce sembra ancora una bomboniera. Ma la verità è che sta marcendo la falda acquifera della città. Le sembra una cosa di poco conto? Quello schifo potrebbe intaccare i pozzi dell'acquedotto e arrivare nelle nostre case. Mi chiedo fino a dove potrà arrivare questa irresponsabilità.

  2. Mi sembra solo un accordo tra papaveri , si continua a difendere la casta . E il bene comune di lecce dov'è? Non si può guardare la mia bella città pensando che volutamente la si maltratti. L'ipocrisia e il lassismo di chi ci governa ha ROTTO!

  3. Sono veramente sconvolta da questa storia, possibile che il sindaco e le altre istituzioni abbiano potuto permettere tutto questo? Semeraro è scandaloso ma persegue i suoi interessi privati. Le nostre istituzioni dovrebbero invece difendere gli interessi della collettività, invece latitano e se ne fregano. Non solo ma il giudice dice che le amministrazioni sono state complici di questo avvelenamento. Lascia veramente senza parole questa storia. Poi il dirigente che permette di sversare rifiuti tossici nella fogna comunale è a dir poco scandaloso. Quelle sostanze tossiche finiranno in mare, senza nessun filtraggio o trattamento, oppure potrebbero finire veramente nella falda dell'acquedotto. Ma questa è la gente che ci amministra? Ma voi pensate veramente di poter fare i vostri comodi con la natura e la salute delle persone? Ma provate almeno un briciolo di vergogna?

  4. E' il solito passa carte da un ente all'altro mentre la realtà rimane li immobile.
    Sono centinaia le situazione di questo genere , non c'è Comune ad essere esente da discariche abusive più o meno grandi.
    La magistratura cosà fa ?A sua volta manda comunicazione a destra e a manca e poi quando arriva all'ente pubblico inadempiente si blocca. Invece di sequestrare i beni e le sostanze degli interessati o degli inadempienti utilizzandoli per le bonifiche fà melina diventando essa stessa parte dello scempio. Percorsi giudiziari con tempi biblici e prescrizioni che salvano tutti e il cittadino che paga in salute e in denaro mentre i furbi si arricchiscono.
    Due pesi e due misure se penso al povero cristo beccato in flagrante mentre ruba qualche quintale di olive in campagna processato per direttissima e messo agli arresti domiciliari in men che non si dica.

  5. Che dire!…. caos totale?! Situazione drammatica in tutti i sensi: comportamentale, istituzionale, ambientale, alimentare, sanitaria…Ci privano del nostro bene più' prezioso: il diritto alla vita, all'esistenza terrena degna di un essere umano. Cosa aggiungere più. Stiamo precipitando anzi siamo precipitati nell'inferno più' buio., la sofferenza di assistere impotenti, indifesi, a modelli comportamentali che continuamente si reiterano, troppo, troppo di frequente, nelle politiche di potere. Ci stanno privando dell'aria, ormai irrespirabile, tossica…dell'acqua ormai avvelenata…, della terra "una volta madre"di buon frutto, fonte del nostro naturale sostentamento, ora sterile…, malsana,…. Insalubre….la presenza di insane fonti energetiche…… iChe tristezza! Come sopravvivere a questa
    strage di elementi primari per garantirci un umile diritto di sopravvivenza?? Noi….vittime innocenti. Loro padroni, arbitri del nostro crudele destino….un diritto sacrosanto negato e, rubato: conservare una buona salute. Un umile riflessione: siamo noi colpevoli di una statica condizione di immobilita' passiva che debilita i nostri diritti? una mobilitazione popolare, servirà' a trasformare le coscienze dei"piu forti, ad attuare una rivoluzione mentale profonda e radicale della coscienza umana, retaggio di una cultura dominante meschina, egoistica, distruttiva, corrotta, ormai Cronica, della classe governante, che minaccia e oscura la trasparenza di un limpido operato rispettoso della vita umana, in tutti i sentieri del nostro cammino. Aria, acqua terra, energia, 4 elementi essenziali vitali, che oggi devitalizzano l'essere umano.Un furto inaccettabile: la nostra Salute.la Vita.

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