#coglioneNo, ma #creativopeggiomisento


Che sia piaciuta nel merito ma non nel metodo, nella forma ma non nella sostanza, nella buona o nella creativa sorte, la campagna #coglioneNo è andata ben oltre le sue intenzioni.

Non ha semplicemente funzionato – riuscendo nello stesso istante e con la medesima efficacia a stimolare la masturbazione opinionistica tipica dei social (sorta di non-orgia di gruppo) e le analisi altrettanto segaiole dei media tradizionali (affascinati dal “popolo della rete” come da un frutto esotico ricco di vitamina E) – ma ha messo a nudo il fatto che nel momento esatto in cui nessuno è o si sente un coglione, tutti un po’ lo siamo (coglioni). La faccenda è complicata.

Chi lavora gratis lo è. Ma anche chi non capisce l’importanza di farlo, quando serve. E’ coglione chi ha confezionato ad arte la grande illusione popolare che tutti, ma proprio tutti, possiamo essere “creativi” – o speciali – e chi a questa illusione ha creduto e ci crede tuttora. Chi ha reso la creatività un mestiere e chi è convinto che effettivamente la creativià possa essere un mestiere come fare l’idraulico. Ed è coglione chi, pur ponendo una sacrosanta questione esistenziale sulla grande illusione della “creatività per tutti”, non comprende – o evita di farlo per comodità di sintesi – che esiste un problema di fondo, molto italiano, che riguarda il non rispetto del lavoro. Qualsiasi lavoro, soprattutto se non produce nulla che si tocchi con mano o renda il nostro bagno un posto migliore.

Ogni equivoco sociale ha il suo buon testo di riferimento. Quello in questione è The Rise of the Creative Class del sociologo statunitense Richard Florida, che nel 2002 ipotizzava l’insorgere di un nuovo esercito di bella gente in virtù della quale l’economia globale si sarebbe ricalibrata. Quel che Florida non aveva previsto era che quell’esercito si sarebbe in larga parte dimostrato poco più che uno stuolo di yesman incapaci di imporre un nuovo modello, ma semmai di rendere apparentemente più figo quello già esistente, senza minimamente produrre un vero cambiamento.

Da qui all’illusione di essere tutti dei cacaidee geniali destinati ad abitare in splendidi open space con i mattoncini rossi, arredati Ikea dall’ingresso allo sgabuzzino, il passo è stato piuttosto breve. Di sicuro ha inebriato le menti di almeno due generazioni, quelle figlie della consacrata middle class italiota cresciute con i cartoni animati giapponesi e terrorizzate dalle pubblicità progresso contro l’Hiv. Con buona pace per il mito vintage dell’idraulico consola-casalinghe. Internet e i new media hanno poi dato il colpo di grazia. Ed eccolo qui, l’esercito di Florida: fotografi, registi, giornalisti, musicisti, architetti, copywriter, designer, creativi di ogni e genere e forma; diversamente occupati; gioiosamente sovraesposti; dolorosamente squattrinati e tristemente indesiderati da qualsiasi casalinga con il cesso guasto.

#CoglioneNo, certo, ma anche sì. Soprattutto quando pensiamo di avere qualcosa da dire, di avere un’opinione, di aver capito come stanno le cose dopo aver consultato un paio di articoletti senza fonte. Un po’ #coglionisì quando pensiamo di essere “creativi” per definizione senza aver mai prodotto molto più che un post ameno su Fb o, al meglio, un qualche simpatico gioco di parole per la campagna elettorale del politico di turno. Oppure quando ci sentiamo baciati dal sacro fuoco del cinema dopo aver prodotto il nostro primo video virale o ci ostiniamo a perseguire ambiziosi progetti irrealizzabili convinti che “tanto basta una buona idea”. “Creativi” sull’orlo di una crisi di nervi, questo siamo.

Ma se da un lato l’illusione creativa ha sedotto e abbandonato pletore di ragazzi e ragazze ambiziosi, rivelandosi per quello che era (un’illusione, appunto), dall’altro è pur vero che un onesto lavoro da “operaio della creatività” non è nemmeno lontanamente ipotizzabile se non a condizioni di sfruttamento fisico e intellettuale. Almeno in un paese come l’Italia, immobilizzato dalle rendite di posizione di una classe dirigente vecchia e pigra. Una classe dirigente che ha perso il treno della modernità, e che si divide tra chi oggi se ne va in giro a raccontare barzellette zozze nel mito dei meravigliosi Anni ‘80 e chi, dopo essersi addormentato inorridito al pensiero di un paese sovraffollato di calciatori e veline, si è svegliato vent’anni più tardi allarmato dal rumore di un esercito di giovani uomini e giovani donne pronti a prenderne il posto. Entrambe le specie sociali hanno alzato le barricate.

Cosa fare, dunque? E chi lo sa. Sta di fatto che l’individualismo di gruppo nel quale ci siamo rifugiati in risposta alle barricate alzate da chi ha preceduto non sta dando i frutti sperati, se sparuti tentativi di imbucarsi dalla finestra alla festa del potere. Di creativo, al potere, c’è solo la sopravvivenza di chi al potere c’è sempre stato. “L’ironia del popolo del web” l’unico riconoscimento, consolatorio e inutile come un premio fair play.
All’interno di questa ironia consolatoria si muove la campagna #coglioneNo. Che per fortuna che c’è, sia chiaro per quanto sia parte integrante – sua insaputa – del sistema che cogliona.

Tornati al punto di partenza la sensazione è che il sacrosanto orgoglio creativo manifestato dai ragazzi del collettivo Zero, condivisibile almeno quanto è retwittabile, sta alla causa generazionale come il grissino sta al tonno. E’ il prodotto confezionato a regola d’arte da un gruppo di bravi comunicatori ai quali d’ora in avanti sarà difficile non corrispondere il compenso dovuto (#coglionechi?).
Contestualmente è però un buon punto di partenza. O meglio, potrebbe esserlo. Questo dipenderà da quanto coraggio sapremo mettere in campo per affrancarci dall’equivoco della creatività. #coglioneNo, ma #creativopeggiomisento.

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3 thoughts on “#coglioneNo, ma #creativopeggiomisento

  1. chapeau.
    certa politica nel recente passato ha contribuito (e continua a contribuire sia pur in modo più blando) a generare l'illusione che il valore risieda solo nell'immagine più che nel prodotto. la creatività ha prevalso sull'innovazione, la forma (a cominciare da quella meramente burocratica di progetti svaniti nell'arco di un periodo brevissimo) sulla sostanza e sulla sostenibilità delle idee. finanziamenti a pioggia che hanno attratto coloro che sul mercato non sarebbero capaci di farsi valere, forse perché non valgono o perché il mercato non vale.
    per me valori e lavori devono equivalersi, oltre che anagrammarsi, e la legge, pur con tutti i suoi limiti e i suoi tempi, in un paese normale, tutela chi opera in modo intelligente e onesto. se uno si fa fregare è la logica darwiniana del mercato: apprenda la lezione per un'altra volta anziché ripetere l'errore.

  2. Giusto indicare una linea di demarcazione fra il creativo "coglione no" ed il lavoro soft , senza vincoli di orario o dipendenza. A scrivere la linea sarà ancora la prima regola del mercato, quella della domanda e dell offerta. Surplus e deficit avviano lo scambio: uno ha ciò che l altro desidera ed è in grado di ottenere, pagandone il prezzo che il creativo stabilirà, cosi da non sentirsi "coglione" , per farlo dovrà tener conto dei costi di produzione, di quelli di mercato, dei condizionamenti, della concorrenza e del rischio d impresa.

  3. "che fare allora? e chi lo sa". Ma se non lo sai, perché inveisci? Te lo dico io perché: perché giudicare è più facile che risolvere. Aggiungere pesi è più facile che toglierli.

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