Il silenzio intorno alla centrale di Cerano

Mio padre coltivava carciofi e con un campo di 7 ettari ha mandato avanti una famiglia di 11 persone. Poi è arrivata la centrale, il carbone. La nostra vita è cambiata per sempre. I miei fratelli sono andati via e io sono rimasta qui, ad accudire mio padre che si è ammalato di bronchite asmatica”.

Alessandra parla in fretta, è affannata, come se volesse vomitare d’un colpo tutta la sua esasperazione. Prima Cerano era un paradiso. Adesso per Alessandra è diventato una gabbia.

Io ho paura a stare qua. Ho paura per la mia salute. Mi hanno diagnosticato un carcinoma alla tiroide. I medici mi hanno detto che è dovuto ad una esposizione a radiazioni e non si spiegavano la causa. Quando gli ho riferito che abitavo a Cerano mi hanno detto ‘Che cosa aspetti ad andare via?’. Ma dove vado? Con quali soldi? Chi se la prende questa casa?Poi su questa terra c’è la storia della mia famiglia”.

La storia di Alessandra non è un caso isolato. Vicino alla sua casa vive una famiglia di persone con problemi respiratori e un bimba a cui è stata diagnosticata la leucemia. Tutti vivono barricati in casa con le finestre chiuse anche d’estate.

Solo camminando nelle campagne di contrada Cerano si comprende l’amarezza di questa gente. La terra a Sud di Brindisi, con una splendida costa affacciata sul mare Adriatico è fertile, produttiva. Sugli ulivi si vedono olive grandi quanto noci, lo sguardo incontra vigneti e campi coltivati. Meloni, pomodori, carciofi. Questi ultimi così pregiati da aver ottenuto la certificazione di Igp (indicazione geografica protetta). Nonostante la centrale, la gente nei dintorni di Cerano continua a vivere di agricoltura. Ma ora gli agricoltori e le loro famiglie sono in un vicolo cieco: si sentono abbandonati da istituzioni e associazioni di categoria e i loro terreni hanno perso di redditività a causa della provenienza. Cerano, che molti anni fa era un sigillo d’eccellenza oggi è un marchio che li obbliga a vendere i loro prodotti alla metà del prezzo di mercato.

Ma chi decise di costruire una delle più grandi e inquinanti centrali a carbone d’Europa in un paradiso di agricoltura e mare? E’ una storia tutta italiana quella della centrale Federico II. La storia di una battaglia ambientalista perduta, nella quale si intrecciano (ancora oggi) i giochi di potere della grande industria, le convenienze della politica locale e le proteste inascoltate di cittadini. Proteste cominciate da molto prima che la centrale fosse costruita.

Il progetto dell’Enel si inseriva nel Piano Energetico Nazionale (Pen) approvato dal Parlamento nel 1985. Il territorio di Lecce fu il primo a muoversi con un referendum consultivo indetto il 17 maggio 1987. Parteciparono 84 comuni e mezzo milione di persone. Il no alla centrale fu espresso con un plebiscito: il 92% era contrario alla creazione, il 5% favorevole. Giorgio Cortellesa, membro dell’Istituto superiore di sanità, all’epoca preannunciò un “disastro ambientale: “Far piovere sui campi intensamente coltivati di una delle poche zone in cui gli addetti all’agricoltura sono ancora il 20 per cento del totale, significa cancellare gran parte di questo reddito”. Stando ai racconti di Alessandra e degli altri contadini di Cerano, la profezia si è avverata. Anche la Chiesa si mobilitò con l’arcivescovo di Lecce Michele Mincuzzi che temeva per il futuro del Salento, per la sua agricoltura, per il turismo, per la salute.

Anche a Brindisi ci fu una consultazione popolare che, seppur con meno votanti di Lecce, confermava l’andazzo: l’88,37% disse no alla centrale, l’8,05% disse si. Inizialmente anche il sindaco Enrico Ortese era scettico sull’operazione e bloccò i lavori. Dovette cedere sotto la pressione della sua stessa maggioranza. Poi arrivò l’accordo: il 7 maggio 1989 al Ministero dell’Industria ci fu un vertice con sindacati, enti locali, dirigenti Enel ed il ministro Antonio Battaglia. L’accordo fu un compromesso: i lavori per la centrale sarebbero ripresi ma contestualmente bisognava prevedere la cessazione dell’attività dell’altra centrale a carbone dell’Enel situata a Brindisi Nord. Chiusura che però non avvenne mai perché, semplicemente, Enel la vendette ad Edipower e la centrale è tutt’ora in attività, seppur a ritmo ridotto. A bloccare la costruzione della centrale ci provò anche il sindaco Quaranta, nel 1989. Ma le ditte costruttrici mobilitarono gli operai con lo spettro della cassa integrazione e dei licenziamenti. La protesta di tremila lavoratori portò all’occupazione di strade e dell’aeroporto. Un déjà vu. Il sindaco dovette cedere e tra il ’91 e il ’93 entrarono in funzione le quattro sezioni della centrale alimentate a carbone.

Uno studio dell’Agenzia Europea per l’ambiente (Eea), “Revealing the costs of air pollution from industrial facilities in Europe”, considera la Centrale Enel Federico II di Cerano la diciottesima industria termoelettrica più inquinante d’Europa, la prima in Italia. Un risultato davvero preoccupante se si pensa alle sostanze che una centrale a carbone emette. Si tratta di polveri come il Pm10 e il Pm2.5, poi c’è il benzo(a)pirene e le diossine, gli isotopi radioattivi naturali. Particolarmente pericolosi sono i metalli pesanti come il mercurio,il nickel, il piombo, l’arsenico e il cadmio. Sono gli inquinanti maggiormente responsabili del cancro al polmone ma anche all’encefalo, prostata, pancreas, fegato e colon.

Eppure per tanti anni il gigante di Cerano ha lavorato a pieno ritmo, senza essere disturbato da nessuno. Solo i contadini nell’arco di questi anni hanno denunciato il progressivo annerimento dei loro raccolti e delle loro vite. Dopo essere stati costretti a distruggere diversi raccolti, con gli ortaggi ammantati da una polvere nera, hanno fatto squadra e presentato un esposto alla Procura di Brindisi. Grazie alla loro reazione, qualcosa si muove. La procura apre un’inchiesta e perfino la politica si accorge che c’è qualcosa che non va. Solo che ad essere colpiti sono sempre loro. Con una ordinanza il 28 giugno 2007 il sindaco di Brindisi Domenico Menniti vieta la coltivazione dei terreni interessati dal passaggio del ciclopico nastro trasportatore che dal porto trasporta per 13 chilometri il carbone scaricato sul molo dalle navi carboniere. Da quel nastro, durante il viaggio verso i forni della centrale, si alzerebbero polveri talmente pericolose da costringere il sindaco a bloccare ogni attività agricola in un raggio considerevole e a tagliare ogni speranza di uno sviluppo economico legato all’agricoltura.

Una volta giunto alla centrale il carbone viene depositato in un parco carbonile grande 125.000 mq e con una portata massima di 750.000 tonnellate di carbone. Anche questo totalmente scoperto, in balia di venti e agenti atmosferici. Nuvole nere si alzano dal carbonile o dal nastro, per poi disperdersi nelle campagne coltivate. Le si vede bene nelle immagini che la Digos di Brindisi ha girato e messo a disposizione della Procura. Oggi Enel ha promesso la creazione di una copertura per il carbonile. Un’opera da 120 milioni della quale è stata posata la prima pietra il 6 luglio del 2012 e che dovrebbe terminare nel 2015.

Nello stesso anno, il 2012, è cominciato il processo nei confronti di 15 persone tra dirigenti Enel e imprenditori fornitori di servizi alla centrale. I magistrati ipotizzano i reati di getto pericoloso di cose, danneggiamento aggravato e deturpamento di edifici e colture. Tra le parti civili c’è anche la Provincia di Brindisi che ha chiesto un risarcimento di 500 milioni di euro per danni di immagine, ambientali, alla salute e alla perdita di chance per il territorio.

Il processo dovrà accertare, tra le altre cose, se i vertici dell’azienda fossero a conoscenza dell’inquinamento che la centrale produce e se il non aver preso provvedimenti possa configurarsi come una condotta dolosa. Secondo i magistrati, che hanno ottenuto la perquisizione dell’ufficio romano di Calogero Sanfilippo, responsabile della produzione termoelettrica di Enel, gli imputati sarebbero stati consapevoli di tutto, da anni. A supporto di questa tesi ci sarebbero le mail che Sanfilippo inviava ai suoi collaboratori. In una mail si legge: “Per quanto riguarda le caratteristiche impiantistiche del sistema è possibile rilevare che il nastro è sicuramente inidoneo al trasporto di carbone in tali condizioni. Gli elementi di maggiore criticità risultano le torri di trasferimento che per il loro disegno non sono in grado di contenere la polvere che si sviluppa al loro interno”. Eppure nessuno ha mai provveduto a risolvere i problemi. Tutt’altro: nel corso degli anni Enel avrebbe, in assoluto riserbo, offerto risarcimenti economici ai contadini per i raccolti danneggiati. Ciò a patto di non fare parola con nessuno della transazione né delle polveri di carbone ritrovate sugli ortaggi. E’ questo il sistema che il pm Giuseppe De Nozza fa emergere nel corso delle indagini.

ceranoLe indagini su Cerano però non sono ancora arrivate a ipotizzare reati contro la salute pubblica. Ed è proprio questa la principale differenza tra il caso di Cerano e quello dell’Ilva a Taranto, dove il gip Patrizia Todisco ha ritenuto pertinente il collegamento tra le emissioni della fabbrica e il peggioramento della salute dei cittadini tarantini.

Per il momento esistono dati che testimoniano come il territorio brindisino sia martoriato dal punto di vista sanitario. A Brindisi i neonati che presentano malformazioni alla nascita sono il 18% in più rispetto alla media europea, quelli con malformazioni cardiovascolari sono oltre il 68% in più. Un triste record assoluto. Tutto documentato da uno studio condotto da Giuseppe Latini, direttore del reparto di neonatologia dell’Asl di Brindisi, e da Emilio Gianicolo, ricercatore dell’Istituto di Fisiologia clinica del Cnr a Lecce. Gli scienziati del Cnr hanno scoperto che esiste una correlazione tra le malformazioni neonatali e una sostanza inquinante normalmente prodotta dall’attività industriale: si tratta del diossido di zolfo ( SO2 ), un composto che nasce dalla combustione del petrolio con il carbone. L’ufficio brindisino dell’Agenzia regionale per l’ambiente afferma che per il 90% il diossido di zolfo proviene dalla produzione di energia. Allarmante è anche la situazione a Torchiarolo (il comune più vicino alla centrale). Qui il livello di PM10 è il più alto di tutta la Puglia e i morti per tumore hanno raggiunto un livello preoccupante. Alcuni studi controversi affermano che il problema è dovuto alla combustione della legna nei camini domestici ma sono in molti a pensare che tale combustione non possa giustificare da sola il continuo superamento del limite dei 35 sforamenti annui stabilito per legge sulla concentrazione di PM10 nell’aria.

Tuttavia, ad oggi, non si può affermare che tumori e malformazioni siano causati dall’attività della Federico II. Non esiste nessuna certezza al riguardo. Soprattutto se teniamo presente che Brindisi possiede altre industrie impattanti sull’ambiente, come l’A2A Edipower e il polo petrolchimico costituito dalle industrie chimiche Basell, Syndial e Versalis. Non a caso il territorio comunale di Brindisi è considerato dal 1998 sito di interesse nazionale delle bonifiche ed area ad alto rischio ambientale.

Ma il punto è proprio questo. Gli studi scientifici dimostrano che l’inquinamento industriale a Brindisi gioca un ruolo fondamentale sulla precaria salute delle persone. Manca però un’indagine epidemiologica di corte: come quella di Taranto. Per capirne di più ne abbiamo parlato con Emilio Gianicolo, che oltre ad essere il ricercatore che ha portato alla luce il dato sulle malformazioni è consulente degli allevatori nell’indagine sull’ Ilva:

A Taranto l’indagine epidemiologica si è articolata su due livelli: un’indagine volta a stabilire gli impatti a lungo termine degli inquinanti emessi dall’industria e una sugli impatti a breve termine. A Brindisi quest’ultima c’è. Recentemente, inoltre, nell’ambito del progetto nazionale EPIAIR (Inquinamento atmosferico e salute: sorveglianza epidemiologica e interventi di prevenzione) sono stati quantificati anche i decessi attribuibili al pm10. Si tratta di un decesso l’anno. Per completare il quadro delle conoscenza e verificare se e quanto una sorgente emissiva incida o meno sulla salute di una popolazione bisogna agire con un disegno epidemiologico avanzato. Come è stato fatto a Taranto. Si tratta di uno studio di corte in cui si studiano gli eventi sanitari di una determinata popolazione esposta ad una sorgente emissiva. A Taranto anche questa funzione è stata svolta dalla Procura che ha avuto il grande merito di aver dato un forte impulso alla conoscenza scientifica”.

In pratica la Procura di Taranto ha incaricato dei consulenti per verificare il collegamento tra decessi e malattie e le sostanze inquinanti dell’Ilva. Sulla base di questo studio la Procura di Taranto ha potuto contestare i reati dell’Ilva contro la salute pubblica. Per ciò che riguarda Brindisi un’ inchiesta che prenda in considerazione i danni sanitari della Centrale a carbone non è ancora partita ma non è escluso che la grave emergenza sanitaria possa avere ulteriori sviluppi. Anche perché la società civile e una piccola porzione della politica brindisina comincia a chiedere verità non di parte. Qualcosa si è mosso lo scorso 28 novembre quando il comune di Brindisi, rimediando ad una precedente “svista”, ha inserito nelle previsione di bilancio il finanziamento per un’ indagine epidemiologica. Questo strumento, fortemente voluto da Brindisi Bene Comune con la raccolta di più di 10mila firme, dovrebbe fare luce sul nesso tra industria e danni alla salute. Rimane però l’incognita sul processo per i danni ambientali della Federico II, del quale la prossima udienza è fissata per il 18 dicembre. La brutta notizia è che la prescrizione diventa ogni giorno più probabile e si fa sempre più concreto il rischio (o la beffa) che il processo sui fumi del carbone si concluda in una bolla di sapone. E che sulla centrale di Cerano torni il silenzio.

Stefano  Martella

Foto: Paride de Carlo

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7 thoughts on “Il silenzio intorno alla centrale di Cerano

  1. In questo bell'articolo,nella ricostruzione storica,non vorrei sbagliare,manca l'aspetto importante che la centrale fu ideata e costruita per essere ad energia nucleare,ed i referendum si riferiscono,sempre se non ricordo male,a l si/no a questo tipo di centrale;a seguito del risultato dello stesso,si ripiegò sulla disgraziata soluzione di riconvertire la centrale a carbone,con tutte le conseguenze che l'esaustivo articolo riporta.Ci tengo a precisare che ero e sono contrario al nucleare.
    Salvatore

  2. ahahahah ad energia nucleare, questa mi mancava nell'elenco Cazzate dette da ignoranti !
    Anche la mia auto è stata progettata per andare a Plutonio , poi il plutonio è diventato caro ed è stata girata a metano.

  3. tanto silenzio intorno a Cerano non direi, vista l'ultima delibera di Consiglio dell'Unione dei Comuni del Nord Salento. informarsi

  4. articolo con due lacune grandissime: la prima è che la lotta contro la centrale inizia ancor prima che essa sia annunciata in pubblico grazie al Comitato contro l'Energia Padrona di Brindisi, Radio Casbah di Brindisi, I collettivi politici ENEL Roma e Radio Onda ROssa Roma che dal1980 iniziano una serie di campeggi di lotta nel bosco di Cerano ogni estate e manifestazioni per senisibilizzare tutte lepopolazioni del Salento. A Brindis questi marziani vengono di fatto osteggiati da tutti i partiti e sindacati.
    secondo punto è che nell'articolo non si fa cenno del partito del Carbone che a Brindisi èstato ed è trasversale in tuttal a classe poltica e sindacale( a detta a cominciare dall'exsindaco Masiello che fu trombato da esso). Un partito del carbone che fu capace di influenzare pesantemente i referendum. Nel rprimo non fece partecipare Brindisi, nel secondo quello del 1988, è vero che i votanti per la cancellazione dellla centrale furono l'88 per cento , ma l'affluenza fu SOLO DEL 38 %, mi fermo qui!!!

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